Ernst, il ragazzino che si ribellò all’eutanasia nazista
In sala dal 19 gennaio (per Good Film) “Nebbia in agosto” di Kai Wessel, dall’omonimo romanzo di Robert Domes dedicato alla drammatica vicenda di Ernst Lossa: ragazzino nomade ucciso dai nazisti in uno dei manicomi destinati al “programma di eutanasia razziale” rivolto ad eliminare disabili, “disadattati” e persone della razza “sbagliata”. Come la sua …

È una storia di “diversi”, di stranieri in patria. È una storia di bambini, come nel Lager di Benigni, ma qui la vita non è bella, è atroce. È una storia di tedeschi che parlano a se stessi di un passato spesso nascosto e che ora viene prepotentemente alla ribalta.
Il titolo del film del regista Kai Wessel è leggero, anodino: Nebbia in agosto, fedele al titolo originale Nebel in august, così come il titolo del libro di Robert Domes che lo ha ispirato.

Non è un’ennesima ricostruzione dei massacri compiuti a Dachau o in altri campi di sterminio. Qui siamo in una tenebrosa e ignorata vicenda. È ambientata in un ospedale psichiatrico dove gli ospiti sono fanciulle e fanciulli. Con problemi mentali, ma anche storpi, invalidi, epilettici. Malati, insomma. Corpicini indifesi, fragili. Non appartengono alla gloriosa razza bianca voluta ardentemente dal Fuhrer.
Qui arriva un ragazzo sveglio: Ernst Lossa. Non è un nome inventato. È successo davvero. È nato nel 1929 ad Augsburg. Non ha un fisico deteriorato. Ha mostrato però atteggiamenti ribellistici. È considerato un “disadattato” ed è uno “jenisch”, una popolazione nomade europea, come i Rom e i Sinti. Per i nazisti una colpa.
Eccolo perciò tradotto (siamo nel 1941, ha 12 anni) nel manicomio, lontano dal padre venditore ambulante, privo di un certificato di residenza e quindi impossibilitato a riprendersi il figlio. Ernst, interpretato da un eccellente Ivo Pietzcker, si accosta con tenerezza a quel mondo di piccoli, li aiuta e alla fine scopre la verità. Non sono qui per guarire, per ritrovare nuove speranze di vita. Sono qui per morire, magari attraverso una deliziosa spremuta di lamponi mescolata a barbiturici. E chiamano questa distruzione di vite innocenti, con un termine ipocrita: ”eutanasia”.
Non c’è retorica nell’opera di Wessel. Tutto è raccontato con meticolosa, accurata, sassone sobrietà, forse un po’ ossessivamente prolungata. L’unica concessione alla fantasia è nel finale, un grido di libertà che riprende il grande sogno di Ernst: andare col papà in America. Senza sapere che anche in America esistevano, esistono, certo grandi spazi di libertà, ma anche fenomeni inquietanti all’insegna del razzismo.
Il medico capo (Sebastian Koch l’abile interprete) non è un nazista dagli occhi sanguinari. È una persona dai modi gentili, apparentemente convincenti. L’infermiera (Henriette Confurius) che propina i veleni non è una zitella inacidita, è una signorina deliziosa, dai sorrisini vagamente erotici. È lei che traduce la criminale ispirazione nazista in una favola. È quella del papà che col proprio bimbo a passeggio in un bosco trova un cervo con le due gambette posteriori rotte. Lo vorrebbe portare a casa ma non si può e allora lo uccide. Per il suo bene. Un atto considerato di “bontà” misericordiosa.
Un film pesante, quasi un documentario. Con un finale non detto. Il capo di quel finto manicomio, (leggiamo sul sito dello Zeit) dal vero nome Valentin Faltlhauser, è stato condannato, dopo la guerra, a una pena di tre anni, poi graziato dal ministro bavarese della Giustizia. L’infermiera Pauline Kneissler è stata condannata a quattro anni di carcere nel 1948 e rilasciata dopo un anno. Ha potuto lavorare di nuovo come infermiera pediatrica.
Un film da vedere. Perché quando si parla di inabili, di estranei, si parla anche di noi. Certo le atrocità del nazismo sono state sconfitte e forse tra i giovani tedeschi e non tedeschi di oggi, il culto della “perfetta” razza bianca è svanito. Però riemergono spesso e volentieri, paure e disprezzo verso chi non è come noi, non ha il nostro stesso Dio da pregare, non ha i nostri colori e le nostre consuetudini.
Ha scritto l’autore del libro sul quale si è basato il film Robert Domes: “La storia di Ernst Lossa è importante, soprattutto per la nostra società di oggi. Le persone non dovrebbero essere valutate per la loro utilità e la loro redditività. Perché, in particolare, le persone, che non funzionano perfettamente, i disadattati, i disabili e i perdenti, ci fanno riflettere sui valori fondamentali della nostra esistenza. Essi rendono la nostra vita più ricca, più colorata e umana”.
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