Come costruirsi il miglior amico e vivere felice. “Brian e Charles” la commedia britannica che conquista
In sala dal 31 agosto (per Lucky Red e Universal Pictures International Italy) “Brian e Charles” di Jim Archer. Con David Earl, il comico della serie culto “After Life” e Chris Hayward nei panni del robot, una “amicizia virile” per una commedia dal miglior humor britannico. Meglio, una favola con tutti gli annessi e connessi di tenerezza e quel tanto di inspiegabile a cui abbandonarsi, esattamente come richiedono le belle fiabe. Un film come dice lo stesso regista “che parla di molte cose ma riguarda principalmente la solitudine e il potere dell’amicizia e della compagnia” …

Una telecamera a spalla sobbalza seguendo un bizzarro personaggio tra il cortile e gli ambienti caotici di un decrepito casolare della desolata campagna nel nord del Galles. Quello che sembra essere uno stazzonato raccoglitore compulsivo di spazzatura e rottami vari è Brian (David Earl di After life,) che, passamontagna slabbrato in testa, illustra all’obbiettivo del “documentarista” le sue tanto bizzarre quanto inutili invenzioni.
Brian ci appare subito come un condensato degli inventori strampalati della storia, soprattutto cinematografica. Tra il Caractacus Potts di Citty Citty Bang Bang e il Dott. Frankenstein (Frederick, quello di Mel Brooks non quello del 1931 da Mary Shelley) ma anche un po’ il “Doc” Brown di Ritorno al futuro, e perché no, anche il Mastro Geppetto di Pinocchio.
E proprio come il falegname di Collodi, Brian, si sente solo, molto solo.
Così, con la testa di un manichino a cui manca un occhio e la carcassa di una vecchia lavatrice mette insieme quello che dovrebbe essere un automa col quale scambiare quattro chiacchiere e scacciare la solitudine. Ovviamente, come buona norma per le invenzioni di Brian, il progetto fallisce e così quel mucchio di rottami finisce ad ingombrare ulteriormente la straripante “famigerata dispensa delle invenzioni”, come chiama la vecchia stalla adibita a laboratorio.
L’imprevisto è in agguato, però: un giorno, tornando dal villaggio, si scorgono dei bagliori provenire dalla stalla, pardon, dal laboratorio. Grazie ad uno sbalzo di corrente o un fulmine l’automa funziona… e come avrebbe detto il Dott. Frankenstein, è la conferma che Si-può-fareee!
Non solo funziona ma chissà per quale processo di autoistruzione parla a raffica nominando cose e snocciolando freneticamente nozioni come un petulante bambino in uno sproporzionato corpo di quasi due metri. Ecco che conosciamo Charles… Charles Petrescu (Chris Hayward), cognome scelto da lui stesso. Charles “cresce” rapidamente passando dallo stato infantile a quello adulto, bizzarrie incontrollabili da anziano con accenni di demenza senile incluse, gran ballerino e curioso di scoprire il mondo.
Charles non è solo un “coso” dalla testa di manichino e un occhio raffazzonato con una lampadina blu. Non è solo un assemblaggio di rottami ma è anche un assemblaggio di sfumature sentimentali già note in suoi simili illustri. È infatti un po’ Uomo di Latta del Mago di Oz, un po’ il televisivo anni ’80 Max Headroom per la voce digitale, po’ robot antropomorfo di Silent Running (in Italia spacciato per sequel di 2001 Odissea nello spazio col titolo di 2002: la seconda odissea) e un po’ La Creatura/Peter Boyle ballerino di Frankenstein Junior.
È possibile oggi raccontare ad un pubblico adulto e inaridito da anni di distopie ed effetti speciali una favola con tutti gli annessi e connessi di tenerezza e quel tanto di inspiegabile a cui abbandonarsi, esattamente come richiedono le belle fiabe?
Ovviamente si può, si-può-fare! E Brian e Charles, nelle sale italiane dal 31 agosto, ne è la dimostrazione.
Prima di arrivare in sala nella forma odierna Brian e Charles è stato, sempre coi medesimi autori ed interpreti, un podcast sul web seguito da uno spettacolo teatrale e poi da un cortometraggio dallo stesso titolo nel 2017.
In quella prima breve uscita sullo schermo, non richiamata nel lungometraggio, ci si limitava a descrivere Brian che rinchiude Charles in un capanno dopo che lui ha rubato uno dei suoi cavoli e poi, per maggior punizione, lo manda a vivere sotto un albero, decisione di cui si pente quasi subito. Nel film però c’è altro: c’è l’aspetto drammatico rappresentato dal bullo locale Eddie Tommington (Jamie Michie) e la sua subumana famiglia; c’è l’aspetto sentimentale con Hazel (Louise Brealey), uno spirito affine a Brian e che fa a gara con lui quanto a timidezza e introversione a causa di madre prepotente e un pappagallo troppo loquace. Sarà proprio Charles ad incoraggiare Brian a corteggiare Hazel, con i risultati impacciati e teneri che si possono immaginare.
Il regista Jim Archer, dal lungo curriculum televisivo, afferma che ” Brian e Charles è un film che parla di molte cose ma riguarda principalmente la solitudine e il potere dell’amicizia e della compagnia”.
Il film rifiuta una modalità di lettura univoca purché ci si abbandoni al lato fiabesco e ci si dimenticahi che Charles sia la testa di un manichino infilata su un tubo fissato ad una lavatrice.
Una bromance, per dirla col termine inglese che da noi un tempo si sarebbe detta “amicizia virile”.
Quindi una bromance piena del miglior humor britannico, con le risate nervose che punteggiano i monologhi alla telecamera di Brian (ogni tanto deve ricordarci che il film finge di essere documentario). Ci ricorda anche che Brian/Earl è anche lo sfigato stand up commedian Derek di After Life, la serie di motivato culto di e con Ricky Gervais, della quale il film è stilisticamente parente stretto. Si badi bene che non è un appunto negativo, anzi.
Un’ ultima cosa: finito il film vale la pena restare seduti e veder scorrere i nomi di elettricisti, best boy, key grip, catering e altre manovalanze per godere fino in fondo dello spassoso rap di Charles Petrescu fino all’accensione delle luci in sala.
Gino Delledonne
Gino Delledonne
Architetto e docente universitario a contratto. Ha collaborato alle pagine culturali di vari giornali tra i quali "Diario" e "Archivio". Devoto del gruppo garage punk degli Oblivians.
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