È Marilyn ma sembra Frankenstein. L’atteso “Blonde” è anche antiabortista

Passato in concorso al Lido, “Blonde” dell’australiano Andrew Dominik che racconta per Netflix (dove arriva il 28 settembre) la vita di Marilyn Monroe, interpretata da Ana de Armas. Tratto dal bestseller omonimo di Joyce Carol Oates, il film segue il più possibile il libro, ma si perde in una selva di virtuosismi tecnici come un Frankenstein incerto e appesantito. Del personaggio rimane ben poco e, imperdonabile, strizza l’occhio al movimento antiabortista …

Era il titolo di un vecchio western, La magnifica preda, girato da uno di quei registi della Hollywood d’oro di cui si parla sempre troppo poco: Otto Preminger. Ma funzionerebbe bene anche per Blonde, il film di Andrew Dominik in concorso a Venezia.

In comune tra i due film c’è la preda in questione, ossia Marilyn Monroe. Nella breve filmografia della diva più iconica di sempre, il film di Preminger non è certo il titolo più lucente, tutt’altro. Non è quindi né un mistero né uno scandalo che Dominik lo lasci da parte nelle sue quasi tre ore di film, adattate dal romanzo omonimo di Joyce Carol Oates (in libreria con La nave di Teseo).

È però un utile paradigma dell’intera operazione Blonde, troppo spesso un riflettore puntato lì dove tutti lo aspettano. I film più noti ci sono tutti, da Gli uomini preferiscono le bionde a A qualcuno piace caldo; così come i chiacchieratissimi amori: Joe DiMaggio, Arthur Miller (uno splendido Adrien Brody) e John F. Kennedy.

Di Marilyn, o addirittura di Norma (nome reale, prima che qualche produttore intervenisse), che cosa ci resta? Nulla più di un lungo strazio, fomentato da una sessualizzazione vorace del mondo esteriore e dai traumi irrisolti del suo mondo interiore.

Che la volontà del regista sia farci vivere in prima persona la violenza che ha segnato la vita della Monroe è evidente. Tuttavia, il film finisce per schiacciare l’intero personaggio sulla sua sofferenza, trasformando la diva in un vortice continuo di nudità, pianti e flashback.

La brava attrice cubana Ana de Armas si fa carico con coraggio del ruolo e riesce a mantenere la giusta intensità anche nell’eccessivo drammatismo a cui la trama la sottopone. Il reparto trucco l’aiuta non poco, donandole un’apparenza estremamente credibile e mai vicina allo scimmiottamento. La sua corsa per l’Oscar è appena cominciata, mentre quella per la Coppa Volpi la vede già in ottima posizione.

Dominik, invece, paga il suo farsi tentare da qualsiasi espediente tecnico. Bianco e nero, colori, diversi formati, grandangoli esasperati, riprese fuori fuoco, bodycam, inserimento in digitale dei visi degli attori nei filmati d’epoca. C’è tutto. Va poi aggiunto il gusto didascalico di ricreare fedelmente alcune delle fotografie più iconiche. Ed ecco che Blonde ne esce come un Frankenstein incerto e appesantito.

La fedeltà al romanzo è pressoché totale. Brani di Oates sono recitati integralmente in voice over, molti dei dialoghi sono presi direttamente dalle pagine della scrittrice. Il regista interviene qui e là ammorbidendo o a volte provando goffamente a rincarare la dose. Non si sbilancia, nel finale, sulle cause della morte dell’attrice, dove invece Oates incolpava la Casa Bianca. Mentre, forse per compensare, aggiunge un aborto in più, forzato proprio da Washington, oltre ai due di cui si fa menzione nel libro.

Gli aborti sono infatti uno dei temi più insistenti del film. La Monroe viene immediatamente mostrata come una bambina dall’infanzia disastrata, che insegue il proprio padre e, di conseguenza, il suo voler essere madre. La spietatezza dello show business e la sfortuna la costringono ad abortire due volte, rendendola una donna tormentata.

Blonde non ha la scusante di non aver cercato un dialogo col proprio tempo. Per fare un esempio, la trafila di abusi sessuali che la protagonista attraversa per poter lavorare viene mostrata chiaramente, rendendo evidente il segno lasciato dal movimento #MeToo. Proprio per questo motivo, la scelta fatta sugli aborti lascia molto più disgustati che perplessi. Non solo Dominik mostra di continuo “riprese” di quello che sta accadendo nell’utero dell’attrice; ma sconfina addirittura fino a un dialogo intimo tra madre e feto. In un momento storico come quello statunitense, scene di questo tipo sono imperdonabili.

Marilyn  resta insomma la magnifica preda che è sempre stata, ogni volta braccata da qualcuno o da qualcosa. Anche a quasi sessant’anni dalla sua morte, Blonde torna a ingabbiarla in un film che vorrebbe essere un omaggio ed è invece la vetrina della sua carne trita e ritrita. E non possiamo non chiederci se non sia il caso di lasciar finalmente tranquilla questa donna, a cui nulla è stato concesso, nemmeno morire.