Il Leone d’oro miagola. A Venezia trionfa Jim Jarmusch, solo Gran Premio per il film su Gaza

La Mostra del Cinema di Venezia ha perso l’occasione di prendere posizione, ancora una volta. The voice of Hind Rajab, il film della tunisina Kaouther Ben Hania che denuncia frontalmente i crimini di guerra dell’esercito israeliano, finisce solo al secondo posto, con un Gran Premio della giuria che non è solo stretto, ma una chiamata del presente che l’evento culturale più importante d’Italia ha scelto di ignorare.

A nulla serve il tentativo, vano e al limite del pretestuoso, di recuperare affidando la chiusura della cerimonia al cardinal Pierbattista Pizzaballa, vescovo di Gerusalemme. Una toppa maldestra, sia per il discorso del monsignore, tutt’altro che netto, in cui non dice la parola genocidio, pronunciando invece “guerra” come si trattasse ancora di un conflitto e non del massacro sistematico dei palestinesi da parte dell’esercito di Netanyahu. E maldestro, ancora, per il pericoloso precedente di affidare a un religioso un ruolo preminente in un’istituzione che deve, oggi come ieri, rimanere assolutamente laica.

Il Leone d’oro vola invece nelle mani di Jim Jarmusch, il grande cineasta statunitense campione di film indipendenti. È il punto più alto della sua lunga e caparbia carriera, che arriva però con la macchia non solo del mancato riconoscimento solidale con il genocidio del popolo palestinese, ma anche con quello di un film, Father Mother Sister Brother, in cui Jarmusch non era sembrato il grande regista che ben si conosce. A questo si aggiunge lo studio produttivo, Mubi, pesantemente finanziato dal fondo israeliano Sequoia.

Per la flottilla in partenza per la Striscia si sono spesi gli attori, in primis Toni Servillo, Coppa Volpi per La grazia di Paolo Sorrentino, che l’ha definita «un segno di umanità in una terra in cui la dignità umana è crudelmente vilipesa ogni giorno». E Benedetta Porcaroli, premiata invece nella sezione Orizzonti per il suo ruolo ne Il rapimento di Arabella di Caterina Cavalli.

Più flebile è stato invece Gianfranco Rosi, vincitore del Premio speciale della giuria con Sotto le nuvole, che si è limitato a parlare della «forza del cinema documentario, testimone delle atrocità del mondo», dedicando poi il suo riconoscimento ai 15 autori di cinema del reale selezionati dalla Mostra in tutte le sue sezioni.

Nel resto del palmarès, alla cinese Xin Zhilei è andata la Coppa Volpi femminile, mentre alla francese Valérie Donzelli e al suo À pied d’œuvre è spettato il Premio per la sceneggiatura, tratta dal mémoire omonimo del fotografo Frank Courtès, in cui si denuncia con intelligenza la precarietà del lavoro culturale al tempo della gig economy. Leone d’argento alla regia è invece Benny Safdie, autore del film sul wrestling The Smashing Machine.

Di Venezia 82 ricorderemo soprattutto una Biennale indifferente al mondo e ai suoi temi più dolorosi. Era cominciata così, con la risposta vaga all’appello di Venice4Palestine, e si chiude alla stessa maniera, senza il coraggio di prendere una posizione coi suoi premi. «La voce di Hind è la voce di Gaza, continuerà a risuonare finché non ci sarà giustizia sui crimini dell’esercito israeliano», ha detto Kaouther Ben Hania nel suo discorso. Ecco, la voce e il silenzio, i due opposti che rimarranno, testimoni del baratro culturale in cui annaspiamo, di questa 82ª Mostra del Cinema.


Tobia Cimini

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