Se la vecchiaia è (anche) un fatto politico. “Finale: Allegro”, dramma gentile di Emanuela Piovano, al cinema
In sala (per No.Mad Entertainment) “Finale: Allegro” di Emanuela Piovano, liberamente ispirato al romanzo “L’età ridicola” di Margherita Giacobino. La quotidianità dell’anziana pianista e attivista Karina (Barbara Bouchet), i suoi affetti e la sua determinazione a decidere della propria vita sino in fondo. In un film che sceglie, contro le mode, di seguire e ascoltare con lentezza, sobrietà e delicatezza i suoi personaggi e luoghi, restituendo il tempo dilatato e imprevedibile di un’età dell’esistenza, e la lotta gentile per riempirla di calore, serenità e gioia condivisi. Presentato al Bif&st di Bari …

Il cinema italiano ce lo ha insegnato bene, che raccontare la vecchiaia può essere, fin dai tempi dell’Umberto D. (1952) di Vittorio De Sica, un atto politico. E sembra saperlo anche Emanuela Piovano, regista, sceneggiatrice, produttrice e distributrice indipendente (fra i titoli che ha portato da noi ci sono Whisky, Caramel, Buon anno Sarajevo e Apache), di ritorno in sala col suo nuovo lungometraggio Finale: Allegro, liberamente ispirato al romanzo L’età ridicola di Margherita Giacobino (Mondadori, 2018) e distribuito da No.Mad Entertainment dopo l’anteprima al Bif&st, dove ha ricevuto il premio all’intensa interpretazione di Barbara Bouchet.
L’attrice ottantaduenne è Karina, pianista e già attivista femminista nella Torino che fu. La donna sente di vivere «in trincea», come le sue coetanee, in una fase della vita dove la solitudine è riempita dalla nostalgia, dai crescenti ostacoli del corpo e dai pensieri su come e se programmare il momento della propria morte (la protagonista medita di andare a Ginevra per accedere all’eutanasia), e in una società dove una persona anziana è spesso considerata un peso, anche e soprattutto da sé stessa.

Eppure, sembra suggerirci il film sin dal titolo che riprende l’omonima sonata di Hyacinthe Jadin, il finale non deve essere per forza (solo) segnato da dolore e malinconia, e anzi è forse l’ultimo campo di battaglia per affermare, con un sorriso consapevole, la propria libertà. Ne sembra convinta Karina, malgrado una diagnosi di demenza senile raggiunga l’amica ed ex amante Elena (Anna Bonasso), che forse ha già allegorizzato e accettato la sua condizione nel modo in cui ridipinge i propri quadri, immergendo le figure sotto le onde del mare. Quel mare che, dice all’altra, «fa sempre paura», perché «ti porta a fondo, ti cancella e ti avvolge».
Ma a tenere compagnia a Karina, fra le strade del capoluogo piemontese e una bella casa forse troppo grande e piena di ricordi per una persona sola, ci sono, oltre al gatto nero Veleno, anche Max (Luigi Diberti), indomito militante di sinistra, e soprattutto la giovane colf georgiana Sùliko (Nutsa Khubulava), contrappunto culturale e generazionale della datrice di lavoro borghese, occidentale e progressista. Il rapporto dialettico tra le due figure femminili è un percorso di reciproca conoscenza, solidarietà ed emancipazione, anche dalla tossicità di un patriarcato che ha il volto del prepotente promesso sposo (combinato) di Sùliko, David (Luca Chikovani).
Ci sarebbero tutti gli ingredienti, e i rischi, per un melò ricattatorio e intriso di cliché: pericolo scampato, tuttavia, grazie anche alla delicatezza e sobrietà dello sguardo di Piovano, che nell’epoca dei film a serrata misura di algoritmo osa scommettere sulla densità poetica della lentezza. Con sequenze che non hanno paura di durare a lungo, ascoltando i gesti e le espressioni oltre alle parole, interrogando i luoghi e gli oggetti, esplorati e carezzati da movimenti di macchina leggeri. Come il tono su cui riesce a tenersi in equilibrio questo Finale: Allegro, malgrado la regista paia a tratti volerci depistare, suggerendoci imminenti deviazioni nella commedia o nel thriller.
E però sono indizi, lanciati e quasi subito ritirati, di una scrittura attraverso cui emerge il tempo dilatato, ma sempre e comunque aperto all’evento imprevedibile, di una stagione dell’esistenza che, al pari di tutte le altre, può essere serenità, calore, gioia. Quelle che si prendono e si regalano i personaggi, a partire da Karina e Anna, toccanti e poetiche nei loro duetti di danze e abbracci sulle note delle canzoni di Gianmaria Testa (alla colonna sonora contribuiscono in maniera determinante anche Futura eseguita da Frida Bollani Magoni e Le Large di Françoise Hardy).
È un film politico, dicevamo, Finale: Allegro. Dove il privato dei sentimenti e delle scelte si scopre terreno pubblico di una lotta gentile. Per «il diritto di poter decidere», rivendicato da Karina, e per gli intervalli di felicità sottratti ostinatamente all’incertezza, alla perdita e all’oblio. Lasciando ciò che si coltiva e si condivide in eredità a chi verrà dopo.
Emanuele Bucci
Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.
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