Aspettando “Dracula” di Besson. C’è l’antenato (del 1921) risvegliato dagli studenti di cinema ungheresi
Mentre si assottiglia l’attesa per il nuovo “Dracula” di Besson in anteprima alla prossima Festa di Roma, il padre di tutti i vampiri cinematografici è apparso ai “I mille occhi”. Si tratta di “The death of Dracula”, film muto austriaco-ungherese di Károly Lajthay e co-sceneggiato da Michael Curtiz, quando ancor prima di emigrare ad Hollywood si chiama ancora Mihály Kertész. Il film è andato perduto ma non la sua sceneggiatura. È a partire dal testo che gli studenti dell’università della Transilvania l’hanno risvegliato, vincendo col loro film il festival triestino …

Alzi la mano chi sa chi era Alice Guy. Immagino pochi.
Non sentitevi in colpa, siete la quasi totalità, sempre che non abbiate una formazione specifica in Storia del Cinema, magari un Phd da studioso del cinema delle origini. Alice Guy (1873 -1968) è stata la prima donna regista della storia e anche la prima a girare un film di fiction. Dei suoi oltre 1.000 film realizzati ne sono sopravvissuti solo 350, gli altri sono irrimediabilmente perduti. Giusto per fare un altro esempio, forse ancora più eclatante, basta dire che degli oltre 500 film di Méliès se ne sono salvati circa 200.
Sul fronte dei film fantasma la Film Foundation di Martin Scorsese nel 2017 ha stimato che “metà di tutti i film americani realizzati prima del 1950 e oltre il 90% di quelli realizzati prima del 1929 sono perduti per sempre”. Allo stesso riguardo uno studio del 2013, promosso dalla Biblioteca del Congresso americano, afferma che il 75% di tutti i film muti è andato perduto mentre la Deutsche Kinemathek stima a sua volta che sia addirittura l’80-90% dei film muti ad essere andato perduto. Fino ad oggi la stessa cineteca tedesca ha in elenco oltre 3.500 titoli dei quali non c’è più alcuna traccia.
Una perdita inestimabile per la cultura, dai Lumière ad oggi, forse paragonabile negli effetti solo all’incendio della Biblioteca di Alessandria d’Egitto del 47 a.c.
Dove si vuole andare a parare con questa mesta catalogazione statistica? È presto detto.
Alla rassegna triestina I mille occhi – Festival internazionale del cinema e delle arti, da poco conclusa, è stato presentato e poi premiato per la sezione “Cinema sul cinema” il più che singolare film muto The death of Dracula. Ma prima di chiarire l’uso di quel “singolare” va aperta una parentesi.
Da sempre il Nosferatu di Murnau (1922) è considerato il primo adattamento cinematografico del Dracula di Bram Stoker, e quindi anche la prima opera su pellicola dedicata a vampiri e creature analoghe. Tuttavia c’è un film, uscito un anno prima, che potrebbe rivendicare il primato ed è proprio Drakula halála (La morte di Dracula), un film muto austriaco-ungherese (onda lunga dell’impero crollato solo due anni prima) co-sceneggiato e diretto da Károly Lajthay.
La produzione portò Dracula per la prima volta sullo schermo nel 1921 per poi far perdere le sue tracce tra le rovine della Seconda Guerra Mondiale lasciando dietro di sé, come uniche prove materiali della sua esistenza, solo qualche locandina, alcune foto pubblicitarie e un libro di Lajos Pánczél, giornalista e critico cinematografico di Timișoara che riporta in forma romanzata quella che si ritiene fosse la sceneggiatura del film.
Nota di hard-cinefilia: l’altro co-sceneggiatore si chiamava Mihály Kertész che, una volta emigrato a Hollywood, nel 1926, avrebbe semplificato il nome in Michael Curtiz. Si, proprio il regista di Casablanca.
Chiusa la parentesi e torniamo a noi.
Così come il termine Nosferatu significa “il non morto” e come ogni vampiro che si rispetti, anche il Dracula di Lajthay ritorna dall’oltretomba, poco più di un secolo dopo per mano di un gruppo di insegnanti e di giovani studenti/registi riuniti in un workshop il cui prodotto finale è proprio questo Death of Dracula. Dato il tema e l’esito forse non sarebbe fuori luogo definire seduta spiritica l’operazione che arriva al festival triestino dalla Sapientia Hungarian University of Transylvania (trattandosi di storia di vampiri poteva essere diverso?) dove il “medium” Róbert Lakatos, coordinatore del progetto e docente al Dipartimento di Cinema della Sapientia, nonché presidente dell’Associazione dei cineasti ungheresi della Transilvania (rieccolo!), ha preso il testo di Pánczél come canovaccio per stendere una sceneggiatura suddivisa in 8 capitoli, ognuno dei quali assegnato ad un diverso regista. Attila Gödri, Gyopár Buzási, Flóra Kovács, Szabolcs Sztercey, Orsolya Orbán, Boglárka Angéla Farkas, Nóra Miklós, Zsófia Makkai, i loro nomi.
Trattandosi di un film perduto è sostanzialmente inutile interrogarsi sulla fedeltà del remake all’originale e pare ininfluente porsi la stessa domanda circa il testo che, anche se con buon fondamento, si suppone abbia stretta relazione con la sceneggiatura. E infatti Attila Gödri, uno dei componenti la pattuglia di registi, ha precisato che il lavoro è molto liberamente ispirato al libro, assunto unicamente come traccia.
La trama, come all’epoca del muto, è velocemente riassumibile: la giovane sarta Maria Land (Enikő Molnár), viene chiamata al capezzale del padre morente ricoverato da tempo in un manicomio per il dolore della perdita dell’amata moglie. La permanenza di Maria in quel luogo è turbata dalle molestie dei pazzi e da un tentativo di accecamento ad opera di due pazienti che si fingono dottori. Sottrattasi a quella che non sappiamo se è realtà o incubo si trova ad incontrare un paziente dalle sembianze e dai modi luciferini che la porta nel suo castello.
Si tratta ovviamente di Dracula (Tibor Paiffy) che vuole Maria come sua nuova e più bella sposa del già nutrito harem presente nella dimora del poligamo vampiro. L’ottavo capitolo chiude la storia con la rivendicazione di immortalità da parte di Dracula. Come finisce lo scoprirete, casomai vi capitasse di vedere il film (Fuoriorario di Rai3, partner de “I mille occhi”, non farebbe cosa sbagliata programmandolo).
Come si sarà già capito quello che c’è di più interessante in questa pellicola, da considerarsi un’eccellente tesi finale di un laboratorio didattico è proprio il making of, ovvero l’ottimo uso che gli studenti hanno fatto studiando la materia, lavorando con materiali analogici, acquisendo e riportando in vita, oltre che il vampiro e il film perduto, le tecniche teoriche e pratiche dell’epoca del muto.
In sostanza, quello passato a “I mille occhi” è un esercizio accademico da 30 e Lode che testimonia di un notevole livello didattico attraverso il quale, con lo scorrere delle immagini, anche lo spettatore è ammesso ad una lezione di storia e tecnica del cinema.
Per questo motivo, come da bambini si trovava più affascinante smontare il giocattolo del giocattolo stesso, è nell’analisi per parti l’aspetto più interessante di questa tesina in forma di film. Diligentemente gli allievi del workshop non hanno trascurato nulla dei propri studi sui primi venti, trent’anni del cinema. C’è tutto: dalle inquadrature espressioniste, la recitazione e le movenze teatrali stereotipate, inquadrature drammatizzanti di dettagli del volto (“l’occhio della madre” puro Eisenstein) così come della mano di Dracula con le unghie affilate in omaggio alla creatura di Murnau e via così con montaggio, dissolvenze e fotografia perfettamente filologiche.
Addirittura la grana della pellicola non è stata trascurata utilizzando vecchi rulli probabilmente già un po’ malandati e forse con qualche graffio e pelucco aggiunti in post produzione. Quello che stona è l’invadenza dell’accompagnamento musicale ma pazienza, un peccato veniale e trattandosi di film muto basta abbassare il volume.
Gino Delledonne
Gino Delledonne
Architetto e docente universitario a contratto. Ha collaborato alle pagine culturali di vari giornali tra i quali "Diario" e "Archivio". Devoto del gruppo garage punk degli Oblivians.
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