Fellini nell’ironico diario di Scola. Omaggio della scuola Volontè a un grande padre, anzi due

Appuntamento lunedì 22 novembre (ore 18) al cinema Farnese di Roma per l’omaggio ad Ettore Scola organizzato dalla scuola di cinema Volontè di cui l’autore è stato tra i padri fondatori. Per l’occasione proiezione di “Che strano chiamarsi Federico”, ultimo lavoro firmato dal regista de “La terrazza”. Lo presentano la figlia e sceneggiatrice Silvia Scola insieme a due ex-allievi della Volontè: Ernesto D’Argenio (anche tra i vincitori della II edizione di Bookciak, Azione!) e Andrea Mautone. Qui riproponiamo l’intervista allo stesso Scola pubblicata su “l’Unità” del 7 settembre 2013 per la proiezione del film alla Mostra …

Il presidente Napolitano che dice: “Un film emozionante”, le ripetute standing ovation, la commozione generale. Non si poteva immaginare un’accoglienza più trionfale per il ritorno dietro alla macchina da presa di Ettore Scola.

Il suo Che strano chiamarsi Federico, presentato al Lido, è stato davvero l’evento speciale di questa Mostra. Un tuffo nei ricordi, nel taccuino di appunti di un grande autore che racconta di un altro grande autore con l’emozione e l’ironia di un cinema che ha saputo costruire l’identità culturale del nostro Paese.

Sarà per questo che l’omaggio di Scola a Fellini ha commosso la Mostra? Se lo chiede per primo e addirittura sorpreso lo stesso autore di C’eravamo tanti amati: «Non credevamo di aver fatto Catene», dice ironico Ettore Scola riferendosi al drammone di Raffaello Matarazzo davanti alla platea di giornalisti.

«Tutti che dicono di aver pianto, di essersi commossi – aggiunge – ma perché? C’è da piangere per chi resta dimenticato ma per Federico… Come se uno dicesse: piango per Leopardi. E Federico è come Leopardi, Dante o Machiavelli… È parte della nostra cultura e del nostro immaginario».

Nessuna operazione nostalgia, dunque per questo «album di fotografie, fiori secchi e pure una mosca che è rimasta schiacciata tra le pagine», dice cercando una definizione per il suo film. «Se fosse stato così avrei tradito il mio cinismo di cui spesso mi accusano. E il primo ad incazzarsi sarebbe stato proprio Federico».

Piuttosto prosegue Scola «è un diario pieno di ricordi che come tutti i ricordi a volte sono offuscati. Bisognava riordinarli e a questo hanno pensato le mie figlie». Silvia e Paola, infatti, hanno scritto insieme a lui la sceneggiatura e messo mano, anche, a quell’enorme mole di repertorio fatto di interviste, dietro le quinte – straordinari i provini a Gassman e Sordi per il Casanova – e poi, ovviamente i suoi film, per uno splendido mix tra finzione e documenti.

“Noi siamo partiti proprio dal rapporto ironico che c’era tra mio padre e Fellini – dice Silvia – per raccontare l’allegria e la vitalità». Conferma e ribadisce Ettore: «La nostalgia e i rimpianti non sono il mio forte. Pensate del resto a quanto si è guadagnato oggi rispetto al passato. Noi, soprattutto durante il ventennio eravamo come degli aborigeni che non avevano nulla. Ci potevamo divertire giusto col Marc’Aurelio, Bertoldo. Oggi i giovani hanno ben altre possibilità. Comunque sia si va avanti. Altrimenti saremmo fregati. Insomma dire non ci sono più i bei tempi di una volta… Ecco proprio no».

Si racconta Scola, con serenità ed ironia, come lo vediamo nel suo film. Parla di tenerezza piuttosto, la grande tenerezza di Federico per le donne, prosegue. «Di lui dicevano che fosse un qualunquista, un maschilista ma non è affatto vero. Nessuno come lui ha saputo guardare con così tanta tenerezza il volto della Ekberg o la stessa Saraghina di Otto e mezzo, volto truce ma pieno di tenerezza».

Racconta poi di questo suo ritorno al cinema. Al quale è stato praticamente «trascinato» da una folla di entusiasti convinti che per i vent’anni della scomparsa di Fellini ci volesse il ricordo di «uno che lo conosceva bene». Felice Laudadio, Roberto Cicut- to, sono stati loro i «mandanti».

«Erano anni ormai che mi godevo la pensione», sottolinea divertito. Poi ci sono messi anche i nipoti, come racconta Silvia che l’hanno coinvolto nella stesura del soggetto. E così alla fine è stata tutta la famiglia Scola ad essere coinvolta. «Io praticamente non ho fatto nulla, hanno pensato a tutto loro. Ho cinque nipoti – racconta lui stesso con l’aria del grande patriarca – e ognuno di loro appare nel film».

Tommaso Lazotti nei panni di Fellini giovane, Giacomo Lazotti in quelli di Scola giovane, poi Pietro in quelli del grande disegnatore Attalo e pure Anita in quelli di una fan di Federico. E persino la moglie Gigliola in un esilarante cammeo: fa la parte della madre di Mastroianni arrabbiatissima con Scola perché nei suoi film ha sempre reso bruttissimo il suo bel Marcello.

È un grande film di famiglia Che strano chiamarsi Federico. La famiglia stessa del cinema di cui Fellini è stato un grande padre. E che sul finale, al momento del suo funerale, vediamo scappar via rincorso dai carabinieri in alta uniforme, come Pinocchio. «Una fuga dalla morte – conclude Scola – che solo i grandi si possono permettere sapendo di potersi rifugiare nell’immortalità».