Se a farci (anche) ridere di D’Annunzio è un regista croato. “Fiume o morte” è di nuovo in sala
A Padova il 25 marzo (Cinema Esperia) e a Firenze il 26 marzo (Cinema Astra) arriva “Fiume o morte” del regista croato Igor Bezinović, premiato agli Efa, come miglior documentario europeo. Una ricostruzione doc, ironica e documentatissima, sull’occupazione futurista e protofascista di Rijeka-Fiume da parte di Gabriele D’Annunzio e dei suoi “legionari”. Le foto di propaganda di allora riprendono vita coi cittadini di oggi, mentre la retorica dell’impresa diventa gustosa satira. Già vincitore del Tiger Award al 54° International Film Festival Rotterdam, il doc è distribuito da Wanted.

D’Annunzio è un poeta, abile e conosciuto in Italia. Ha cavalcato tutte le mode letterarie della sua epoca con ottimo successo. Ma ha fallito quando ha cercato di vivere la sua opera d’arte, l’impresa di Fiume.
L’occupazione futurista e protofascista di una città di confine che in nome del bellicismo, della salvifica igiene delle pallottole, è stata occupata dal 12 settembre 1919 al 27 dicembre 1920 da soldati italiani ribelli guidati dal poeta. Fiume o morte, era lo slogan, la città doveva essere italiana e i croati che l’abitavano da sempre furono pesantemente discriminati, il nome croato della città, Rijeka, cancellato. Nonostante il pellegrinaggio di italiani entusiasti (Mussolini, in principio, e con una buona sottoscrizione, ma anche Guglielmo Marconi e Toscanini) e l’afflusso di volontari, si è trasformata in un gigantesco fallimento.
A restituircene il peso è lo sguardo dell’altro. Il regista croato Igor Bezinović che, in Fiume o morte (documentario coprodotto da Croazia, Italia, Slovenia) ha utilizzato uno straniante nonché ironico metodo, capace di destrutturare la stessa macchina di propaganda, ben oliata ai tempi per pubblicizzare l’impresa. Ha utilizzato, infatti, l’enorme documentazione fotografica dell’epoca, attualizzandola con la recitazione in costume nelle strade di oggi coi cittadini fiumani. Tanti calvi, soprattutto, così da averne numerosi e interscambiabili per interpretare il Vate. Ma non prima di aver chiesto loro se sanno chi sia stato D’Annunzio. E no, per lo più non lo sanno. Solo i più anziani chiedono: un fascista? Solo uno storico, ma è il suo mestiere, risponde a tono.
D’Annunzio, poeta ma anche pubblicitario, di propaganda se ne intendeva. E dunque la sua sezione fotografica ufficiale del governo dannunziano cattura oltre 10.000 immagini. Le sfilate militari, le occasioni ufficiali, sono state moltissime. Tra loro la declamazione della costituzione della Reggenza italiana del Carnaro, alla cui stesura non ha partecipato nemmeno un fiumano.
Intanto, in quei 16 mesi, la città si era fermata, fermo il porto, fermi i cantieri navali, ferma la produzione. In visita vennero anche industriali italiani pronti a impadronirsi delle attività produttive, anche loro poi delusi.
A partecipare al film molti degli abitanti di Rijeka-Fiume; a contrasto con le foto d’epoca i loro volti di oggi, i negozi di oggi, le strade di oggi. Le 48 ore di saccheggi nel luglio 1920 contro i croati, ad esempio, vengono messi in atto negli shop delle multinazionali d’oggi, Office o Samsung.
Propaganda, molta propaganda ci fu nell’impresa di Fiume. Come il taglio di una delle teste dell’aquila bicefala, nel grande monumento di fronte al mare. Testa che venne incistata nelle mura della villa sul Garda che diventerà il Vittoriale, monumento all’enfasi, insieme agli altri trofei dell’impresa perduta, l’auto rossa dell’entrata trionfante a Fiume, e quella scura della molto più sommessa fuga. “Fiumani, sono venuto qui per il vostro bene e per il vostro bene me ne vado”. Fiume o morte, davvero.
Propaganda, appunto. Ma inquieta oggi guardare quella tecnica di comunicazione, premonitrice del fascismo, che spesso viene agita anche oggi, per imprese diverse.
Tutta quella vicenda, tanto più se guardata con l’occhio dei vinti di allora, i croati, è surreale. L’Italia che chiede il ritiro dei legionari dannunziani, D’annunzio che non solo non obbedisce ma dichiara guerra all’Italia. L’Italia che cannoneggia il palazzo del governo dannunziano. Ma come, non era in nome di Fiume italiana che era cominciata l’impresa? Già, ma la propaganda non ha bisogno di logica.
E non lascia di sé gran memoria. Se Pasolini definì quella di Fiume una “pagliacciata narcisistica”, negli ultimi cinque giorni, quando l’esercito italiano si stufò di essere messo in scacco da un Vate e cominciò a cannoneggiare, i morti ci furono davvero, inutilmente, anche se la partita era persa da tempo.
Fiume o morte, il documentario, è davvero curioso, originale e ironico, a volte fino alle risa. I tanti D’Annunzio, ciascuno col volto di un diverso fiumano (c’è pure un torinese) che declamano i versi o i proclami del Vate con l’accento slavo, sono caricature naturali irresistibili. Capaci di mandare in frantumi ogni retorica. E renderla gustosa sarira.
Tantissima è la documentazione, poi. E non si tralasciano i dettagli, come la vicenda di un gruppo di autonomisti di Fiume, che aveva diffuso un volantino contro D’Annunzio e i suoi legionari, ed era stato rinchiuso in una prigione improvvisata, come tutto del resto nel regno del Vate.
L’idea autonomista però si dev’essere diffusa, se una pubblicazione del 1922 si auspicava “Fiume libera e indipendente da ogni specie di salvatori e di protettori”. Un’invocazione valida per ogni tempo, territorio, popolo o gente.
Difficile, davanti al poeta pubblicitario (di se stesso) e del suo eroismo da operetta, artificioso e vuoto, non pensare al Galileo di Brecht: “Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi”.
Ella Baffoni
Giornalista dal 1964. Fin dal 1973 ha lavorato al Manifesto. Nel 2002 è andata all'Unità, al desk del politico. Negli ultimi anni è stata agli esteri e ha collaborato all'online. Insegna italiano a stranieri. Collabora a Strisciarossa. Appassionata lettrice e viaggiatrice, ha due figlie. È comunista.
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