Il Balzac giornalista delle “Illusioni perdute”. Da rileggere (e rivedere)

Honoré de Balzac torna al centro dell’attenzione cinematografica per “Illusioni perdute”  il film di Xavier Giannoli dal suo omonimo romanzo-cardine de “La Comédie humaine” . L’opera si alimenta delle esperienze centrali nell’esistenza di Balzac, con focus sul potere del giornalismo, la “critica” prezzolata al soldo dei potenti e quindi il mondo della cultura che si scontra con l’informazione viziata. Un romanzo del 1837 che dice ancora tanto del nostro presente …

Torna sul grande schermo Honoré de Balzac, sempre attuale, l’autore forse più prolifico, acuto, ironico, ingeneroso, dissacratore dell’Ottocento francese, con la sua straordinaria capacità di osservazione, penetrazione psicologica, sensibilità per il sociale, di smascherare i pregiudizi e di descrivere, anticipando i nostri tempi, i “mondi” nei quali emergono e fanno fortuna i più scaltri, arrivisti e ambiziosi.

Illusioni perdute è il film di Xavier Giannoli, passato in concorso a Venezia 78 ed ora in arrivo nelle sale basato sull’omonimo romanzo di Honoré de Balzac (1799 – 1850), decima opera delle Scene di vita di provincia, il secondo dei diversi cicli narrativi dell’immensa serie di La Comédie humaine, in cui l’autore si riproponeva di rappresentare e analizzare quasi scientificamente tutti gli aspetti della società francese. Il romanzo fu pubblicato in tre volumi fra il 1837 e il 1843.

«È il volume monstre, l’opera capitale nell’opera!». Così, in una lettera del 1843, Balzac annunciava alla sua amante madame Hanska la conclusione di Illusioni perdute: un’ampia narrazione ambientata nell’epoca della Restaurazione, contemporanea dell’autore. L’opera si alimenta delle esperienze centrali nell’esistenza di Balzac, quali i diversi mestieri del libro e della scrittura, dal tipografo al giornalista.

Protagonista di Illusioni perdute (edizione italiana più recente Mondadori 2020) è Lucien Chardon, giovane provinciale di belle speranze, piacente, squattrinato e ambizioso. Sogna la gloria letteraria, il successo mondano e l’amore; si trasferisce quindi a Parigi, dove perde l’integrità morale e i modesti averi: fragile testimone del suo tempo, dall’animo nobile, incapace di dedicarsi all’arte della sopraffazione: le sue illusioni vengono a infrangersi contro la spietata società parigina.

Il focus si concentra sulle dinamiche fra mondo della cultura – in particolare letteratura e teatro – e informazione viziata: buone o pessime recensioni, capaci di disporre della carriera e dell’esistenza dell’autore di turno. Lucien viene a scoprire un mondo che obbedisce alla legge della falsità e del profitto.

Le debolezze dell’eroe infelice, il contrasto con una congrega di intellettuali dei quali non si sente all’altezza, fanno di questo romanzo uno dei più intensi e compiuti dell’autore: tra autobiografia e indagine sociologica, filosofia e analisi delle passioni, realismo e immaginazione visionaria, Balzac affronta un tema intimamente legato alla propria esperienza diretta, al proprio difficile rapporto con la società borghese in piena ascesa nella capitale.

Appena giunto a Parigi il giovane Lucien vive scottanti umiliazioni: indossa, fiero, per passeggiare alle Tuileries, il suo unico abito di nanchino blu con la cravatta ricamata, ma subito si rende conto che la sua tenuta viene considerata alla stregua di quella del garzone del salumiere; quindi, per recarsi all’Opéra, si affretta ad acquistarne una nuova in una boutique del Palais Royal. Il bottegaio, ansiosi di vendere a caro prezzo al provinciale aspirante borghese il suo fondo di magazzino che spaccia per un capo “all’ultima moda”, acconcia come un paggio il malcapitato Lucien.

Deriso da tutti, il suo fallimento nel bel mondo è inevitabile. Troppo tardi lo sventurato eroe comprende che avrebbe dovuto acquistare indumenti di marche alla moda, conformandosi così alla società di cui sognava di far parte. Balzac, per primo, ha denunciato, attraverso le patetiche vicissitudini di Lucien, l’avvento della società dei consumi che impone determinati acquisti, quale condizione necessaria all’integrazione dell’individuo in una élite che influenza lo spirito e la creazione artistica.

Il giornalismo seduceva Balzac in quanto “maniera di esercitare un potere sulla realtà” e fa dire ai “saggi del Cenacolo” allorché Lucien annuncia che si dedicherà al giornalismo: “Sarai così soddisfatto di esercitare il potere, di avere diritto di vita e di morte sulle opere del pensiero, che diventerai giornalista in due mesi”. Si impegnò fin dal 1830 nella difesa degli interessi dei letterati, affermando che l’artista deve beneficiare di uno statuto speciale in quanto forza ideologica, contropotere, il cui genio lo colloca al pari dell’uomo di Stato.

Lui stesso tentò di fare fortuna: perennemente indebitato poiché amava la bella vita, affascinava i contemporanei con i suoi anelli, il bastone dal pomello d’oro, il palco all’Opéra; viveva con un appetito insaziabile per il denaro, le donne, la fama, i titoli, i vini. Traslocò infinite volte, altrettante volte fallì, si indebitò, intraprese speculazioni rovinose, visse amori simultanei, soggiornò in castelli da favola, si attribuì nomi falsi, inventò parole d’ordine a non finire per permettere l’ingresso degli amici nelle sue dimore, spesso a doppio ingresso, e sfuggire così ai creditori.

L’accesso all’agiatezza economica è all’origine della maggior parte dei matrimoni nei suoi romanzi, così come avvenne per lui; narra di un autore perseguito dal suo editore per non avere consegnato in tempo un manoscritto, e a lui accadeva di sovente; quando, con il denaro affidatogli da Eva Hanska, moglie di un facoltoso militare ucraino e che sposò in punto di morte, arredò la loro dimora con dipinti d’autore e opere d’arte; ed ecco Balzac creare Il cugino Pons, collezionista appassionato che nei suoi giri per Parigi “aveva acquistato per dieci franchi ciò che oggi ne costa più di mille”.

Come Balzac aveva aggiunto una particella nobiliare al proprio nome e si firmava “de Balzac”, si procurò uno stemma che fece incidere sulla carrozza che doveva condurlo a Vienna da Eva Hanska, così Lucien Chardon divenne Lucien de Ribempré; entrambi debuttarono nella poesia, si legarono a donne sposate, nutrirono la medesima ambizione letteraria e il desiderio ad abbandonare la provincia per Parigi.

Honoré de Balzac fu il “Napoleone delle lettere”, per sua stessa ammissione: “Ciò che lui ha conquistato con la spada, io lo realizzerò con la penna”, aveva scritto sotto un ritratto dell’Imperatore che campeggiava nella sua abitazione parigina di rue Cassini. Instancabile, dalla prodigiosa fecondità, scriveva molto e velocemente: “al biliardo, abbandonava il gioco per qualche istante, scusandosi, scarabocchiava qualcosa su un foglietto e tornava a dedicarsi alla partita”.

Pur se di costituzione robusta, trascurò la sua salute con un ritmo di vita estenuante, dedicando alla scrittura fino a venti ore al giorno; lavorava spesso di notte, per non essere disturbato, ingerendo infinite dosi di caffè alla turca, che a suo avviso stimolava la sua “manifattura di idee”.

Divenne il “forzato della penna” per fornire a tempo debito al suo editore i volumi promessi. Aveva un’alta considerazione del ruolo dello scrittore, il pari di un sacerdote: “Oggi lo scrittore ha preso il posto del prete, ha indossato il manto dei martiri, soffre di mille mali, trae la luce dall’altare e la propaga fra i popoli. È principe, mendicante. Consola, maledice, profetizza, La sua voce non percorre soltanto la navata di una cattedrale, ma può talvolta tuonare da una parte all’altra del mondo”.