“Che bella età la terza età”. Alle Giornate della luce conversazione con Ariella Reggio, Marco Risi e Oreste de Fornari su come il cinema l’ha raccontata
Nell’ambito dell’omaggio ad Ariella Reggio in chiusura de Le Giornate della luce di Spilimbergo (domenica 14 giugno ore 20, cinema Miotto) una conversazione con l’attrice triestina dal titolo: “Che bella età la terza età. Da Umberto D. a Gioia mia: come il cinema l’ha raccontata” per scoprire, insieme a Marco Risi ed Oreste De Fornari, come sia cambiata la rappresentazione della vecchiaia e delle relazioni tra generazioni. A seguire proiezione de La vita da grandi di Greta Scarano con Ariella Reggio …

In principio la vecchiaia al cinema era quasi nascosta. Sicuramente ai margini, stereotipata tra pietismo e macchietta. Regno dei caratteristi, dunque. Chi non ricorda il vecchietto sdentato del Far West? Walter Brennan, per esempio, attore da Oscar di tanti western, ne diventò l’icona già tra i Trenta e i Quaranta del secolo scorso.
Non diversamente in Italia, da Macario a Totò, la senilità maschile diventava gag. Così come per le donne, anzi tutte più o meno nonne e zie bisbetiche. Tina Pica, straordinaria interprete napoletana cresciuta alla scuola di Scarpetta, con quella sua voce roca e un caratteraccio da scagliare contro tutti e tutte, ne è stata la maschera assoluta. Ancor prima di conquistare, nel 1957, il ruolo da protagonista de La nonna Sabella (con Dino Risi alla regia da un testo di Pasquale Festa Campanile) aveva già spopolato al fianco di Vittorio De Sica nei panni della serva Cramella di Pane, amore e fantasia e seguiti.
La vecchiaia, insomma, fa paura e riderne è un modo per non guardarla in faccia ed esorcizzarla. Tabù del resto che persiste anche oggi, con molte varianti (soprattutto per le donne e quindi le attrici, difficilmente protagoniste dai cinquanta in su) nonostante l’aspettativa di vita in crescita, ma la stessa ostinata angoscia a cui porre effimero rimedio con chirurgie estetiche e botox di nuova deturpante generazione.
Il cinema italiano, però, quello che nel Neorealismo ha trovato la sua linfa più vitale, porta cambiamenti anche in questa direzione. Non a caso è la coppia De Sica – Zavattini ad infrangere il tabù. Ed ecco Umberto D. (siamo nel 1952): Umberto Domenico Ferrari, quel pensionato, povero, solo, con il suo cane Flike costretto a chiedere l’elemosina nella Roma dell’immediato dopoguerra che farà gridare allo scandalo Andreotti (“i panni sporchi si lavano in casa”) ma anche parte del pubblico. Oggi è tra i capolavori del cinema mondiale. E punto di partenza per ogni riflessione seria sulla vecchiaia, non sono nel cinema italiano.
Da qui in poi l’elenco cresce, volendo anche accennare, appena, al panorama internazionale. Con Il posto delle fragole (1957) Ingmar Bergman, da par suo, non guarda solo alla vecchiaia come condizione sociale da testimoniare, ma territorio interiore da esplorare. Il professor Borg non subisce il mondo, piuttosto lo ricorda, lo sogna, lo giudica e ne viene giudicato. Il cinema entra davvero dentro una mente anziana.
Negli anni della commedia all’italiana il suocero, la madre oppressiva, il nonno burbero si moltiplicano, diventando raramente protagonisti in senso pieno. Ma volendo ragionare sul tempo che passa, il capolavoro assoluto è C’eravamo tanto amati (1974), non un film sulla vecchiaia in senso stretto ma sul tempo, la disillusione, il tradimento degli ideali. Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Stefano Satta Flores e Stefania Sandrelli li vediamo cambiare – invecchiare – davanti a noi e con loro passare trent’anni di storia italiana che cambieranno per sempre le sorti del paese.
Mentre Hollywood con l’Oscar ad Henry Fonda e Katharine Hepburn, nel 1981, per Sul lago dorato decide finalmente che due vecchi possono stare al centro della storia, in Italia i posti da protagonisti latitano.
Poi nel 1990 è Dino Risi — il maestro della commedia all’italiana, l’uomo de Il sorpasso, colui che meglio di chiunque altro aveva fotografato il miracolo economico italiano e la sua ipocrisia – a sorprenderci con Tolgo il disturbo, uno dei sui film ingiustamente dimenticati, che proprio la vecchiaia (e la malattia mentale, sono i tempi della legge Basaglia) mette al centro, con uno straordinario Vittorio Gassman. È lui Augusto Scribani ex direttore di banca uscito da una clinica psichiatrica dopo diciotto anni. Torna a casa — che è ancora di sua proprietà — e si trova straniero nel salotto di casa propria, tollerato a malapena dalla nuora e dal suo nuovo compagno. L’unica che lo capisce è la nipotina di nove anni. Qui Risi usa la vecchiaia come obiettivo puntato su un’Italia che ha fretta, che non sa dove mettere i suoi anziani, che li rimuove come si rimuovono i problemi scomodi. Gassman costruisce un personaggio che è folle e lucidissimo insieme, capace di quella scena memorabile allo show televisivo in cui lui e il suo vecchio compagno di manicomio insultano in diretta il primario che li aveva maltrattati.
Sessuati, decisamente, sono poi i protagonisti de La casa del sorriso del corrosivo Marco Ferreri, del 1991, Orso d’oro a Berlino eppure passato in sordina. Un ospizio in cui la vecchiaia torna ad essere protagonista nell’opera del grande e dissacrante autore, cominciata del resto, col El cochecito, dove protagonista era un pensionato.
Nel 1999 è David Lynch a imprimere una svolta ulteriore con Una storia vera, il film che nessuno si aspettava da lui, senza incubi, né spirali oniriche. Solo un vecchio su un tagliaerba, centinaia di chilometri, un fratello da riabbracciare prima che sia tardi. È il preludio: il cinema sta per scoprire che un anziano può bastare.
Ma le donne? come direbbero i memorabili fratelli Abbate, creature misogine e primitive dell’indimenticata Cinico tv di Ciprì e Maresco. La senilità femminile merita un discorso a parte perché la narrazione della vecchiaia nel cinema, quello italiano soprattutto è inseparabile dal discorso di genere. Lo stesso che fin qui ha limitato la presenza delle attrici non più giovani sui nostri schermi.
Se negli Stati Uniti un regista geniale come Hal Ashby (quello di Oltre il giardino) già nel 1971 sforna un film culto, Harold e Maude in cui la relazione tra il ventenne e l’ottantenne è esplicitamente sessuata, da noi si tratta di un doppio tabù. Ci vorrà un autore radicale e sperimentale come Daniele Segre ad infrangerlo. Vecchie – titolo secco, senza ipocrisie – arriva alla Mostra di Venezia del 2002 come un fulmine. Per la prima volta due donne anziane, le splendide Maria Grazia Grassini e Barbara Valmorin, stanno al centro senza giustificarsi. Parlano di sé, del corpo, del desiderio, della paura. La camera fissa non le abbellisce né le compiange. Le guarda, e basta nelle loro camicie da notte. È il gesto più radicale che il cinema italiano avesse mai fatto sulla vecchiaia femminile.
Sei anni dopo arriva Pranzo di Ferragosto, sempre al festival di Venezia ed è una rivoluzione, un’esplosione di vitalità, un caso mediatico inatteso ed amplificato dal tam tam del pubblico. Gianni Di Gregorio, sceneggiatore di lungo corso (ha scritto con Matteo Garrone, che produce il film), esordisce alla regia a quasi sessant’anni. Il soggetto è autobiografico — l’amministratore di condominio che gli chiede di badare la madre anziana in cambio del condono dei debiti — e il film che ne nasce, girato in casa propria a Trastevere a Roma con attrici non professioniste, vince il Premio Opera Prima a Venezia. Le quattro signore ultraottantenni non sono lì per commuovere, sono lì per comandare. La madre nobildonna decaduta che tiranneggia il figlio, la zia con la memoria a pezzi ma la pasta al forno perfetta, la signora Grazia con la lista infinita di farmaci e divieti alimentari: ciascuna ha una personalità ferma, irriducibile, stratificata. È il povero Gianni — uomo di mezza età, figlio devoto e un po’ sfigato — a essere in balia di loro, non il contrario.
L’ultima rivoluzione al femminile sul tema è recentissima. La firma la giovane esordiente Margherita Spampinato con Gioia mia. Aurora Quattrocchi – fresca di David – ne è la protagonista in dialogo col nipotino. Una zia 83enne, brusca e religiosissima, così vera da non nascondere nulla, neanche quella passione di gioventù, vissuta in segreto perché certi amori non si potevano rivelare, tantomeno in Sicilia.
La vecchiaia al femminile, con una coppia lesbica, il desiderio e diritto di scelta la racconta poi l’ultimo film di Emanuela Piovano di quest’anno, Finale: Allegro, liberamente ispirato a L’età ridicola di Margherita Giacobino. Barbara Bouchet ed Anna Bonasso sono le due donne che si sono amate per tutta la vita, tra battaglie politiche e femminismo. La presenza in casa dell’una della ragazza delle pulizie venuta dall’Est è lo spunto per un passaggio di testimone delle passioni di un tempo e non solo. Del resto lo scambio tra generazioni è l’espediente narrativo più frequentato se si parla di vecchiaia.
Molto scalpore fece all’epoca – era il 2017 – quello messo in scena da Francesco Bruni nel suo Tutto quello che vuoi (liberamente ispirato a Poco più di niente di Cosimo Calamini) con un autoironico Giuliano Montaldo nei panni di se stesso e il suo giovane badante “coatto” col volto di Adrea Carpenzano.
Curioso che dello stesso periodo sia anche il confronto con la vecchia del suo sodale di sempre, Paolo Virzì. Suo Ella & John – The Leisure Seeker, road movie con due giganti come Helen Mirren e Donald Sutherland, alle prese con un ultimo viaggio, nato dalla penna dello scrittore Michael Zadoorian. Altra coppia di star internazionali, Michael Caine e Harvey Keitel, sono poi i vecchi che sceglie Paolo Sorrentino nel suo Youth — La giovinezza, dove, a dispetto del titolo, tutto parla della sua perdita, rendendo centrale la senilità e i suoi rimpianti.
Chiudiamo il nostro excursus con Il punto di rugiada di Marco Risi del 2024. Un nuovo incontro-scontro tra generazioni: due giovani condannati a un anno di servizio sociale in una elegante casa di riposo romana, si trovano faccia a faccia con un gruppo di vecchi che non hanno nessuna intenzione di fare i vecchi per compiacere nessuno. Lina, col volto di Ariella Reggio, che ha perso la memoria, il fotografo Dino Rimoldi (Massimo De Francovich, 86 anni sul set) — non a caso battezzato come il padre del regista, con le stesse manie e lo stesso umorismo tagliente — il colonnello burbero di Eros Pagni, il poeta malato di Alzheimer di Luigi Diberti, la solare Erika Blanc ed Elena Cotta. Una storia di incontro, dunque, e in qualche modo reciproca redenzione di due distanti generazioni, raccontata con indubbia grazia e con ottimi attori.
Parafrasando Marcello Marchesi, insomma, si potrebbe concludere che il cinema ha impiegato sessant’anni ad accorgersi che anche la terza età è, a modo suo, una bella età e che vale la pena raccontare.
Gabriella Gallozzi
Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.
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