Da Tik Tok alla politica. Come la tossicità di Hitler continua a diffondersi, la denuncia in un doc

In occasione del Giorno della memoria, il 27 gennaio, esce al cinema (per Wanted) “Il senso di Hitler” documentario di Petra Epperlein e Michael Tucker. A partire dal libro (inedito in Italia) di Sebastian Haffner (The Meaning of Hitler) i due registi riflettano sui vari modi in cui la tossicità di Hitler ha continuato a diffondersi. Ma forse il limite del doc è proprio nella sua volontà postmoderna di incrociare linguaggi e teorie arrivando persino a concedere la tribuna a David Irving, lo storico negazionista …

 

Era il 27 gennaio 1945 quando le truppe dell’Armata Rossa, spalancando i cancelli di Auschwitz, mostrarono al mondo l’orrore assoluto: l’Olocausto scientificamente pianificato e praticato nel più totale silenzio di un popolo che, a partire dal 1933 con la presa del potere da parte di Hitler, si era gioiosamente abbandonato al più imponente e capillare dei lavaggi di cervello.
L’interrogativo che da settantasette anni resta al centro di ogni riflessione sul tema è sempre la stessa: come è potuto accadere?
Hannah Arendt, seguendo il processo di Gerusalemme al gerarca nazista Adolf Eichmann, ha definito “banalità del male” quelle azioni commesse al limite dell’inconsapevolezza da burocrati zelanti alle prese con cifre e percentuali. Le camere a gas, macchina industriale dello sterminio, erano soggette a verifiche di produttività al pari di una catena di montaggio dove il prodotto finale erano persone da ridurre in cenere e non bulloni da avvitare.
Quello che è stato eletto a pieno titolo come uno degli esempi più efficaci per interpretare l’abominio nella sua massima espressione ha dei critici nel suo stesso campo. Uno tra tutti il filosofo Alan Wolfe, che nel suo Political Evil: What It Is and How to Combat It (2011), ha criticato la Arendt per aver “psicanalizzato” il nazismo, e quindi evitato il problema del “male per il male”, limitando la sua definizione alla noiosa esistenza di Eichmann. Secondo Wolfe, Arendt si era concentrata troppo su chi fosse Eichmann, anziché su cosa avesse fatto, come un’ “assurda digressione” dalle sue azioni malvagie.
Arendt, Wolfe, in tanti ci hanno aiutato a capire, eppure ancora oggi i segnali di fascinazione verso il nazismo sono intorno a noi. C’è un libro, purtroppo poco conosciuto da noi, che ha raccontato la nascita del fenomeno nazista e di come abbia potuto attecchire nel profondo in così poco tempo. Tra la salita al potere di Hitler e la fine della Seconda Guerra Mondiale passano dodici anni, l’invasione della Polonia avviene solo sei anni dopo. Un’inspiegabilmente breve lasso di tempo nel quale un popolo si abbandona ad una ipnosi di massa che fa leva su un “vittimismo percepito” al quale rispondere col più granitico cameratismo alimentato dalla più sofisticata e capillare propaganda.
Forse prima e più lucidamente di ogni altro Sebastian Haffner (pseudonimo di Raimund Pretzel) comprende quello che sta avvenendo in Germania e ripara a Londra nel 1938 dove diventa redattore de l’Observer. Il suo libro del 1978, The Meaning of Hitler, è un resoconto significativo dell’ascesa al potere del nazismo così come fu vissuta da Haffner nei cinque anni che precedettero il suo esilio. Un po’ alla stregua de La marcia su Roma e dintorni (1931) di Emilio Lussu, ma senza la stessa vena ironico-sarcastica.
A partire dal libro di Haffner, la tedesca Petra Epperlein e l’americano Michael Tucker (autori di vari titoli su temi sociali e politici) hanno realizzato un documentario dallo stesso titolo che Wanted Cinema distribuisce in Italia col titolo Il senso di Hitler e che sarà visibile nelle sale italiane dal 27 gennaio, Giorno della Memoria.
Il doc prende lo spunto dal memoir per allargare lo spettro (!) ai nostri giorni ed interrogarsi/ci sull’oggi e sull’eredità, in termini di fascinazione, che il nazismo e la figura di Hitler hanno tramandato. E lo fa mettendo insieme immagini dell’epoca nazista, documenti storici, media e social network di oggi intercalati da interventi di critici e storici che ragionano sull’attualità di Hitler e la permanente influenza, soprattutto sui giovani, nella contemporaneità.
Con encomiabili intenzioni il documentario vuole porre l’attenzione sui vari modi in cui la tossicità di Hitler (narrata da Haffner anche nel libro Un tedesco contro Hitler. Berlino 1933, Skira 2016) abbia continuato a diffondersi dopo la sua morte attraverso le pagine di storia, i social media, il cinema, l’arte e la politica contemporanea. A sostegno l’apparato di interviste e testimonianze tra cui quelle della scrittrice Deborah Lipstadt, dello storico britannico Sir Richard J. Evans, dell’autore di romanzi sull’Olocausto Martin Amis, dello storico israeliano Saul Friedlander, dello storico e studioso dell’Olocausto Yehuda Bauer e degli attivisti e “cacciatori nazisti” Beate e Serge Klarsfeld.
Ma se le intenzioni sono ottime e il tema di assoluta rilevanza, il film, causa le scelte degli autori non sempre condivisibili, mette sul tappeto domande senza ottenere risposte ugualmente pregnanti, senza approfondire. Il limite, probabilmente, è proprio un eccesso di attualizzazione nei contenuti e nel montaggio di testimonianze e immagini che invece di illustrare ne costituiscono l’inciampo. Il montaggio di spezzoni e clip tra Leni Riefensthahl e le parodie di Mel Brooks, Trump e naziskin, le coreografie di Busby Berkeley e le adunate oceaniche di Norimberga con ritmo sincopato e martellante non fa da didascalia e raffronto tra quanto è stato e quanto ancora avviene ma sembra più un blob che rende farraginoso l’ingranaggio più che esserne lubrificante.
Non sarebbe male aprire un dibattito su quale linguaggio offra oggi il miglior risultato divulgativo. Questo da videoclip? O non piuttosto quel Final Account di Luke Holland visto a Venezia nel 2020. Holland si occupava di indagare “l’allora” attraverso le interviste ad inconsapevoli mostri, campione significativo di un intero popolo, lasciando a noi spettatori il compito di fare paragoni e guardarci dentro circa l’oggi.
Il senso di Hitler, con la sua volontà postmoderna di incrociare linguaggi e teorie arriva persino a concedere la tribuna a David Irving, lo storico negazionista, autorizzandolo a snocciolare le sue perverse elucubrazioni durante una visita al luogo dove un tempo sorgeva il campo di sterminio di Treblinka, completamente smantellato dai tedeschi prima dell’arrivo dei russi. Solo la scoperta delle enormi fosse comuni (in soli sedici mesi sono stati uccisi tra i 700.000 e i 900.000 deportati) e tracce di edifici reinterrate attesta l’esistenza del campo. In uno dei momenti più agghiaccianti del documentario Irving, pensando di non essere registrato, si rivolge ai compagni divertiti in quella scampagnata negazionista: “Gli ebrei … non amano nessun tipo di lavoro manuale. A loro piace solo scrivere ricevute”.
Nonostante sia chiaro l’intento degli autori nel rimbalzare di continuo positivi e negativi, Irving e Trump opposti a raccapriccianti immagini di sterminio, o storici dell’Olocausto e cacciatori di nazisti, il documentario sembra rappresentare una sorta di compendio sullo stato delle cose col timore di cadere nell’assertivo e nell’ideologico vecchio stile.
Per questo la presenza di Irving a Treblinka, in quel luogo nel quale l’assenza fisica del campo è ancor più testimonianza dell’assenza della ragione umana, non spiega correndo il rischio di voler contemplare ecumenicamente un altro punto di vista. Nell’era dei social e delle fake news, argomento cardine del documentario, non si può confidare ciecamente nella capacità dello spettatore di cogliere meccanismi che possono sembrare semplici ma che semplici non sono.
Tuttavia ben venga anche Il senso di Hitler , pur con tutti i suoi difetti, a ricordarci di non considerare quanto avvenuto in Germania tra il 1933 e il 1945 una triste eccezione della storia perché, come ha detto Liliana Segre, “è accaduto, può accadere ancora”.