“Fanti e canti all’italiana. Il nostro inno pacifista raccontando le guerre che furono, pensando alle tante di oggi”

In onda domenica 18 aprile su Sky Arte (ore 21.15), “Scherza con i fanti“, secondo film doc del dittico di Gianfranco Pannone e Ambrogio Sparagna dedicato alla cultura popolare. Dopo “Lascia stare i santi” (passato su Sky l’11 aprile) ora una riflessione “sul sofferto rapporto del popolo italiano con il mondo militare e più ampiamente il potere, fino a coinvolgere un amor patrio, che ai più arriva estraneo”, scrivono gli autori. “Senza dimenticare l’idea di un più universale inno alla pace, convinti che le sanguinose vicende italiane, avvenute lungo ben due millenni, possano finanche rappresentare un monito per tutti, pensando ai conflitti di questo frangente storico”. Entrambi i doc sono disponibili in dvd …

 

Per noi è una gran gioia che in questa domenica 18 aprile esca il nostro Scherza con i fanti. Andare in tv per un film documentario di nicchia non è cosa da poco, dopo l’uscita nelle sale e la distribuzione in home video a cura di Istituto Luce Cinecittà.

Quello che abbiamo colto, portando Scherza con i fanti in diversi festival italiani e all’estero, è una partecipazione emotiva che attraversa età e classi sociali diverse; come se il nostro film documentario andasse a estrarre da ciascuno di noi un dolore non solo nostro, ma di un passato famigliare e collettivo che pure ci appartiene.

Le guerre, che ovunque portano dolore e distruzione, a noi europei sembrano lontane, ma un po’ tutti nel profondo sappiamo che non è così. E i nuovi “venti di guerra”, in Libia come in Medio Oriente e in tante altre parti del mondo, che incombono su di noi, non aiutano certo l’illusoria aria serena dell’Ovest.

Ecco perché è importante non lasciarsi alle spalle il passato, ma servarne al contrario la memoria. La cosa può arrivare a taluni inutile e fastidiosa, ma noi abbiamo voluto realizzare questo film perché pensiamo realmente che l’Italia, con tutto il suo passato di invasioni e di violenze, oggi abbia molto da insegnare al mondo.

Dietro di noi a tutto questo ci hanno già pensato i nostri maestri, dal grande Rossellini di Paisà al Mario Monicelli de La grande guerra e della mai dimenticata Armata Brancaleone, da Francesco Rosi e il suo Uomini e no, durissimo atto d’accusa alle alte sfere militari, al più recente e intenso film-testamento di Ermanno Olmi, Torneranno i prati, ambientato nel terribile 15-18. Tutti film che fanno tremare i polsi per importanza e bellezza, ma che non ci hanno impaurito, anzi, li abbiamo colti come un incoraggiamento a dire anche la nostra.

Scherza con i fanti raccoglie canti popolari, diari di guerra, storie di ieri e di oggi, con l’ambizione di raccontare, senza mai rinunciare all’umorismo, il sofferto rapporto del popolo italiano con il mondo militare e più ampiamente il potere, fino a coinvolgere un amor patrio, che, retorica a parte, ai più arriva estraneo.

Questo ci eravamo prefissati già da tempo, senza dimenticare l’idea di un più universale inno alla pace, convinti che le drammatiche e assai spesso sanguinose vicende italiane, avvenute lungo ben due millenni, possano finanche rappresentare un monito per tutti, pensando, appunto, ai complessi conflitti di questo frangente storico.

Sì, l’Italia ha da insegnare molto al mondo in questo senso. Lo dicono anzitutto i suoi canti popolari, dove spesso, esclusa la scellerata parabola del fascismo, piuttosto che l’esaltazione dell’andare in guerra, viene trasmesso il senso dell’allontanamento dai propri cari, nella quasi certezza che si diventerà carne da macello.

D’altro canto lungo i primi decenni del 900 l’Italia è stata principalmente un Paese di contadini e pastori. E si sa che allontanare il “cafone” dalla propria terra, inviandolo per giunta in luoghi lontani, estranei, com’era spesso, ad esempio, per la gente del Sud, significa anche mandare in rovina una famiglia. Senza dimenticare che da noi si trattava di allontanamenti dall’alto forzati a causa dei confitti nazionali e internazionali, ma, va aggiunto, anche per via delle emigrazioni dovute alla miseria, che poi è come andare in guerra.

Il sentimento cristiano che, malgrado i repentini cambiamenti culturali e sociali degli ultimi decenni, accompagna da secoli la storia degli italiani, ha fatto il resto.
Ecco il perché della scelta nel film di un soldato testimone dei nostri giorni, Vincenzo Marasco, che il suo diario lo ha scritto nel 1999 in Kossovo, dov’era in missione.

Vincenzo si sente un soldato della pace, ma al tempo stesso dichiara che lui morirebbe per la Patria. Si potrebbe dire un soldato ideale, fiero e generoso, il buon soldato di letteraria memoria. Ma Vincenzo è un uomo in carne ed ossa e sa anche piangere sui suoi ricordi senza vergognarsene. Oltre certi luoghi comuni, è un autentico italiano, sentimentale e riflessivo. Di sicuro, come lui stesso dichiara, oggi ben poco condizionato da certe cecità delle alte sfere militari, che in passato non trattavano di sicuro i soldati come essere umani.

Una storia complessa quella italiana, dicevamo, e per questo avvincente.
Il valtellinese Carlo Margolfo, bersagliere nel Regio esercito all’indomani dell’Unità d’Italia, la cui voce è riproposta da un arcigno Roberto Abbati, non esita a scrivere che è meglio fare il soldato che morire. E lui, Margolfo, lo sapeva bene, visto che aveva combattuto anche per gli austro-ungarici.
Si andava in guerra soprattutto per fame.

E che dire dello struggente canto siciliano, La partenza, intonato da Mario Incudine, da noi proposto sulle immagini dei carrarmati abbandonati nel deserto di El Elamein? Piangono gli occhi miei lacrime amare/la lontananza che mi fa morire… E ancora, in un bellissimo canto friulano Gabriella Gabrielli intona: Che il Signor fermi la guerra/che il mio amato torni al paese. Una donna che implora Dio e i santi con forza, senza badare alla Ragion di Stato, che sente lontana, persino ostile.

La sofferenza non è “piagnona”, ma concreta, viva. Gli italiani spesso non sapevano neanche perché andavano in guerra. E ad accompagnarli era un altisonante inno alla Patria che ben poco sentivano. Il contrario di ciò che invece sente oggi il nostro Vincenzo, soldato consapevole, che al fucile preferisce la sua amata zampogna, ma pronto comunque a immolarsi per il proprio Paese (“Io per la patria morirei”, dichiara deciso nel film). E che sente anche uno scrittore di pregio come Ferruccio Parazzoli, che da Piazzale Loreto, a Milano, dove abita da lungo tempo, nel nostro film riflette sul Mussolini dileggiato e poi messo a testa in giù da quegli stessi italiani che poco tempo prima lo avevano venerato come un dio.

Il fascino indubbio dei materiali d’archivio conservati all’Istituto Luce fa il resto.
Spesso si tratta di cinegiornali e documentari di propaganda, vero e proprio contrappunto ai diari e alle canzoni che abbiamo scelto. Ma, anche grazie alle ricerche di Nathalie Giacobino dell’Archivio Luce, sono emersi altri documenti, che al tempo stesso ci restituiscono un’Italia umile e bella, per molti versi struggente.

Come può avere accolto così tanta bellezza tanta insopportabile violenza? Ci siamo chiesti anche insieme al direttore della fotografia, Niccolò Palomba. E le nostre risposte, oltre che con le immagini di paesaggi al tempo stesso ridenti e drammatiche, le abbiamo trovate in alcune vicende umane che portano in sé fierezza e dolore, persino tracotanza a cui segue un ripensamento profondamente umano.

Come è nel caso dell’autista del Regio esercito Elvio Cardarelli (a cui dà voce un prima sfrontato, poi sconfitto Clemente Pernarella), che da Viterbo parte giovane fascista per l’Etiopia, sul cui suolo l’Italia combatte la sua ultima guerra coloniale, e dal cui diario si fa avanti un po’ per volta, mese per mese, l’amarezza e anche il disgusto verso le violenze dei gas e dei lanciafiamme italiani ai danni delle popolazioni locali. Cardarelli, poi, morirà per i troppi stenti subiti pochi giorni dopo il suo rientro in Italia.

Come apre il cuore il diario della partigiana cattolica Rosetta Solari (affidata alla bella voce di Alice Giroldini), studentessa universitaria della Val di Taro, sull’Appennino parmigiano, che nel 1944-45 combatte due guerre: una contro i nazifascisti, l’altra contro gli stessi partigiani suoi commilitoni, che non la volevano con loro nei panni di un soldato donna, preferendola relegata al ruolo gregario di “semplice” staffetta. Una sola frase per lei: quando la terribile guerra è doveroso farla.

Con il nostro prezioso montatore, Angelo Musciagna, non è stato facile mettere insieme tutte queste cose. Scherza con i fanti lo abbiamo montato, smontato e rimontato più volte, certi che un tema così complesso come quello del contraddittorio e diffidente sentimento degli italiani verso il mondo militare, la guerra e più in genere il potere, avesse bisogno di un approccio quanto più possibile semplice e diretto.

Ci siamo riusciti? Non sta a noi dirlo. Ma siamo consapevoli e anche fieri di una cosa: che i nostri fanti completano un percorso cominciato insieme all’Istituto Luce Cinecittà (non finiremo mai di ringraziarlo per averci accolto), dieci anni fa con Ma che Storia…, film sul controverso percorso unitario del nostro Paese, realizzato in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia; e proseguito poi con Lascia stare i santi, viaggio nella religione più profonda tra canti popolari e testi letterari, che insieme a Scherza con i fanti compone un dittico.

Gli italiani, proprio perché forti di una storia complessa, nel tempo hanno imparato a difendersi. Una forza profonda, che crediamo sia dura a morire, ieri come oggi; anzi, oggi, al tempo del coronavirus, ancor più. D’altro canto più di duemila anni di storia intensa e controversa non sono affatto pochi. E ci piace chiudere queste pagine con un pensiero a Pulcinella, per eccellenza la maschera popolare italiana (e non solo napoletana), che nei nostri fanti compare in veste di burattino nelle sapienti mani dell’artista Maurizio Stammati.

In una scena del film, Pulcinella sfida la morte, che è arrivata per prenderlo e portarlo via, e la sconfigge. La morte, invece, in una scena precedente si porta con sé Mussolini. Come a dire che secoli e secoli di storie violente hanno forgiato il popolo italiano, fino a farlo diventare più forte di quello stesso potere che da sempre lo ha vessato e cinicamente usato.