Cabiria, Maciste & Co. Il cinema muto italiano che faceva sognare il mondo, in un doc in sala

Arriva nelle sale (conLuce Cinecittà) “Italia, il fuoco, la cenere” di Céline Gailleurd e Olivier Bohler. Sull’onda di un “montaggio” delle emozioni sempre palpitante, i primi 35 anni della storia italica del nostro cinema (gli anni del muto, dal 1896 al 1929) ed il suo sovrapporsi alla storia “reale” tout court. Dive, divi e generi popolarissimi celebri in tutto il mondo. Con testi di Luigi Pirandello, Antonio Gramsci, Salvador Dalì, Francesca Bertini, Federico Fellini, Alessandro Blasetti e tanti altri protagonisti o spettatori dell’epoca. Passato al TorinoFilmFest 2021 …

“Il cinema ha scoperto un nuovo mondo alla portata, come la poesia, di tutte le immaginazioni”

(Paul Eluard).

Ci sono fantasmi che gironzolano ancora in quelle ex cantine, in quei magazzini, in quei teatrini trasformati in fretta e furia in “cinematografi” ? O nei cinema costruiti ex novo, come tali ? Le pellicole aspettano ancora un pubblico, o sono state tutte “radunate”, classificate e ben ordinate nelle cineteche, dopo il buon servizio svolto ?

Oltre diecimila film muti girati fino al 1930; in bobine di nitrato, tanti andarono dispersi, in tanti si sono salvati, prima sotto la cura di privati, poi sotto quella delle cineteche…

È passato al TorinoFilmFestival come “Evento speciale” il docu film Italia, il fuoco, la cenere di Céline Gailleurd e Olivier Bohler. Gailleurd & Bohler, dirigono già da tempo prevalentemente documentari sulla storia del cinema, tra i quali ci sembra opportuno in questa occasione segnalare: Jean-Luc Godard, Le Désordre exposition (2012) e Edgar Morin, Chronique d’un regard (2014).

Dalla loro cultura, dalla loro passione e dalla loro abilità di “fabbricatori” raffinatissimi delle immagini ci arriva questo sorprendente Italia, il fuoco, la cenere, che racconta, sull’onda di un “montaggio” delle emozioni sempre palpitante, i primi 35 anni della nostra storia italica del cinema (gli anni del muto, dal 1896 al 1929) ed il suo sovrapporsi alla storia “reale” tout court: corpi, facce, occhi sgranati, sguardi “perforanti” soprattutto, e masse che sostengono qualsiasi narrazione… dalle trincee vere come le catastrofi delle guerre, ai salotti borghesi riprodotti fin nei dettagli nei teatri di posa…

La voce narrante è quella di Isabella Rossellini per l’edizione italiana (di Fanny Ardant per quella francese), che interpreta testi di Luigi Pirandello, Antonio Gramsci, Salvador Dalì, Francesca Bertini, Federico Fellini, Alessandro Blasetti e tanti altri protagonisti o spettatori dell’epoca.

Ne esce fuori il ritratto di un “cinematografo” italiano “artigianale” che si pone però costantemente il problema di divenire “riconoscibile”, “atteso”, “necessario”, ricorrendo ai miti fondativi nazionali (rispolverandoli, creandoli, addirittura), ai divi, a registi impresari, a produttori (con le loro tante sigle: la Ambrosio, la Cines, l’Itala, la Pasquali…) ad un impianto che, se ancora non può dirsi “industriale”, certo lo vagheggia…

Ed è un cinema quello italiano, qui viene ribadito, che ha un successo di massa, in patria e nel mondo. Per propria abilità, per intuito… arriva addirittura a stabilire le “regole” per i “generi”, il peplum, lo storico, il romantico, l’umoristico, ecc. che svolsero la funzione di adeguare il “prodotto” film alle aspettative del pubblico.

Basti pensare a Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone, kolossal “prototipo” per l’industria mondiale del cinema, i cui contributi artistici e produttivi furono d’esempio in tutti i continenti. Nel film si sommano intuizioni tecniche a collaborazioni specialistiche di primo grado, ad esempio la sceneggiatura firmata dalla “star” dell’epoca: Gabriele D’Annunzio, che inventa la figura di un muscoloso eroe – Maciste – esempio di cento altri super eroi. Maciste che diviene un mito anche oltre Atlantico.

Nel documentario incontriamo le “dive” del cinema muto: la “somma” Lyda Borelli, che ammirata da tutti, nonostante i soli 13 film della sua breve carriera, si ritira, sposa il conte Cini, un industriale. E si dice che il conte acquistò tutte le copie dei suoi film e le gettò in mare: la voleva tutta per se… ma la Borelli apparteneva a se stessa ed al pubblico che la adorava.

Oppure Francesca Bertini, l’attrice più popolare al mondo, per un lungo periodo: un vulcano di emozioni, la prima diva, che scomparirà improvvisamente dagli schermi. O ancora Pina Menichelli, figlia d’arte, spesso impegnata nei film di Pastrone, che contese alle altre il titolo di più amata dal pubblico…

Nel novero dei protagonisti del nostro “muto”, ecco apparire a buon diritto Elvira Notari, di Salerno, prima regista di cinema italiana; tra le prime registe al mondo…

Si racconta poi di un divo del cinema di “genere” Emilio Ghione, il popolarissimo “Za la Mort”, eroe che difendeva i più deboli, che purtroppo morirà nel 1930 in povertà, di tubercolosi… e di Alessandro Blasetti e di Sole (1929) film di “regime”, esaltazione delle bonifiche delle paludi volute dal fascismo… tante storie, fino agli ultimi film muti, ben rappresentati da Rotaie (1930), diretto da Mario Camerini, girato muto e poi sonorizzato… l’addio, alla stazione, di un’intera epoca…

Sempre nel documentario, Federico Fellini che racconta del primo film/imprinting che vide, al Fulgor di Rimini, nel 1926, a soli 6 anni: era Maciste all’inferno, con il “vero” Maciste (l’ex portuale di Genova Bartolomeo Pagano, già eroe di Cabiria), “omaccione” con centinaia di emuli: “Mi ricordo questo saloncino buio, fumoso, con questo odore pungente e, sullo schermo giallastro, un omaccione con una pelle di capra che gli cingeva i fianchi, molto potente di spalle, molto più tardi ho saputo che si chiamava Bartolomeo Pagano, con gli occhi bistrati, le fiamme che lo lambivano intorno, perché si trovava all’inferno, e davanti a lui delle donnone, anche loro bistratissime, con ciglia a ventaglio, che lo guardavano con occhi fiammeggianti. Quell’immagine m’è rimasta impressa nella memoria. Tante volte, scherzando, dico che tento sempre di rifare quel film, che tutti i film che faccio sono la ripetizione di Maciste all’inferno”.

Il film arriva nelle sale dal 10 maggio per un tour che toccherà Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Modena, Firenze, Catania e altre città.