Errori dal volto umano. A Pesaro 62 “Masterclass” di Gabriel Montesi, fra Sarah Kane, Brecht e l’A.I

Alla 62ma Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro è stato presentato “Masterclass”, cortometraggio sperimentale che segna l’esordio alla regia dell’attore di “Esterno notte” e “Ammazzare stanca” Gabriel Montesi, ispirato da un duplice errore di post-produzione sfuggito al controllo degli algoritmi. Al cui uso secondo le logiche di soffocante efficienza del capitalismo contemporaneo si oppongono (anche) le idee di Bertolt Brecht, che scandiscono le prove del “Phedra’s Love” di Sarah Kane con l’ausilio dell’A.I.. E così la carica critica e politica del Novecento più radicale (ri)emerge dal negativo della postmodernità tecnocratica, lasciandoci intravedere un futuro dove l’umanità ha ancora posto…

Per Masterclass, primo corto diretto da Gabriel Montesi, presentato alla 62ma Mostra Internazionale del Nuovo Cinema – Pesaro Film Festival nella sezione Esordi Italiani, tutto nasce da un errore. Anzi due, come ci spiega lo stesso neoregista, co-sceneggiatore (assieme a Lorenzo Faggiolati) e attore già candidato ai Nastri d’argento (grazie a Sei fratelli, Ammazzare stanca, Esterno notte) e ai David di Donatello (con Favolacce): un bug nel montaggio e un disguido nell’editing A.I. del suono, spiega, «hanno prodotto qualcosa che non avevo cercato. In quella deviazione ho riconosciuto una forma, un ritmo, un linguaggio. Da allora ho iniziato a considerare l’errore non come un ostacolo, ma come una possibilità di visione». Nonché «uno degli ultimi territori non completamente assorbiti dalla logica dell’efficienza».

Ovvero, potremmo dire, l’efficienza di quel turbocapitalismo 2.0 dei nostri giorni, ormai più alieno che alienante: nel senso che fatichiamo sempre di più a riconoscerci umani, mentre navighiamo e affondiamo nei flussi di dati e denaro a immagine e somiglianza di semidei capricciosi e narcisisti (dove la Silicon Valley ha sostituito l’Olimpo) e delle loro macchine addestrate come nuovi gendarmi e forza lavoro senza diritti. Eppure qualcosa, anche qui, sembra destinata a sfuggire agli schemi. Forse perché è ancora sulla nostra intelligenza e conoscenza che si basa quella dei computer: e da lì rischia di apprendere e riprodurre il nostro antico e sano vizio di mettere in discussione l’esistente, di interrogarci e confrontarci nel riflesso dello sguardo altrui.

Come gli attori mostrati nei 13, sperimentali minuti del lavoro di Montesi, che ha filmato con due differenti macchine da presa una masterclass di recitazione teatrale incentrata su Phedra’s Love di Sarah Kane, pièce del 1996 dove la drammaturga britannica, morta suicida nel 1999, rivisita il mito incestuoso di Fedra e Ippolito che ispirò Euripide, Seneca, Racine e D’Annunzio.

Il regista ipotizza così «in un tempo senza spazio» il tentativo, tormentoso fino alla disperazione, di mettere in scena uno spettacolo sotto la supervisione dell’amata e odiata, temuta e bramata A.I.. Ma nelle parole d’ordine che sentiamo, dettate dall’inconfondibile voce ruvida dell’attore-regista (a più riprese deformata e sdoppiata come quella di un’imperfetta entità robotica) non c’è il credo distopico di una tecnocrazia a venire, bensì la teoria dello straniamento e dell’epica brechtiana, riferimento di Montesi (insieme al padre del Teatro della crudeltà Antonin Artaud) per la ricerca che ha portato a Masterclass.

Il Novecento, insomma, riemerge dalla tarda postmodernità (ormai anche post-individualista, perché nell’odierna Babilonia globale digitalizzata l’individuo sbiadisce e soccombe) a ricordarci come «il punto di vista che l’attore segue è un punto di vista sociale» e «la più piccola unità sociale non è l’uomo ma due uomini»: per ribadire, insomma, la politicità dell’arte, dopo i tentativi di rimuoverla nell’ubriacatura della molto presunta (e molto smentita) “fine della Storia”.

Di quest’ultima, invece, non ci si può liberare, allo stesso modo in cui non ci si può liberare dell’umanità. Che respira, parla, urla nelle immagini del corto, irregolari e poco familiari, ora virate al negativo, con prevalenza del viola e del blu, ora rovesciate in primissimi piani su volti, occhi, bocche, nasi, capelli. Fino a una spoliazione e un abbraccio finale che ci consegna, forse, una versione riveduta e aggiornata del brechtiano «nuovo attore dell’età scientifica»: ancora in grado di soffrire e amare, oltre che di pensare e far pensare, per nostra fortuna.


Emanuele Bucci

Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.

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