Sorrentino è tornato. Nella sua Italia l’eutanasia è un atto di grazia
Apre Venezia 82 il primo film italiano “La grazia” di Paolo Sorrentino, con uno straordinario Toni Servillo nella parte di un dubbioso Presidente della Repubblica. Il film più politico del regista napoletano affronta di petto la questione dell’eutanasia, l’importanza di scegliere oltre gli schieramenti e, soprattutto, ritrovare la compassione umana come bussola per l’avvenire. Nelle nostre sale dal 15 gennaio 2026 con PiperFilm …

C’è una frase ne La grazia, il suo ultimo film, in cui forse Paolo Sorrentino dà voce a sé stesso attraverso un suo personaggio. Lui, dialoghista portentoso che spesso si è divertito più a crearseli da zero o a modellarli secondo i tipi umani e non a sua immagine. Con un’unica ovvia eccezione, È stata la mano di Dio, il film autobiografico con cui fu Leone d’argento nel 2022, la sua ultima presenza in concorso prima appunto de La grazia, che a Venezia 82 non è solo primo italiano in gara, ma è anche film d’apertura.
La frase specifica dice che non è facile vivere secondo i princìpi che ci scegliamo. Sembra un’ammissione, un modo quasi per scusarsi del ritardo. Perché La grazia è il film più politico di Sorrentino, il primo in cui lo vediamo prendere una posizione chiara e forte, nonostante i dubbi, su una questione spinosa. È vero, ci soni stato già Il divo, il suo film migliore, e Loro, il doppio film meno riuscito, ora scomparso dalla distribuzione per mano di Medusa. Ma erano ritratti, certo di uomini politici, Andreotti e Berlusconi, ma pur sempre ritratti.
Anche La grazia parla di un uomo di Stato, solo che è un personaggio inventato. Mariano De Santis (di nuovo Toni Servillo che giganteggia) è un eminente giudice eletto al Quirinale. Quando lo conosciamo sta per entrare nel suo semestre bianco, lo attanagliano i dubbi sul cosa fare dopo la presidenza. Un po’ di più lo morde al collo la nostalgia per la moglie, morta poco prima dell’inizio del mandato, con un segreto mai rivelato. E un po’ di meno lo infastidiscono le attenzioni e le pressioni della figlia Dorotea (Anna Ferzetti), anche lei giurista talentuosa, divenuta il suo braccio destro, attenta a tenerlo a stecchetto tra dieta e divieto di fumo.
Sul tavolo ha tre ultime richieste da valutare e non sono richieste semplici. Due sono dei casi di omicidio che gli ha inoltrato il ministro della giustizia, suo amico di infanzia, che aspira a sostituirlo al Colle. Per entrambi va valutata l’eventualità della grazia. Il terzo dossier è il cuore di tutto il film: il governo italiano ha finalmente approvato un testo sull’eutanasia, ci vuole la sua firma. Lui, da cattolico e uomo di equilibrio, tentenna.
In fondo, attraverso De Santis, per tutto il film Sorrentino tesse le lodi del dubbio, come farà poi dire proprio al suo protagonista. Riannoda la questione andando al seme, svuotandola del dibattito che per anni le è stato costruito attorno. Non cerca di schierarsi con una squadra o con l’altra, come troppo spesso accade, ma cerca di non stancarsi nel riflettere. Rifugge anche, capacità ancor più complessa, la tentazione di scegliere una strada solo per diventare un beniamino, per appuntarsi la spilla del “buono”.
Sorrentino ammette, invece, la riflessione. Ammette che possa essere difficile apporre una firma su una questione come l’eutanasia, che in fin dei conti regola la vita e la morte delle persone. Ammette tutto, senza stigmatizzare. Nel farlo, tratteggia per contrasto una delle radici più concrete della politica del nostro Paese, cioè la comprensibile difficoltà a non sovrapporre la bussola morale dello Stato a quella cattolica. Basta uno sguardo fugace alla storia d’Italia per rendersi conto di quanto la questione sia fondamentale.
Solo che i nodi a un certo punto si fanno avanti e bisogna trovare il coraggio di scegliere. Non oltre i dubbi, ma con i dubbi. Ed è questo l’invito ultimo de La grazia, assieme all’idea, per nulla scontata, di affrontare le tematiche così dolorose da una prospettiva umana, di compassione, e non di giudizio. La lacrima, così umana, dell’astronauta in orbita nello spazio che, in assenza di gravità – altro tema ricorrente – diventa come una piccola perla fluttuante, è uno dei momenti più commoventi del film. La prospettiva umana, di nuovo. E la sintetizza attraverso i tanti personaggi che si chiedono: «Di chi sono i nostri giorni?». Vale a dire, a chi dobbiamo rendere conto delle nostre scelte?
Con La grazia il regista napoletano sfiora il grande film di pochissimo, perdendosi – peccato – in certi lazzi stilistici che hanno appesantito i suoi ultimi film e che forse, opportunamente sfrondati, sarebbero stati capaci anche di impreziosire questo. Rimane in ogni caso un’apertura di altissimo peso e uno dei film italiani di maggior forza passati al Lido nelle ultime edizioni.
Lo scorso anno l’eutanasia, declinata in maniera molto diversa, valse a Pedro Almodóvar il Leone d’oro per La stanza accanto. Certamente anche Sorrentino si giocherà le sue chances e un premio importante non è da escludere. Anzi. L’indiziato più grande è lui, Toni Servillo, che nei panni del presidente della Repubblica italiana consegna al cinema un altro grandissimo personaggio. La Coppa Volpi sarebbe davvero meritatissima.
Tobia Cimini
Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.
8 Febbraio 2022
Sorrentino entra nella cinquina insieme a Murakami. La letteratura che si fa cinema agli Oscar 2022
Dal musical West side story di Laurents con la rilettura di Spielberg al…



