Se la “voce di Hind Rajab” continua a non essere ascoltata. E Netanyahu, indisturbato dai governi, continua il massacro
È in sala dal 25 settembre (per I Wonder) “The Voice of Hind Rajab” il Leone d’oro di Venezia 2025 che non ha vinto il Leone d’oro. “La voce di Hind è la voce di Gaza, continuerà a risuonare finché non ci sarà giustizia sui crimini dell’esercito israeliano», aveva detto la regista Kaouther Ben Hania al Lido ricevendo il secondo premio. E la voce di Hind resta inascoltata: Netanyahu all’Onu non ha dovuto giustificarsi di nulla; dieci giorni dopo, il più imponente sciopero da vent’anni è finito sui media per due vetrine rotte, non per i sessantamila morti. Dieci giorni dopo, si chiede ad una flotta umanitaria che porta aiuti di fermarsi, non si chiede a Tel Aviv di bloccare il genocidio …

Da Venezia a Roma, è passato solo un mese. È passato solo un mese dall’anteprima alla ottantaduesima mostra del cinema all’arrivo nelle sale cinematografiche. Fuori non è cambiato nulla: chi ha ucciso Hind Rajab, i suoi familiari ed i suoi soccorritori continua a fare strage di altri bambini, altre famiglie, di chi vorrebbe soccorrerli. Se è cambiato qualcosa, mi pare, è però sul come lo si “vive” in sala.
Naturalmente, lo capirebbe chiunque, si parla del film franco-tunisino The Voice of Hind Rajab, diretto dalla regista tunisina Kaouther Bern Hania e interpretato da Saja Kilani, Clara Khoury, Motaz Malhees, Amer Hlehel. Pellicola alla quale un po’ tutti assegnavano il Leone d’Oro ma che misteriosamente – ma neanche tanto – s’è dovuto accontentare di quello d’argento.
Il racconto scioccante – anche se nessuna definizione, neanche la più brutale può render conto – dell’inutile tentativo di salvare una bambina palestinese di Gaza. Intrappolata in un’auto colpita dai soldati israeliani. Circondata dai cadaveri di cugini e zii già crivellati. Una storia – ma anche questo lo sanno tutti – raccontata attraverso la voce della piccola, registrata negli uffici della Mezza Luna Rossa, che inutilmente chiede, supplica di essere portata via.
Le reazioni, si diceva. Chi era al Lido sa – e chi non c’era l’ha letto sui resoconti – che il film è stato accolto da un’ovazione mai registrata prima. Ventidue minuti di applausi, platea in piedi. Ventidue minuti: record, come scrive chi ha il coraggio di accomunare quella proiezione ad altre, ad altri film, su altri argomenti.
Chi l’ha visto a Roma, nella prima serata di proiezione, si accorge subito che il film è recepito, è “vissuto” dalle persone in un altro modo. Non si applaude. Non ci si alza. Si resta in silenzio. Si resta fermi.
Certo al Lido il clima era diverso. Le cronache erano piene delle iniziative di Venice4Palestine, il corteo con attori, registi, persone per le strade del Festival. Le foto con la bandiera della resistenza palestinese. Qualche spilletta addirittura sul tappeto rosso (nonostante divieti e perquisizioni).
Sembrava, sì sembrava, che il cinema – dopo tre anni di silenzio, con l’eccezione di pochi operatori militanti – potesse dar voce a chi non poteva parlare. Perché impegnato a sfuggire le bombe che cadono dal cielo. Sembrava che la cultura, il mondo della cultura potesse rompere la diga di indifferenza dei governi e delle istituzioni. Sembrava che il film di Kaouther Bern Hania o le parole ascoltate dal vivo di Sepideh Farsi potessero fare da contraltare alla propaganda di Netanyahu.
È durato poco, però. The Voice of Hind Rajab non ha vinto il Leone d’oro, non gliel’hanno fatto vincere. Ed è simbolicamente rilevante. Quel film (vale la pena ricordarlo: si sono aggiunti alla produzione Brad Pitt, Joaquin Phoenix, Rooney Mara, Jonathan Glazer e Alfonso Cuaron) registrato in due ambienti, quelle della Mezza Luna Rossa, è un film vero e proprio. Certo con un approccio documentaristico, rigorosissimo, come il precedente della regista, Quattro Figlie. Segnato, naturalmente dalla voce della bambina, che supplica di aver la cosa più naturale: tornare dalla mamma. Ma segnato anche dagli sguardi, dalle non parole, di chi è al centro soccorsi, impotente, frustrato. Rassegnato.
Eppure The Voice of Hind Rajab non ha vinto il Leone d’oro. Un mese dopo quell’ovazione al Lido, Netanyahu ha parlato all’Onu e non ha dovuto giustificarsi di nulla; dieci giorni dopo, forse il più imponente sciopero da vent’anni è finito sui media per due vetrine rotte, non per i sessantamila morti. Dieci giorni dopo, si chiede ad una flotta umanitaria che porta aiuti di fermarsi, non si chiede a Tel Aviv di bloccare il genocidio.
Ed allora chi guarda il film, in sala, resta in silenzio. Sguardo a terra. The Voice of Hind Rajab ha perso a Venezia, perché tutti hanno perso a Gaza, a Roma, a New York.
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