Com’è pop questo Gabriele D’Annunzio. Anche troppo nel doc presentato al RIFF

Passato al RIFF – Rome Independent Film Festival in corso a Roma fino al 25 novembre, “D’annunzio, l’uomo che inventò se stesso” di Francesca Pirani e Stefano Viali. A Giordano Bruno Guerri, storico del fascismo e direttore del Vottoriale, è affidato gran parte del racconto che offre del Vate un’interpretazione molto politica e le grandi imprese. In un costante mix tra ieri e oggi (anche troppo) viene definito un influencer ante litteram e, agli albori della pubblicità, un copywriter. Il film è disponibile su RaiPlay

Davvero bizzarro questo D’annunzio, l’uomo che inventò se stesso di Francesca Pirani e Stefano Viali, prodotto da Ince Media e Rai documentari. Un film che usa il teatro, affidando il ruolo del poeta a un giovane attore, Fausto Cabra, e pazienza se la somiglianza non c’è affatto.

Fin dalle prime battute, è chiaro. Il ruolo preponderante del racconto è affidato a Giordano Bruno Guerri, che offre della vita di D’Annunzio un’interpretazione molto politica. Non a caso. Giordano Bruno Guerri è da tempo il presidente, e poi anche il direttore, della Fondazione Vittoriale degli italiani, la casa di D’annunzio a Gardone Riviera.

E così, curiosamente, la scelta di regia è stata l’unità di luogo, il Vittoriale appunto, anche per i dialoghi di D’Annunzio giovanissimo, quando quella strana edificazione – subito chiamata monumento nazionale – era solo nei suoi sogni.

Altra singolare scelta, il richiamare e mescolare continuamente l’oggi a quei tempi, le scenografie di Sanremo, lo sport e le immagini. Pop, troppo pop. Dell’attività intellettuale si parla poco, ma D’Annunzio viene definito un influencer ante litteram (e ante social) e, agli albori della pubblicità, un copywriter.

Poeta, romanziere, drammaturgo, D’Annunzio ha percorso quasi tutte le correnti letterarie di fine Ottocento, inizio Novecento. Dal decadentismo al simbolismo al verismo. Una produzione ricca, fino all’ultimo Il libro segreto di Gabriele D’Annunzio, (1935). Ma di questa ricchezza nel documentario c’è davvero poco. C’è invece l’esperienza parlamentare, la vita militare, le “grandi imprese”, dai raid aerei su Pola e Vienna alla beffa di Buccari, fino alla vicenda di Fiume.

Ma se nella vita militare le medaglie e gli encomi guadagnati sul campo sono doviziosi, nelle decisioni più politiche D’Annunzio era tormentato, attendista, incerto. Il film riserva grande parte della prolusione di Guerri alla vicenda di Fiume, rafforzando la tesi del suo libro Disobbedisco. Cinquecento giorni di rivoluzione a Fiume (2019). Quello è stato un grande esperimento sociale e politico innovativo, altro che fascismo, sostiene Guerri. Che però ammette: Fiume voleva conquistare l’Italia, e alla fine fu conquistata.

Anzi, no. Bastarono due cannonate della corazzata Andrea Doria perché si avviasse la ritirata, non senza qualche scontro fratricida, italiani contro italiani. Una sconfitta quasi senza battaglia difficile da comprendere. Molto più chiaro, e perfino più empatico, è il libro Poeta al comando di Alessandro Barbero, che ne racconta la minuta quotidianità al tramonto dell’impresa di Fiume. Un ripiegare malinconico, magnificamente scritto, descritto dalla voce narrante del suo segretario.

Il Vate, qui, mostra la sua debolezza. Evita, nonostante le promesse roboanti, lo scontro con l’esercito regio. Diffida di Mussolini ma cerca senza esito di dominarlo. Rifiuta di incontrare Gramsci, persino alla vigilia della marcia su Roma. Dopo, non gli resterà che sfruttare la sua fama per costruire il suo monumento.

D’Annunzio è come un dente guasto. O lo si estirpa, o lo si copre d’oro” diceva Mussolini. E d’oro lo ricoprì.

D’Annunzio prima affitta la villa Cargnacco a Gardone, appartenuta a Henry Thode, sequestrata come risarcimento dei danni di guerra dallo stato italiano. Poi, nel ’21, l’acquista e la fa modificare. Nel ’23 la dona al “popolo italiano”.

E così ogni miglioramento, ogni progetto nuovo vengono pagati dallo stato. Mussolini gli dona la motonave Puglia, che viene sistemata in alto, accanto al Mausoleo. Ma intanto l’immaginifica furia del vate ha creato un teatro, il Parlaggio, i giardini con i giochi d’acqua che suggeriscono villa d’Este, un museo che raccoglie l’aereo del volo su Vienna, il motoscafo della beffa di Buccari, e altre testimonianze del poeta guerriero. Intanto il re lo nomina Principe di Montenevoso.

Onorato, coperto d’oro, D’annunzio resta nella sua villa, tra oggetti preziosi che ingombrano le stanze rese quasi invivibili dalla moltiplicazione della bellezza, tra imprese erotiche più esibite che godute. Conclude Guerri: “Tutta la sua vita onora sempre due esigenze. Non chi più soffre ma chi più gode conosce. L’altro principio è: conservare intera la libertà fin nell’ebrezza. A questi due principi si attiene senza alcuno scrupolo morale”.