Attraversare “Il labirinto” della Storia. Al Biografilm lo “scandaloso” cimitero dei nazisti è doc
Presentato al Biografilm di Bologna – appena concluso – “Il labirinto” nuovo documentario di Alberto Gemmi dedicato al controverso cimitero militare della Futa, sull’Appennino tosco-emiliano, dove sono sepolti oltre 30.000 soldati nazisti morti durante la Seconda Guerra Mondiale. Sulla scorta del lavoro della compagnia teatrale Archivio Zeta, che utlilizza quel luogo come «scenografia di senso» per rappresentazioni che interrogano i paradossi e i lati oscuri della cultura occidentale, il regista prosegue la propria riflessione sul tempo e la memoria, intessendola di citazioni letterarie e immagini di repertorio. E chiamando in causa (anche) un presente ancora ostaggio della guerra e dei suoi orrori. Sarà distribuito entro il 2026 da Open DDB …

Ci sono luoghi “scandalosi”, nel senso etimologico di ostacolo, inciampo per la nostra coscienza vagante nell’illusione postmoderna di un eterno presente: luoghi dove la Storia, con le sue tragedie e le sue domande, i suoi conflitti e le sue cicatrici, si (im)pone come oggetto, ambiente, percorso inatteso e destabilizzante, per farci riscoprire come figli degli eventi e delle condizioni materiali che ci hanno preceduti. Uno di questi luoghi è Il labirinto mostrato nel documentario omonimo scritto e diretto da Alberto Gemmi (finalista al Premio Solinas nel 2023, in anteprima mondiale l’8 giugno al Biografilm di Bologna e distribuito entro il 2026 da Open DDB), ovvero il cimitero militare della Futa, sull’Appennino tosco-emiliano.
Realizzato tra il 1961 e il 1969 dall’architetto Dieter Oesterlen (con l’apporto del paesaggista Walter Rossow), e composto da una grande spirale muraria in pietra che scorre lungo il paesaggio evocando, appunto, la forma di un labirinto, il complesso funebre ospita le tombe e i resti di oltre 30.000 soldati tedeschi (parte identificati, parte in una fossa comune) caduti durante la Seconda Guerra Mondiale, oltre la metà dei quali nati tra il 1920 e il 1928, quindi di età compresa fra i 16 e i 25 anni al momento della morte. Avvenuta mentre combattevano dalla parte (più) sbagliata, quella della barbarie nazifascista, scontrandosi con i partigiani italiani e le truppe alleate fra il 1944 e il 1945.
Gemmi, tuttavia, non sembra (fortunatamente) interessato tanto a sguazzare nella retorica sul “sangue dei vinti” o a cavalcare ipotetiche “pacificazioni” (che sanno spesso di strumentali equiparazioni), bensì a proseguire la riflessione su tempo e memoria già avviata e portata avanti nei suoi precedenti lavori (il suo primo lungometraggio documentario è stato Ogni opera di confessione, 2019). Il cimitero, immerso nella nebbia e nei suoni della natura, dove giorno per giorno continuano a riemergere tracce del passato e i visitatori attraversano lunghe e austere file di lapidi bianche, è per il regista «uno spazio di riflessione», funzionale ad «attivare un dialogo profondo» con la contemporaneità.
Reso vivo anche, e soprattutto, dagli interventi della Compagnia Archivio Zeta, che utilizza il sacrario come «scenografia di senso» per progetti teatrali. Dove, fra tradizione greca classica (i soldati sepolti come silenzioso coro) e modernità otto-novecentesca (La montagna incantata e il suo autore Thomas Mann), la meditazione punta ad abbracciare integralmente «la cosiddetta civiltà occidentale» con i suoi paradossi, muovendosi da uno dei suoi parti più mostruosi (la Germania del Führer) per interrogare la cultura che lo ha preceduto.
Quello della performance dal vivo è però solo uno dei linguaggi di cui è intessuto il film di Gemmi, che compone un mosaico di brani letterari (dal Cesare Pavese di Mal di mestiere, La casa in collina e Del mito, del simbolo e d’altro, al Julio Cortázar de I re e l’Elias Canetti di Massa e potere, passando per lo stesso Mann, letto da Emilio De Marchi) e filmici, attingendo a numerosi archivi, non ultimo quello della Cineteca di Bologna, cui si devono i materiali da doc come Il culto delle pietre, Un alpino alla settima, L’indagine al microscopio, Quelli che soffrono per voi… e From Bud to Blossom.
Parole e immagini umane a confronto con l’abisso (anti)umano della carneficina bellica, di cui la terra, e specialmente la roccia, conserva il ricordo e il rimosso. Fino all’oggi, cui il Labirinto (del cimitero e del doc) finisce col riportarci, essendo (anche) «la rappresentazione della nostra epoca», dice Gianluca Guidotti di Archivio Zeta, ricordando tra le altre cose le vittime del genocidio israeliano a Gaza. Perché ogni singola lapide ci ricorda il peso di una vita portata via, e confrontarsi con un posto come il sacrario della Futa può essere «una forma di difesa e resistenza dall’oblio».
Emanuele Bucci
Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.
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