Gesù è gay e lotta insieme a Netflix. Il Brasile ci ripensa e libera il film dello scandalo


Accolto in Brasile il ricorso di Netflix contro la decisione di rimuovere il film “La prima tentazione di Cristo”, satira del collettivo Porta dos Fundos che dissacra il racconto evangelico mostrando, tra le altre cose, un Gesù omosessuale. È l’ultimo atto di una battaglia tra i realizzatori del film e chi, nella destra cattolica locale e oltre, ne vorrebbe la cancellazione. Col risultato, per contro, di accrescere la curiosità intorno all’opera distribuita dal colosso dello streaming…

Più grave del peccato di blasfemia è il peccato di censura: se ne è ricordato il Tribunale Superiore Federale del Brasile, massima autorità giudiziaria del paese, quando giovedì 9 gennaio ha accolto il ricorso presentato da Netflix contro il ritiro del film La prima tentazione di Cristo (A Primeira Tentação de Cristo) disposto il giorno prima dal giudice Benedicto Abicair di Rio de Janeiro.

Stiamo parlando dell’ormai (e sempre più) famigerato film sul “Gesù gay”, come è passato agli onori delle cronache (e delle polemiche). Sulla piattaforma streaming statunitense dal 3 dicembre scorso, il mediometraggio dello scandalo (quarantasei minuti appena) è uno speciale natalizio del collettivo satirico brasiliano Porta dos Fundos, nato nel 2012 come canale Youtube (quest’ultimo oggi conta oltre sedici milioni di iscritti).

L’abbraccio di Netflix ha certamente portato al gruppo una visibilità inedita, ma anche le traversie (non solo) giudiziarie di questi giorni. E, per l’opinione pubblica globale, si è aperto un nuovo caso sui limiti (e le relative sanzioni) in merito alla rappresentazione di personaggi storico-religiosi. Tra l’altro, proprio nei giorni del tragico anniversario (era il 5 gennaio 2015) della strage di Charlie Hebdo.

«Non possiamo ritenere», ha dichiarato al riguardo il presidente della corte suprema brasiliana José Antonio Dias Toffoli, «che una satira umoristica abbia la capacità di indebolire i valori della fede cristiana».

Un’affermazione che sottende una domanda: chi, all’alba del 2020, ha pensato il contrario? Chi si è sentito offeso (persino minacciato) nella propria identità religiosa da questo breve film comico? Molti a dire il vero, soprattutto (ma non solo) nel Brasile di Bolsonaro: dove, prima ancora dei provvedimenti giudiziari, sono arrivate proteste, petizioni online (più di due milioni le firme su Change.org), scomuniche dall’alto (tra cui quella di Eduardo Bolsonaro, deputato e figlio del presidente) e addirittura un’aggressione a colpi di molotov (il 24 dicembre) contro la sede di Porta dos Fundos.

Gli animatori del collettivo, d’altronde, oltre a non mostrare tracce di pentimento (ribadendo, in un comunicato diffuso giovedì via social, la loro contrarietà «ad ogni atto di censura, di violenza e di autoritarismo») sono “peccatori” recidivi. Nel 2018 avevano realizzato un altro “speciale natalizio” non meno irriverente (sempre distribuito da Netflix), che metteva in scena una parodia dell’evangelica Ultima Cena sulla falsariga dei (già) demenziali bagordi di Una notte da leoni (The Hangover, 2009).

Il film sull’immaginaria (e farsesca) omosessualità del Redentore, poi, colleziona ulteriori provocazioni: si comincia con i re magi che portano una prostituta alla festa in casa della famiglia di Gesù (Gregorio Duvivier) e si finisce con un Satana battuto a colpi di onde energetiche (proprio quelle di Dragon Ball) ed effetti trash-splatter, passando per un Dio-padre che importuna una Maria fumatrice con avances degne di una denuncia del #MeToo.

Di materiale per accendere i Caifa contemporanei ce ne è in abbondanza, perciò. E del resto siamo alle solite (polemiche). La storia del cinema e non solo è lastricata di nemici sacrileghi della Chiesa e quasi tutti di ben altro calibro. Martin Scorsese nell’88 per L’ultima tentazione di Cristo, dall’omonimo romanzo del greco Nikos Kazantzakis, ha subito messe all’indice e boicottaggi di ogni sorta. A lui, infatti, si riferiscono esplicitamente col loro titolo (La prima tentazione di Cristo) i comici brasiliani incriminati. In Italia nel ’98 il capolavoro di Ciprì e Maresco, Totò che visse due volte, accusato di vilipendio della religione subì un processo infinito, trovando invece tra i suoi più strenui difensori il padre gesuita Virgilio Fantuzzi, recentemente scomparso.

Ma chissà, alla fine, se quanti hanno invocato (e decretato) la rimozione di questo film si rendono conto che il primo e principale effetto della loro campagna è quello di corroborare esponenzialmente il successo della furbissima operazione commerciale made in Netflix?

Già, perché i catto-sovranisti di ogni continente, oltre ad avere un’idea discutibile della libertà d’espressione, stanno abboccando all’amo della multinazionale che vorrebbero contrastare. E ora sono i principali portatori di notorietà a un filmetto – scontato e piatto nella sua programmatica scorrettezza – che probabilmente sarebbe passato inosservato.

Senza gridare «Je Suis Netflix» (il colosso dello streaming non ne ha certo bisogno), possiamo dunque limitarci a notare, una volta di più, che la censura non è la risposta giusta. A ben vedere non è servita molto nemmeno ai detrattori di un certo profeta vissuto duemila anni fa e accusato, anche lui, di blasfemia.


Emanuele Bucci

Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.

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