Facce e sguardi dell’Italia dei comunisti. “C’entanni dopo” il doc sul Pci (solo) da guardare

Al via da Bari il 24 settembre il tour di “Cent’anni dopo” il documentario realizzato per il centenario della nascita del PCI dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico in collaborazione con l’Associazione Enrico Berlinguer, con la regia di Monica Maurer e il montaggio di Milena Fiore. Una storia lunga un secolo condensata in trenta minuti. Un doc da guardare con altri occhi, guardando solo le figure: perché la cosa più straordinaria sono i volti, le espressioni, persino gli abiti di questa Italia dei comunisti. Prossima tappa sabato 25 settembre a Matera, proiezione alle 18 a Palazzo Lanfranchi …

Un documentario lo si può guardare in molti modi. Come uno strumento didattico per sapere cose che non si conoscono. Come uno strumento di approfondimento per scoprire aspetti sconosciuti o per ribaltare il proprio punto di vista.

Succede con le lunghe docu-serie che l’avvento delle piattaforme di streaming ha riportato in auge (l’ultima, uscita in occasione del ventennale, è una straordinaria Turning Point prodotto da Netflix per ricordare l’11 settembre 2001 e gli anni della “lotta al terrore” drammaticamente chiusi dalla precipitosa fuga dall’Afghanistan).

Oppure ci si può sedere davanti ad un documentario come questo Cent’anni dopo prodotto dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico con la regia Monica Maurer (e il montaggio di Milena Fiore), con altri occhi.

Almeno a me è successo così. I cent’anni sono quelli passati dalla nascita del Pci. Il documentario condensa in poco più di trenta minuti una storia che ha radici nella Russia del 1917, nel “biennio rosso” dell’immediato primo dopoguerra, che attraversa il ventennio fascista, la Resistenza, la nascita della Repubblica, le lotte politiche che hanno accompagnato la ricostruzione del Paese e i conflitti sociali, che hanno visto emergere la protesta studentesca e operaia degli anni sessanta e settanta, poi il complesso declino del comunismo sovietico e infine il cambio del nome avvenuto ormai da un trentennio.

Il tutto accompagnato da un testimone, (meglio da un protagonista) di almeno di un tratto di questa strada, Aldo Tortorella. Troppi fatti, troppi anni, troppi protagonisti per esser contenuti tutti in mezz’ora. Per questo – almeno per chi come me questa storia l’ha frequentata – credo che la strada migliore per guardare Cent’anni dopo sia quella di concentrarsi sulle immagini. Come si diceva un tempo dei ragazzini che non sapevano leggere e si limitavano a “guardare le figure”, credo che soprattutto chi “sa leggere” debba stavolta guardare le figure.

Perché la cosa più straordinaria sono i volti, le espressioni, persino gli abiti di questa Italia dei comunisti. Le facce dei delegati al congresso socialista di Livorno, quelli famosi e quelli anonimi. Tra cappottoni e fiocchi, tra lobbie e cappelli c’è il barbone di Turati, le facce di Bordiga e Terracini, c’è il volto di un Gramsci giovanissimo ripreso di profilo, lontano dall’iconografia abituale. C’è un Togliatti magro coi tratti delicati e la voce quasi femminea (ma parole graffianti) che parla in francese al congresso dell’Internazionale Comunista. C’è Luigi Longo con la sua faccia da contadino piemontese e Berlinguer che spiega in tv che cosa è il socialismo secondo il Pci.

Ma soprattutto ci sono i volti degli operai, degli scioperi antifascisti con le braccia incrociate, ci sono i contadini delle lotte per la terra che camminano sui campi con le facce tirate e addosso le giacche della domenica perché questi cortei sono una festa dopo tanta quaresima.

Ci sono i compagni e le compagne ai comizi, con le facce serie di chi ascolta e capisce, di chi non applaude finché non è convinto, di chi non sorride mai a favore di telecamera o di cinepresa. Ci sono il dolore dei funerali, le bare baciate, i pugni chiusi, gli occhi bagnati, i volti tesi di Fellini, Scola, Antonioni, Rosi, Lizzani e Pontecorvo che vegliano sul feretro di Berlinguer, i titoli dell’Unità i furgoncini delle edizioni straordinarie, le bandiere rosse.

È un popolo che cambia nel tempo, che diventa sempre più femminile a partire dagli anni Settanta fino alla comparsa del femminismo, ai cortei delle donne per il divorzio e l’aborto. Tra le tante immagini che raccontano il Pci (e raccontano l’Italia di quegli anni) ci sono i cortei e le assemblee dei metalmeccanici, le loro vittorie e le loro sconfitte.

La prima è un’assemblea di fabbrica in cui si mette ai voti il contratto del 1969 (quello dei consigli di fabbrica e degli aumenti salariali, dell’orario di lavoro a 40 ore) con l’operaio che lo presenta ai suoi compagni in una gigantesca sala mensa con queste parole: “Un contratto così non si era mai visto”.

La seconda sono i cancelli della Fiat nel 1980 in cui Berlinguer si presenta con l’aria mesta di chi sa già di aver perso quella battaglia e forse addirittura quella guerra: la pellicola ci restituisce un rosso sfocato, un clima d’autunno freddo.

Ognuno, in queste immagini (una frazione millesimale dell’enorme patrimonio iconografico dell’Aamod) può trovare i volti e i ricordi che vuole. A me restano un paio di istantanee: il comizio di Togliatti allo stadio dei Marmi, dove tra le statue tronfie degli atleti nudi, il popolo comunista torna a salutare il suo capo dopo l’attentato. I volti davvero pieni di sorrisi che vanno al di là della politica ma che raffigurano una enorme famiglia che festeggia uno scampato pericolo. E poi Laura Betti, coi suoi grandi occhi tristi che ascolta un comizio appoggiata a una transenna. Buona visione.