Con gli Smiths per combattere la noia. Che fascino il killer da fumetto di David Fincher in Mostra

Passato in concorso “The Killer” di David Fincher dall’omonima graphic novel di Alexis Nolent. Tra l’abbondanza di sicari presenti in Mostra spicca questo dell’autore di “Fight Club” per la capacità di tenere inchiodato lo spettatore durante le lunghe attese, l’eleganza della messa in scena, l’ironia e l’irresistibile colonna sonora curata dal duo Trent Reznor e Atticus Ross. In sala dal 27 ottobre per poi approdare su Netflix dal 10 novembre …


Parigi, un killer professionista è immobile davanti alla finestra di una stanza in ristrutturazione. Lo sguardo fisso sui vetri della lussuosa suite dall’altra parte della strada. Sta aspettando l’arrivo della vittima designata, l’oggetto del suo incarico. E intanto i cambiamenti della luce naturale ci dicono che stanno scorrendo le ore e poi i giorni.

Essere un killer è sostanzialmente un “mestiere” fatto di attese. Lunghissime, e dunque anche noiose. L’attesa di quella frazione di secondo nella quale verrà assolto il compito è il momento di maggior intensità del film. È anche la parte che spinge a pensare che David Fincher abbia una non dichiarata maniacale volontà didattica: nel supercult Fight Club ci aveva costretti a mandare a memoria le famose otto regole; con The Killer va oltre e costruisce quello che si può considerare un vero e proprio tutorial per chi dovesse mai decidere di intraprendere la carriera del sicario di professione.

È interessante notare che quest’anno al Festival di Venezia la figura del killer gode di una certa popolarità; dopo Fincher è arrivato anche, fuori concorso, Hit Man di Richard Linklater tratto da una storia vera, il cui protagonista a un certo punto racconta candidamente che in realtà “i killer non esistono”, sono un’invenzione della polizia di New Orleans che sguinzaglia falsi sicari sotto copertura per far cadere in trappola gli aspiranti omicidi per interposta persona.

E se il Ron di Hit Man è nella realtà un professore di filosofia, anche il killer di Fincher passa il tempo dell’attesa a filosofeggiare sulla teoria e prassi del proprio mestiere. Ne ascoltiamo i pensieri, scoprendo via via che si tratta probabilmente del migliore sulla piazza, nervi d’acciaio, pulsazioni mai oltre i 55/60 battiti al minuto (lo dice il suo smartwatch), nessun movimento del volto che denoti stress o impazienza, fucile di precisione in posizione.

La faccia è quella imperscrutabile e perfettamente credibile di Michael Fassbender. Del suo personaggio non sapremo mai la vera identità perché sono decine e decine i passaporti e relativi nomi di copertura che mostra ai gate degli aeroporti o quando deve affittare un’auto. Lo abbiamo detto, è il migliore. Come un samurai o uno yogi controlla quella che è la compagna più pericolosa, la noia.

In una meticolosa ricostruzione che potrebbe risultare altrettanto noiosa e che Fincher riesce invece a rendere magnetica, scopriamo che per mantenere la concentrazione necessaria il nostro killer ha una sua personale forma di meditazione della quale è componente essenziale la musica che esce dall’Ipod, praticamente un best of degli Smiths dell’inconfondibile gorgheggiante Morrissey, che ascolta a ripetizione come un mantra.

Dopo cinque giorni di attesa ecco l’arrivo della vittima designata, non sappiamo chi sia, non lo sa nemmeno il killer perché non importa, il lavoro è lavoro. Probabilmente è un facoltoso uomo d’affari, quello nella suite a cinque stelle dall’altra parte della strada, e insieme a lui una donna, alta, elegante che di lì a poco sapremo essere una mistress convocata per i piaceri fetish del target.

Stop, fermiamo un attimo l’immagine: per una infinitesimale frazione di tempo la donna è in piedi incorniciata dalla finestra, robusta e muscolosa, un bustino nero di pelle, calze nere e tacchi-stiletto da 14. Praticamente Lisa Lyon nelle fotografie di Mapplethorpe, non può non essere voluto.

Avanti: il killer ha l’uomo, il suo bersaglio, nel mirino…Spara….È il momento in cui noi spettatori possiamo finalmente scaricare la tensione accumulata nell’attesa, e il film parte ma per una direzione in realtà inattesa, che nello sviluppo della vicenda lo porterà ad incrociare anche Tilda Swinton in un personaggio paragonato (una delle battute più belle del film) a un cotton fioc, per via della silhouette magrissima e il taglio corto dei capelli bianchi decolorati.

L’uso dell’ironia è qui necessariamente molto sottile; quando il killer senza nome, ma con abbondante dose di sociopatia, illustra il suo metodo infallibile per rendersi anonimo, racconta che il modello ideale è un turista tedesco in vacanza a Londra: “Chi mai vorrebbe interagire con un turista tedesco?”.

In concorso a Venezia80 The Killer è tratto dall’omonima graphic novel di Alexis Nolent (adattata per il cinema da Andrew Kevin Walker). Muovendosi all’interno di un genere codificato, Fincher riesce a sorprendere rovesciando il quadro perfetto che lui stesso aveva dipinto.

Il nucleo del film risiede quindi nella scissione tra l’iniziale mantra teorizzante e rigidamente definito del killer e il suo successivo agire fatto di imprevisti e improvvisazioni. Se all’inizio la sua voce fuori campo è sicura e ci dice esattamente cosa sta facendo e cosa farà, nelle fasi successive la voce interiore cessa e cambia anche il modo in cui Fincher imbraccia la macchina da presa, imposta la musica, i colori.

Dall’inizio a tinte smorzate, calibrato millimetricamente con riga e squadra, si passa forsennatamente a disegnare a mano libera in pieno sole seguendo la concitazione e l’imprevedibilità degli eventi. Tuttavia Fincher sceglie di lavorare per sottrazione, con una cifra minimalista e contratta che riporta quasi inevitabilmente alla mente un personaggio simile: il Ghost Dog (1999) di Jim Jarmusch, sulla figura di un misterioso sicario della mafia (Forest Whitaker) che lavora seguendo l’antico codice dei samurai.

A margine vanno spese due parole per la splendida colonna sonora, curata dal duo Trent Reznor (frontman del gruppo punk statunitense Nine Inch Nails) e Atticus Ross (richiestissimo produttore musicale inglese) che grazie alla collaborazione con Fincher si sono portati a casa candidature agli Oscar come se piovesse e centrando l’obiettivo con The social network.

Però il mixtape del nostro killer, che in più di un’occasione ha fatto alzare dalla platea partecipati singalong su Bigmouth strikes again, How soon is now e altri indimenticabili pezzi degli Smiths è farina del sacco – e dell’ineffabile gusto – del regista che ha all’attivo, tra le altre cose, decine di video musicali. Ineffabile gusto confermato anche nella scena finale: uno dei personaggi indossa una t shirt della Sub Pop, la venerata etichetta discografica del grunge.