“Gli orsi non esistono” ma i Leoni sì. Mancato quello d’oro a Panahi va il Premio speciale della giuria

Premio speciale della giuria per “No Bears” di  Jafar Panahi che torna in concorso dopo il Leone d’oro del 2000 per “Il cerchio”. Assente al Lido perché incarcerato in Iran, il suo film porta in concorso la politica e le riflessioni sul ruolo del regista. “No Bears” è il Leone necessario di Venezia 79. Nelle sale italiane arriverà prossimamente con Academy Two e il titolo “Gli orsi non esistono” ..

Ci aveva avvisati Alberto Barbera, durante la presentazione della Selezione Ufficiale, e anche la collocazione nel programma, così prossima alla premiazione, lasciava intuire qualcosa. Erano tutti segnali che No Bears (in italiano Gli orsi non esistono), il film di Jafar Panahi in corsa per il Leone d’oro, sarebbe stato un grande film.

In effetti è così. Sul grande regista iraniano i riflettori erano d’obbligo, ma tra lo scintillare dei titoli hollywoodiani forse lo avevamo perso di vista. È bastata la sua sedia vuota durante la conferenza stampa a ricordarci dell’importanza del suo film.

La Biennale ha provato in tutti i modi ad averlo al Lido, sul tappeto rosso ha anche organizzato un flashmob in suo supporto. Purtroppo, però, Panahi è ancora in carcere, assieme ad altri illustri colleghi, vittima della prima arma di ogni dittatura: la repressione.

Dal 2010 gli è vietato lasciare il paese e girare. E da allora ha continuato a lavorare, in segreto, coniugando la sua condizione poltica con il suo talento registico. Lampi di genio, come Taxi Teheran, Orso d’oro nel 2015 a Berlino, capaci di insinuarsi carsicamente nella società iraniana, eludendo il guinzaglio della dittatura.

Panahi veste ancora i panni di se stesso, il film si apre mentre cerca di dirigere in videochiamata la sua troupe. È in una casetta senza connessione, ospite di un piccolo villaggio ancora molto ancorato alle tradizioni. Cosa ci faccia lì è quello che gli chiedono un po’ tutti, ma non sa rispondere. Capiamo poi che quel piccolo posto è la metafora dell’Iran: non permette al regista di girare, soffre le conseguenze del suo tentativo di rappresentarlo ed è prigioniero di tradizioni datate.

Soprattutto, però, il villaggio è a due passi dal confine con la Turchia. Forse è questo l’inconfessabile motivo che ha spinto Panahi fin là. La tentazione di scappare, di poter vivere una vita dignitosa e smettere di nascondersi. Ma allo stesso tempo l’onta di rinunciare ai propri ideali, di barattare la libertà individuale con la lotta per il bene collettivo. Sul confine, al crepuscolo, il regista riflette e poi scappa spaventato.

Il film trova la sua forza nell’onestà disarmante con cui riflettere sul ruolo del regista, sul suo compito e sulle sue responsabilità. Nei silenzi di Panahi si respira il suo dilemma, ma si misura anche il suo senso di colpa. Le fotografie che ha scattato nel paese hanno dato il via a un processo contro due ragazzi e hanno messo in pericolo l’uomo che lo ospitava. Il film che sta girando compromette la fuga dei suoi attori.

Accendere una macchina da presa ha delle conseguenze, dunque, e spinge a chiedersi se un artista possa pretendere un prezzo così alto per la sua arte, se il cinema sia più importante della vita. Ma fare un film non è neppure solo un coltello, per un regista è una necessità. Agli uomini del villaggio che gli chiedono di onorare il loro mondo, Panahi risponde chiedendo di fare la stessa cosa con il suo, che sono le immagini.

No Bears è un film sul confine, sui limiti che si moltiplicano davanti allo sguardo di chi non sa ignorarli. Si addentra con il coraggio di chi non nasconde i propri timori verso un territorio che qualsiasi altro titolo della Mostra non sfiora neppure. Un anziano del villaggio avvisa Panahi che nel buio potrebbe trovare gli orsi, poi si ricrede. Dov’è la verità? Da nessuna parte, perché vivere, fare del cinema, fare politica significa scegliere la propria verità su un confine senza indicazioni.