Se la storia diventa un feuilleton. “Alla festa della Rivoluzione!” (ri)porta D’Annunzio al cinema col romanzone Fiume
In sala dal 16 aprile con anteprima il 15 a Udine (per 01 Distribution) “Alla Festa della Rivoluzione!” di Arnaldo Catinari, dall’omonimo libro di Claudia Salaris. I giorni dell’occupazione proto-fascista di Fiume da parte di D’Annunzio sono rievocati come sfortunato esperimento anarco-libertario, in un thriller dove, tra momenti action, intrighi (fanta)politici, spie rosse e nere, triangoli d’amore e vendetta, la Storia si fa feuilleton. E si rimpiange, anche nella forma, il doc “Fiume o morte!” che dà voce con ironia alla popolazione slava che subì “l’impresa”. Mentre il Ministero della cultura nega i finanziamenti al doc su Regeni, come non si trattasse della nostra storia …

Chissà cosa avrebbe detto del revival di cui sembra star godendo Gabriele D’Annunzio nel cinema italiano contemporaneo, il vero “Vate”, che riguardo alla sua collaborazione per il kolossal storico muto Cabiria (1914), di cui firmava le didascalie, commentò: «Ho guadagnato in tre o quattro ore cinquantamila lire, come in una bisca qualunque». Battuta in cui peraltro si può ben scorgere uno dei tratti più significativi del letterato-vip vissuto tra il 1863 e il 1938, quella di utilizzare i moderni media di massa come strumento per alimentare una straordinaria macchina di autopromozione.
Una macchina il cui fascino torna a esercitarsi quasi un secolo dopo la sua morte, come ci dimostra Alla Festa della Rivoluzione! (già presentato alla scorsa Festa del Cinema di Roma) di Arnaldo Catinari, apprezzato direttore della fotografia, qui in veste di regista e sceneggiatore (con Silvio Muccino) con il libero adattamento dell’omonimo libro di Claudia Salaris (Il Mulino), storica del futurismo e delle avanguardie. Dove la famigerata “impresa di Fiume”, consumatasi tra il settembre 1919 e il dicembre 1920, subito dopo la Grande Guerra e cavalcando il mito della vittoria italica “mutilata”, è riletta dalla prospettiva degli «artisti e libertari» che vi presero parte.

Non a caso, l’occupazione, da parte del “Poeta guerriero” con i suoi “legionari”, della città che oggi si chiama Rijeka e allora era contesa tra il Regno dei Savoia e quello dei Serbi, Croati e Sloveni, ci viene riproposta nel film non come il laboratorio proto-fascista che per più di un verso fu (anticipando la stessa Marcia su Roma), bensì come utopia anarcoide in cui, citando Catinari, «l’omosessualità era ammessa, l’uso di droghe era comune, uomini e donne erano considerati alla pari e una costituzione avveniristica metteva al centro l’uomo e l’arte».
Una versione che ricorda il monologo di Luisa Baccara/Elena Bucci in un altro titolo dell’odierna agiografia cinematografica dannunziana, Il cattivo poeta (2021) di Gianluca Jodice: dal crepuscolo nostalgico del Vittoriale nel 1936-37, Fiume era rievocata come «una festa continua», dove «non esistevano divieti, gerarchie… Si poteva fare tutto: camminare nudi per strada, prendere quintali di cocaina, potevi divorziare, votavano persino le donne».
A rincarare la dose, Alla Festa della Rivoluzione! celebra la Carta del Carnaro (co-autore Alceste de Ambris, sindacalista rivoluzionario e già collaboratore al manifesto dei Fasci di Combattimento del 1919) come «un faro per tutte le costituzioni che si scrissero negli anni a venire» (cara Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, “scànsate!”, si direbbe a Roma). E ci narra un’impresa guardata con interesse (anche) dall’Unione Sovietica di Lenin, tanto da inviare sul posto la pianista e spia Beatrice Superbi (Valentina Romani). Che insieme al medico disertore Giulio Leone (Nicolas Maupas) tenta di salvare D’Annunzio (Maurizio Lombardi) e la sua “rivoluzione” dagli intrighi e manipolazioni di potenze imperialiste e falsi amici sabaudi e mussoliniani: l’anima nera del racconto, in più di un senso, è infatti l’agente dei servizi segreti italiani Pietro Brandi (Riccardo Scamarcio), che indaga e complotta (a partire da un attentato fallito, stile Trump, al “Comandante”) formando con Giulio e Beatrice un triangolo di eros e vendetta.
Nel feuilleton che ne deriva, invero più decadente che festoso (la maschera da Carnevale veneziano dell’anarco-esteta Guido Keller fa subito, fatalmente, Eyes Wide Shut), cosa manca? Tra le altre cose, gli slavi, che quella fugace ma intensa, confusa ma tragica occupazione italiana (dietro c’era l’Associazione Nazionalista di Enrico Corradini, poi confluita nel Partito Nazionale Fascista) la subirono.
E che, nel recente e bellissimo documentario Fiume o Morte! (2025) del croato Igor Bezinović, prendono invece la parola. Raccontandoci cose su cui Alla Festa della Rivoluzione! si sofferma poco o non si sofferma per nulla: dai tratti autoritari del regime dannunziano (con multe o carcere a chi lo contestava) ai saccheggi del luglio 1920 contro la popolazione slava, dalla retorica razzista del Vate contro quest’ultima allo sfregio dell’Aquila bicefala, monumento all’autonomia cittadina che fu mozzato di una testa, passando per i più marcati (e scomodi) elementi fatti propri dall’iconografia del futuro Ventennio (il saluto romano, l’incitamento “Eja eja alalà!”) e il mancato coinvolgimento dei fiumani nella stesura della Carta del Carnaro.
Ma il doc di Bezinović si rimpiange anche a livello stilistico: lì lo straniamento quasi brechtiano diventa decostruzione, satirica e ironica, sottile e meta-rappresentativa di ogni propaganda, a partire da quella in cui D’Annunzio (che fa immortalare la sua esperienza fiumana in oltre 10.000 fotografie) era maestro multimediale. L’ironia, invece, è un’altra cosa che latita in Alla Festa della Rivoluzione!, confezionato come un serioso romanzone thriller infarcito di scene action (tra sparatorie e lanci acrobatici di coltelli) e plot-twist à go-go, enfatizzati dalle musiche incalzanti, a misura di spettatore sovrastimolato dalle piattaforme streaming.
Non ci pare il modo migliore per il cinema italiano di approcciarsi ai momenti più controversi della nostra Storia, specie mentre le politiche (e i tagli) governativi colpiscono chi delle immagini prova a fare, ancora e con sempre maggiore fatica, strumento rigoroso di indagine e memoria critica: come l’AAMOD (Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico), cui il Ministero della Cultura ha negato il 25% dei finanziamenti attesi per le attività già svolte lo scorso anno; o come il doc (Nastro della Legalità 2026 dei Giornalisti Cinematografici) Tutto il male del mondo su Giulio Regeni: ritenuto, con seguito di proteste, interrogazioni parlamentari e dimissioni, non meritevole dei contributi selettivi dalla commissione preposta. A quanto pare il giovane ricercatore triestino e il suo brutale omicidio nell’Egitto di Al-Sisi non rientrano tra i «personaggi e avvenimenti dell’identità culturale nazionale italiana» che, da patriottici criteri di valutazione, dovrebbero essere privilegiati. Purché non turbino la festa della (contro)rivoluzione.
Emanuele Bucci
Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.
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