Fraterne crudeltà da Far West. È “Il potere del cane” il libro che ha ispirato Jane Campion

Jane Campion ha vinto Venezia 78 come miglior regista con “The Power of the Dog”,  vi raccontiamo il libro a cui è ispirato. “Il potere del cane” scritto dal raffinato Thomas Savage uscito a Boston nel ’67 dello scorso secolo. Siamo negli anni Venti tra terre aride e selvagge del West dove vivono due fratelli giunti ai ferri corti per il matrimonio di uno dei due. Un libro potente, tenuto senza sbavature da un saldo lazo di tensione, senza far uso di pistole o scalpi, perché a ferire sono solo i silenzi o le dure parole …

 

Cominciamo dal titolo. Come prima domanda mi chiedo: ma in Usa quando scade il diritto d’autore?
A forse neanche quarant’anni di distanza ne sono usciti in America ben due, di romanzi, con questo nome. Che, per entrambi, allude al salmo 21 della Bibbia: “Libera l’anima mia dalla spada, e il mio cuore dal potere del cane”.

In ogni modo, il cane che – in questo caso – ci riguarda non è quello del 2005 del newyorkese Don Winslow specializzato in polizieschi e narcotraffici, ma quello scritto dal raffinato Thomas Savage uscito a Boston nel ’67 dello scorso secolo.

Libro potente, tenuto senza sbavature da un saldo lazo di tensione – senza far uso di pistole o scalpi, perché a ferire sono solo i silenzi o le dure parole – tra terre aride e selvagge del West dove soltanto l’artemisia riesce a crescere.

Protagonisti della storia due fratelli del Montana o Utah che i vecchi genitori, rifugiati a Salt Lake City in una suite di un Grand Hotel, luogo dal clima decisamente più confortevole e mondano, hanno lasciato a gestire il loro ricco Ranch.
Il più importante della vallata per terre e mandrie copiosissime.

Siamo negli anni Venti e la ricchezza è arrivata con l’oro ai loro avi pionieri.
Scapoli, quarantenni, diversissimi, i due Burbank, che ancora condividono la camera di quando erano bambini – nonostante i vasti spazi della dimora – si sono subito spartiti gli incarichi per caratteriale affinità.

George, il più giovane, tarchiato, solido, lento, di poche parole, forse anche privo di sense of humor, si occupa di amministrazione. Phil, alto asciutto, conversatore brillante, dotato di un crudele senso dell’umorismo, dirige il lavoro dei numerosi mandriani.

Tipo pungente e creativo anche con le mani che usa esenti da guanti protettivi perché la sfida non è mirata solo contro gli altri, ma anche, e soprattutto, contro il suo stesso corpo, snobbando usanze da “femminucce” – alludendo ai ragazzi che a Napoli chiamerebbero “femminiélle”- tipo tagliarsi i capelli, lavarsi prima di un mese, e mai in altro luogo che non sia un laghetto o una pozzanghera, e mettersi addosso qualcosa che non sia una consunta salopette.

Tra le altre doti del cawboy votato al super machismo, c’è anche un odio sviscerato per gli ebrei, oltre alla esplicita fobia per le “femminiélle”, sindrome che a quell’epoca muoveva i primi passi dell’oca nella civile Europa.
Odio che nasce dall’odio di chi non riesce ad accettare qualcosa della propria identità. In questo caso un’evidente omosessualità.

Qualcosa irrompe all’improvviso nel loro ritmo abituale: George s’innamora di una giovane vedova che gestisce una locanda con l’aiuto di un figlio adolescente abile nel decoro di fiori di carta.
Dote creativa che per Phil non rientra tra quelle di un sano macho.
E George non solo s’innamora, ma se la sposa la sua Rose e se la porta a casa con figlio a seguito. Fatto che scatenerà la raffinata crudeltà del fratello che da allora avrà un unico intento: rendere la loro vita un inferno.

Savage ha raccontato che ha scritto questa storia attingendo a veri fatti di famiglia. Era anche lui figlio di ricchi possidenti della stessa zona. George ha un carattere simile a quello del secondo marito della sua bella mamma, mentre Phil era uno zio che odiava le donne e si era prefisso di distruggere sua madre.

Questo racconto, ricco di situazioni emotive e vite interiori complicate che avrà un risvolto imprevedibile e ambientato in pascoli, praterie infinite e montagne rocciose – su cui c’è chi riesce a individuare un cane pronto a ferire e chi no – descritti con rara abilità e precisione pittorica da uno scrittore convinto che anche i paesaggi determino i caratteri e le vite di chi li abita, ha evidentemente molto colpito la neozelandese Jane Campion. Tanto da riportarla, dopo il romantico Bright Star sul poeta John Keats del 2009, al lungometraggio.

La prima donna a vincere con Lezioni di piano il Festival di Cannes torna perciò ad immergerci in paesaggi ed emozioni forti.
Per farlo ha scelto l’attore inglese Benedict Cumberbatch nel ruolo del crudele Phil, il texano Jesse Plemons in quello del mite George e Kristen Dunst in quello di Rose.