Il cinema al servizio dei cittadini. Il grande ritorno alla Mostra di Wiseman, 90 anni da condividere

Frederick Wiseman, il maggiore documentarista vivente a 90 anni presenta il suo nuovo film: “City Hall” . Un viaggio nel comune di Boston che ci ricorda cos’è la democrazia, cosa dovrebbe essere, e soprattutto cos’è il cinema. Wiseman registra la comunità degli uomini nella sua totalità e la mette in comune con noi, la “convidide”, non in senso social, non come siamo abituati. In modo radicalmente opposto: chiede la nostra attenzione per 275 minuti e ipnotizza lo sguardo, perché non c’è un minuto di questo lungo film che non catturi come un thriller…

Frederick Wiseman torna alla sua città: Boston. Il maggiore documentarista vivente, a 90 anni, presenta City Hall a Venezia e imprime al festival una direzione del tutto particolare. È una di quelle proiezioni che capita una/due volte in una kermesse e spacca la routine, alta o bassa che sia, riportando improvvisamente il discorso sullo statuto dell’immagine.

Ci ricorda cos’è il cinema, di cosa si tratta: accade spesso con cineasti della terza età, Godard, Straub o Wiseman appunto, e non può essere un caso. Il cinema è il libro dell’immagine, dice Godard nel titolo del suo ultimo film: Wiseman quel libro continua a scriverlo, a noi ancora una volta sta il privilegio di sfogliarlo.

In City Hall l’entomologia del cineasta si applica al Comune di Boston. Comune. Comunità. Ma anche mettere in comune, quindi condividere: Wiseman registra la comunità degli uomini nella sua totalità e la mette in comune con noi, la “convidide”, non in senso social, non come siamo abituati. In modo radicalmente opposto: chiede la nostra attenzione per 275 minuti e ipnotizza lo sguardo, perché non c’è un minuto di questo lungo film che non catturi come un thriller.

Ecco che davanti ai nostri occhi si forma la burocrazia del Comune, le sue lunghe riunioni e pratiche, ma sempre con un obiettivo preciso: costruire e mantenere il senso dello stare insieme. Legare le persone attraverso l’equità e della giustizia sociale. La City Hall bostoniana riflette allora sull’edilizia resiliente, a prova di catastrofe, fa piani a lungo termine, si occupa delle minoranze come i latinos, i poveri e i senzatetto.

Wiseman, al solito, esegue la sua registrazione in modo fotografico, osservando l’oggetto considerato come una sfera, girandolo tra le mani per coglierne tutte le sfumature. È l’unico che, nei suoi film, riesce a imprimere l’esercizio della democrazia al lavoro: perché i confronti a cui assistiamo cesellano sotto i nostri occhi la democrazia stessa, il suo concetto sia pratico che ideale, l’evoluzione di quella prassi ellenica che porta a regolare il nostro vivere qui oggi.

C’è anche un grande protagonista in City Hall: il sindaco democratico Martin Walsh, che il film segue nelle sue attività, nelle iniziative all’avanguardia, nella sua virtuosa retorica. Di origine irlandese, guarito dal cancro, ex alcolizzato, il sindaco arringa i cittadini con calma olimpica sul valore delle minoranze, la ricchezza di essere multietnici. Elogia la sanità e omaggia i veterani, soldati di guerre non loro, in una sequenza quasi insostenibile. E si dimostra consapevole del proprio ruolo con umiltà: “Sono un dipendente pubblico”, al servizio dei cittadini e della comunità. Come il cinema di Wiseman.

Nel frattempo, col passare degli anni, l’oggettività del regista si fa più “soggettiva”: lo sguardo è ovviamente rigoroso, scientifico, ma nell’America di Trump la scelta di cosa mostrare è sempre più politica. Il cineasta si schiera dalla parte dei deboli e gli ultimi: lavoratori, infermieri, omosessuali.

In una scena struggente il municipio celebra un matrimonio gay tra due donne (“to be my wedding wife”, è la formula). In un’altra si seguono i lavoratori della nettezza urbana che puliscono la città, mostrando il funzionamento del grande camion della spazzatura che inghiotte i rifiuti e così, attraverso di loro, garantisce la tenuta delle strade. Anche questa è democrazia, comunità.

Vedendo City Hall ciò che sapevamo risulta evidente: nella Storia del cinema non ci sarà un altro Wiseman, né prima né dopo. La sua importanza? Basta guardarsi intorno al Lido: il bellissimo Guerra e Pace di D’Anolfi e Parenti ha un debito col maestro, nella registrazione del lavoro nell’Unità di crisi della Farnesina.

Come loro tanti altri. A quelli che si interrogano se e come vedere i suoi film, perché “durano troppo”, a quelli che escono dalla sala dopo la prima mezz’ora solo un sommesso consiglio: ogni tanto chiudete le piattaforme, spegnete i cellulari e concedete il giusto tempo al cinema di Wiseman sullo schermo più grande possibile. Aprite il libro dell’immagine.