Gigantografia di un artista in 3D. Wim Wenders racconta “Anselm” (Kiefer) che arriva in sala

In sala dal 30 aprile (per Lucky Red) “Anselm” film documentario di Wim Wenders dedicato ad Anselm Kiefer, artista tedesco contemporaneo e coetaneo dell’autore de “Il cielo sopra Berlino”. Tutto è enorme, vastissimo: le tele, i pennelli, il suo studio dove si sposta in bicicletta. Pochissime le parole, ma spazio ai versi dei poeti che hanno toccato la sua anima, a partire da Paul Celan, il poeta dell’Olocausto. Altissima definizione e 3D per raccontare il passato e insegnare alle future generazioni …


Più che un film è un monumento. Un racconto per immagini ed emozioni su quello che è un artista oggi, un ritratto tra il reale e l’onirico di un personaggio che giganteggia nel mondo vano e variegato della creazione, in tutti i sensi.

Pittore, scultore, performer, poeta, filosofo e anche storico. Questo è Anselm Kiefer, nato l’8 marzo 1945 a Donaueschingen, in Germania. Coetaneo con solo qualche mese di differenza di Wim Wenders (lui del 14 agosto 1945), due quasi fratelli che solo la casualità non ha fatto incontrare da ragazzi.

Un incontro che ha prodotto un film documentario girato in 3D con una risoluzione 6K che racconta il percorso di vita, lo stile rivoluzionario, pensiero e influenze storiche e culturali: un viaggio durato due anni che si è snodato tra Germania Francia e Italia.

Presentandolo l’anno scorso a Cannes, lo stesso Wenders aveva spiegato: “Anselm Kiefer e io siamo nati alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Abbiamo trascorso la nostra infanzia nello stesso paese in rovina, con un’immagine di sé completamente distrutta, pieno di adulti, compresi i nostri parenti e insegnanti, che desideravano freneticamente costruire un futuro per sé stessi e che altrettanto freneticamente cercavano di dimenticare il passato o di fingere che non fosse accaduto. Mentre Anselm studiava legge a Friburgo in Brisgovia, io nello stesso periodo vi studiavo medicina. Avremmo potuto incontrarci allora, ma abbiamo preso direzioni diverse: lui ha studiato in un’accademia di arte, io mi sono iscritto in una scuola di cinema. Ma poiché niente è formativo quanto le prime impressioni, avevamo molto da condividere e molto in comune. Naturalmente in seguito avremmo convogliato le nostre esperienze dell’infanzia in modi molto differenti. Ci siamo incontrati per la prima volta nel 1991 e abbiamo iniziato a conoscerci. Anselm stava preparando la sua grande esposizione alla Neue Nationalgalerie di Berlino. Cenavamo insieme quasi tutte le sere. Fumavamo, bevevamo e parlavamo molto. Sono rimasto incantato quando ho visto quella mostra — era assolutamente fantastica e illuminante. Già nelle nostre chiacchierate di quel tempo, parlavamo di fare un film insieme. Ma mentre io ero impegnato con Fino alla fine del mondo e Così lontano così vicino, Anselm si è trasferito nel sud della Francia e l’ho perso di vista per un certo periodo. Siamo comunque rimasti in contatto, di quando in quando, e l’idea di fare un film non è mai naufragata.”

Poi il ritrovarsi a Barjac nel sud della Francia, dove Kiefer ha costruito la sua città ideale costituita da immensi padiglioni, caverne sotterranee, torri fantasma, sede oggi della sua fondazione museo Eschaton, ha dato il via al progetto. Un film che è soprattutto un viaggio analitico nella mente di un artista… anzi due.

Tutto è enorme, vastissimo: per visitare il suo studio (quello di oggi a Croissy nella periferia di Parigi) Kiefer usa una bicicletta… le tele, immensi pannelli, vengono spostati con muletti, per dipingerli sono necessarie piattaforme mobili. Un archivio infinito per conservare e classificare oggetti, materiali più diversi che verranno incastonati nelle tele. Impossibile descrivere a parole quello che nemmeno la macchina da presa riuscirebbe senza l’impiego di straordinarie tecnologia e l’uso di droni.

È questa grandiosità che attrae e sconvolge nel ritratto che Wenders fa dell’amico. Poche pochissime le parole, solo brani di antiche interviste in bianco e nero, solo i versi di poeti che hanno toccato la sua anima, a partire da Paul Celan, il poeta dell’Olocausto, ebreo ucraino romeno sfuggito alle deportazioni e morto suicida a Parigi, le parole dei filosofi, i racconti della mitologia greca e celtica.
Come raccordo alle immagini e alle testimonianze brevi quadri di fiction, ma anche qui gli attori chiamati ad interpretare il personaggio hanno una speciale rilevanza: Anselm bambino è Anton Wenders, giovanissimo pronipote del regista; Anselm adulto, è lo stesso figlio del pittore, Daniel.

Ed ecco che diventa realtà lo specchiarsi l’uno nell’altro. Riconoscersi in una storia comune che nasce dalla sofferenza di un passato drammatico, che loro non hanno voluto dimenticare e che ritorna continuamente nel loro lavoro, e che, nonostante il successo planetario, continuano a vedere come una macchia indelebile nella storia della loro cultura e del loro popolo.

È proprio questo voler fare i conti con il passato della Germania che ha fatto guardare con sospetto le prime “azioni artistiche” di Kiefer quando nel 68/69 girava l’Europa fotografandosi con il braccio teso in un “saluto” nascosto da un oblio collettivo.
E poi gli omaggi alla mitologia greca e nordica, colpevole di aver offerto un alibi culturale al nazismo.

Memorie di un passato che tutti volevano seppellire insieme alle rovine delle città bombardate e dei campi bruciati dalle fiamme delle guerre. Immagini drammatiche che Kiefer ha riportato agli occhi di tutti sulle sue tele: sterpi incendiati, metalli incandescenti colati, ruderi senza vita. Un passato oggi tornato drammaticamente attuale.

Parole come pietre in libri di piombo che riempiono scaffali per giganti. Un mondo intimo ed universale come i sogni e gli incubi di un bambino, di tutti i bambini del mondo.