“Gaza International Festival for Women’s Cinema” si farà. Nella Striscia con quello che resta
Dal 26 al 31 ottobre si svolgerà, nonostante tutto, la prima edizione di Gaza International Festival for Women’s Cinema. Le proiezioni saranno allestite tra le macerie, tra le tende, col poco che resta e la volontà di resistere del popolo palestinese. Una prima edizione simbolica che sarà aperta da “The Voice of Hind Rajab” proiettato per la prima volta nel mondo arabo. In cartellone film provenienti da 80 paesi. Internazionale anche la rete di solidarietà di tantissime associazioni e realtà culturali che hanno permesso la nascita del festival …

Vorrei portarvi, per qualche minuto, dentro una sala cinematografica che nessuno di noi ha mai visto, ma che esiste.
È a Gaza, nel cuore del genocidio. Una sala-territorio ferita, bombardata, improvvisata, forse senza sedie, senza corrente stabile, che sarà allestita in mezzo alle macerie, tra le tende dei sopravvissuti. Eppure, quando sullo schermo comincia a muoversi un’immagine, lì accade qualcosa di straordinario: un atto di resistenza. Una comunità che, nonostante tutto, continua a vivere, e con quello che le rimane, tra tanta distruzione, riesce a organizzare un momento di unità e resistenza culturale.
Parliamo del Gaza International Festival for Women’s Cinema, che si terrà – ed è questa la notizia incredibile – a Deir al-Balah, nel cuore della Striscia, a metà strada tra Gaza City e Khan Younis, e a pochi chilometri dal mare, dal 26 al 31 ottobre.
La prima edizione del festival si svolgerà, con i mezzi di fortuna imposti dalla situazione, in concomitanza con la Giornata Nazionale della Donna Palestinese, che ricorda la prima Conferenza delle Donne Palestinesi svoltasi a Gerusalemme nel 1929.
Un festival nato in condizioni che dovrebbero rendere impossibile anche solo pensare di fare cultura. E invece, la cultura accade. Il festival è prima di tutto un gesto civile e politico, un modo per affermare che la vita, la memoria e la creazione non si possono bombardare.
Settantanove film provenienti da ventotto paesi – tra lungometraggi e cortometraggi, fiction e documentari – raccontano le vite, le voci e le lotte delle donne. Autrici, autori, tecniche e tecnici scelgono di non interrompere il racconto. E quando questo racconto si compone di settantanove film, diventa un coro: voci di lavoro, di maternità, di corpo, di amore, di libertà; sguardi intimi e collettivi; frammenti di dolore e di speranza. È, forse, la definizione più alta di resistenza culturale.
“Su questa terra c’è ciò che merita la vita,
su questa Terra, la Signora della terra,
madre degli inizi e madre delle fini.
Si chiamava Palestina.
Continua a chiamarsi Palestina”, recitano le parole di Mahmoud Darwish. Questa stessa poesia oggi è la voce del Gaza International Festival for Women’s Cinema.
A fondare il festival è stato Ezzaldeen Shalh che ha perso la casa e parte della famiglia e oggi vive in una tenda. Eppure crede che la cultura e l’arte siano forme di resistenza. Il suo impegno non è solo organizzativo, è una dichiarazione politica e morale. Il cinema, in Palestina, è una forma di sopravvivenza, una prova di esistenza. Questo non è un festival su Gaza, ma con Gaza, e da Gaza verso il mondo.
La serata inaugurale è affidata a The Voice of Hind Rajab della regista tunisina Kaouther Ben Hania che, per la prima volta sarà proiettato nel mondo arabo: un gesto simbolico, un atto di alleanza artistica e umana. Presidente onoraria è Monica Maurer, regista e ricercatrice che da decenni lavora sulla memoria visiva palestinese. Due le giurie: una per i film di finzione e una per i documentari. Presidente della prima è la regista e sceneggiatrice francese Céline Sciamma, affiancata dal regista marocchino Mohamed El Younsi, l’attrice italiana Jasmine Trinca, il regista e scrittore palestinese Fajr Yacoub e l’attrice e regista teatrale algerina Moni Boualam.
Alla presidenza della giuria dei documentari è la regista palestinese Annemarie Jacir, autrice tra l’altro del film Palestine 36 in corsa per l’Oscar in rappresentanza della Palestina. Con lei il regista e produttore bahreinita Bassim Al Thawadi; la produttrice italiana Graziella Bildesheim e presidente dello European Women’s Audiovisual Network; il regista kuwaitiano Abdulaziz Al-Sayegh e la montatrice cubana Maricet Sancristobal, coordinatrice del dipartimento di montaggio alla EICTV di Cuba.
Tra le iniziative più significative c’è anche il progetto “Dare potere alle donne a Gaza”, un programma di formazione rivolto a alle giovani che desiderano lavorare nel cinema. Ventidue partecipanti seguiranno un percorso di cinque mesi tra scrittura, regia, fotografia, produzione e montaggio, realizzando quattro documentari brevi interamente ideati da loro. Il workshop, inizialmente previsto durante il festival, è stato rimandato alle prossime edizioni, ma resta un tassello fondamentale del percorso del GIFWC. L’obiettivo è duplice: dare voce a chi vive ogni giorno l’assedio e offrire strumenti concreti di indipendenza e autodeterminazione. Perché anche imparare a raccontarsi, in un luogo dove tutto viene negato, è un atto di cura e di resistenza.
Il Gaza International Festival for Women’s Cinema nasce e cresce dentro una rete internazionale di solidarietà culturale, che continua ad allargarsi come una costellazione viva. Tantissimi i partner internazionali: il Ministero della Cultura Palestinese, l’European Women’s Audiovisual Network, il Leeds Palestinian Film Festival, l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD), Nazra – Palestine Short Film Festival, la Casa Internazionale delle Donne, il Festival di Cinema delle Donne di Firenze, l’Associazione Cultura è Libertà, la Resistance Culture Foundation di Yara Lee, l’EICTV di Cuba, e queste stesse pagine web.
Il Gaza International Festival for Women’s Cinema, insomma, offre una direzione, una traccia operativa: costruire ponti concreti di collaborazione, aprire una corsia preferenziale per Gaza, per la Palestina, per chi continua a creare dentro l’assedio. Per non distogliere lo sguardo. E per unire Gaza al resto del mondo, intrecciando lingue, estetiche e politiche della resistenza culturale.
Milena Fiore
Milena Fiore è responsabile dell'area tecnica della Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD). E fa parte dell'Assemblea dei garanti. Opera come video editor e digital archive technician. Ha curato il montaggio di numerosi progetti a carattere storico, politico e sociale, oltre che di live performance. Si occupa anche di formazione e laboratori audiovisivi, in particolare con l'associazione CroMA. Attualmente sta lavorando al film "Shooting Revolution" di Monica Maurer.




Felice di sapere che il festival si terrà e pronta a collaborare Sono stata a Gaza 30 anni fa x un documentario sulle donne e l Islam e documentai una realtà molto attiva piena di speranza delle giovani donne intervistate . Come tutti soffro nel vedere oggi cosa resta di quel popolo coraggioso e resilinte