Enrico Deaglio: “Ecco il film che ha fatto crescere il mio libro”

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Io mi sento onorato da questo film, in particolare perché sono l’autore del libro da cui è tratto. Patria lo scrissi in un anno, chiuso in casa con milioni di sigarette, e il conforto di Andrea Gentile a scrivere le note, a trovare le fonti, a dare gli spunti essenziali. Il titolo era imponente e provocatorio – Patria – e aveva l’ambizione di parlare di quello che era successo all’Italia negli ultimi trent’anni.

Il testo era una collezione di notizie, fatti, discorsi, statistiche, con la trovata di metterli tutti al tempo presente, come si fa nei film. “Un tipo entra in un bar… Un ragazzo entra con una borsa in una stazione affollata … Un banchiere vede entrare nella sua stanza d’albergo a Londra due strane figure e poi non ricorda più niente … Un giudice a Palermo parla dell’amore per la sua città, nel suo ultimo discorso pubblico prima di saltare in aria….”. L’Italia (la patria, il paese più bello del mondo, oppure ‘sto cazzo di posto in cui viviamo e che non cambierà mai’, a seconda degli stati d’animo) è stata tutto questo e mi era venuto in mente di avvertire il lettore: “è come un film di carta”, però non è come quei film americani dove c’è un po’ di kiss kiss e un po’ di bang bang. Qui c’è troppo bang bang, troppa violenza, troppa disperazione. Ed è anche un po’ l’eco delle parole di Primo Levi, “racconteremo ma non saremo creduti”.

Io non avevo la più pallida idea però di come tutto questo potesse diventare un film. È come fare un film da un dizionario o da una guida del telefono. Oppure bisognerebbe avere grandissimi mezzi e attori, locations, costumi, comparse, budget illimitati e trasformare tutta l’Italia in un teatro, far rivivere Aldo Moro e i ragazzi che lo uccisero, le masse degli operai licenziati dalla Fiat, le migliaia di morti ammazzati di Palermo. E come si fa? Sarebbe come in quel raccontino di Borges in cui si sviluppa talmente l’arte della cartografia, che la mappa di una regione copre una provincia; sarebbe come in quell’altro racconto di Borges dove un uomo dalla memoria prodigiosa ci mette un giorno intero a ricostruire il giorno precedente….

Io mi ero limitato a dare un clima generale, di quello che era successo in Italia e lo avevo preso da un altro libro disperato, il Sotto il vulcano di Malcolm Lowry, dove il protagonista entra in un giardino dove ci sono oggetti di lavoro che gli sembrano sinistri, appoggiati al muro insieme a un cartello: “Le gusta este jardin? Que es sujo? Evite que sus hijos lo destruyan”. E poi lo scrittore aveva scritto: “parole semplici, parole semplici e terribili… parole che non producevano comunque altra emozione di un sentimento freddo ed incolore, una bianca agonia, un gelo di agonia…”

Felice Farina ha fatto uno splendido lavoro sulla disperazione italiana – ha fatto un film “popolare italiano”, come non se ne facevano più da parecchio tempo. Altro grande pregio: l’ha fatto con pochi soldi.

Mi piace quella torre paurosa e monumentale, con la mia città sotto. Salire in alto per guardare, come fanno i suicidi; com’è l’ultima visione degli impiccati.

Mi piace molto la sceneggiatura, i dialoghi, le facce degli attori. Mi piace che la sceneggiatura sia stata scritta da una giovane donna serba (Beba Slijepcevich). Il montaggio di Esmeralda Calabria è strepitoso. Perché “strepitoso”? Perché ha rotto la barriera tra fiction e repertorio, trasformando la realtà in un sogno e gli avvenimenti reali come quelle immagini che nei sogni veri appaiono come oggetti che risalgono in superficie o poi riscendono come nei gorghi, senza svelarsi completamente, oppure solo per poco tempo, senza parole, nel silenzio. Il film è onirico, le immagini fluttuano, ripetendo l’esperienza che tutto il mondo ha avuto: stare per giorni, per settimane, per mesi di fronte alla televisione a vedere l’aereo che entra nella torre, e poi il secondo, e poi la nuvola di terra, e poi gli uomini e le donne che cadono dalle finestre, e poi di nuovo l’aereo, in un loop continuo, senza audio, ipnotizzante; il film è il sogno della nostra storia, visto dall’alto. Comunica vertigini.

Per fortuna i nostri tre compagni di strada, di vita, di stabilimento, alla fine non muoiono.