Il giorno perfetto di Wenders, alla Mostra

Il grande autore tedesco in concorso a Venezia 73 con “I bei giorni d’Aranjuez”, dalla pièce del suo sodale di sempre Peter Handke, appena tradotta in italiano. Un testo magnifico e denso che ci porta nell’intimità di un confronto tra uomo e donna, sulle note di Lou Reed…

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Magari qualcuno l’aveva dato per perso dopo il “non fondamentale”, Palermo Shooting (2008) e l’ultimo enigmatico Ritorno alla vita (2015). Col ritrovato amore per il documentario, invece, nel segno di Pina Bausch e Salgado (Il sale della terra) in tanti hanno pensato che la sua vena creativa, ritrovata magicamente, potesse correre all’infinito sulla strada del cinema del reale.

Ed ecco invece la sorpresa a Venezia 73. Wim Wenders è ritornato grande narratore di storie. Sì, grande come ai tempi di Alice nella città, Nel corso del tempo (nuovamente in sala proprio questi giorni, dopo quarant’anni), Paris Texas o Il cielo sopra Berlino, sceneggiato con l’amico di sempre, lo scrittore e drammaturgo austriaco Peter Handke il cui sodalizio artistico risale al lontano 1969, con il corto musicale (Drei amerikanische LP) dedicato a Van Morrison, Harvey Mandel e i Creedence.
Ed è proprio Peter Handke ad averlo riportato a noi con una sua pièce magnifica, scritta in francese nel 2012, messa in scena con fortuna pure in tedesco ed ora anche nelle librerie italiane per Quodlibet col titolo i Bei giorni d’Aranjuez, dalla località spagnola, sontuosa residenza dei sovrani di Castiglia, ma anche verso evocativo del Don Carlos di Schiller.

Cop-Handke-I-bei-giorni-mDa qui prende le mosse il nuovo film di Wim Wenders in corsa per il Leone d’oro. Il
regista dell’on the road europeo, infatti, grazie al teatro di Peter Handke e al 3D si “ferma” e riflette sulla distanza tra uomo e donna, su quel dialogo interrotto, “oggi più che mai” da cui parte la storia stessa “dell’umanità messa di fronte a una mela. Quella differenza – prosegue Wenders – che ha causato guerre ma anche la cosa più bella del mondo che è l’amore”.

D’amore, anche e soprattutto dice, infatti, I bei giorni d’Aranjuez, nel cui cuore chiuso in un giardino incantato (che fu di Sarah Bernhardt) arriviamo dopo alcuni folgoranti piani sequenza a volo d’uccello su una Parigi accesa dal sole squillante dell’estate, completamente deserta e irreale, accompagnati dalle note emozionanti di Perfect Day di Lou Reed, suonate fino all’ultima strofa da un vecchio juke box come a farci entrare dalla porta principale nell’immaginario musicale wendersiano (e di Handke), a cui si aggiunge, ad un certo punto, l’apparizione in carne ed ossa di Nick Cave, al piano.

Nel giardino pieno di fiori, di alberi attraversati dal vento e dal canto degli uccelli, sorta di paradiso terrestre, troviamo uno scrittore ad una vecchia macchina da scrivere che butta giù ad alta voce la sua pièce, materializzando per lo spettatore i due protagonisti: un uomo e una donna, Reda Kateb e Sophie Semin (consorte dello stesso Handke, per la quale ha scritto la pièce), Adamo ed Eva del XXI secolo che davanti al bucolico panorama – ma anche alla mela fatale che passa tra le loro mani – si abbandonano nell’intimità di una conversazione sulla sessualità, sul desiderio, sull’amore.

I due non sono una coppia, forse sono due amici o due sconosciuti, chissà. L’uomo interroga con insistenza la donna, sulla prima volta, il primo amore. E lei si confessa, con delicatezza, raccontando del desiderio, del sesso, dei suoi uomini, del desiderio di vendetta a volte, attraverso tutte le età della vita. Mentre l’uomo parla della natura, dello sbocciare dei fiori e di quel castello ad Aranjuez, interrompendola di continuo, con insistita reticenza a segnare la distanza tra due universi, forse inconciliabili, forse destinati all’eterna solitudine.

I Bei giorni d’Aranjuez è un film denso, carico di dettagli, sfumature, eleganza. Un film di parola, il cui omaggio al cinema francese e di Eric Rohmer, in particolare, è esplicito. E a cui il 3D regala una dimensione quasi magica e irreale (“Un uomo e una donna, fuori dal mondo, fuori dal tempo, il che non significa fuori dalla realtà. Anzi, il contrario” ci avvisa l’incipit dello scrittore) con movimenti di macchina che in una ipnotica danza circolare abbracciano i due protagonisti, comunque e inesorabilmente lontani.