Il mondo da spot di “Melania”. E l’altra America per le strade di Minneapolis

Con 8 milioni di dollari d’incassi ai botteghini Usa “Melania”, il documentario sulla first lady statunitense è arrivato anche sui nostri schermi (per Eagle Pictures). Il racconto dettagliato e adorante di una moglie che sostiene il consorte al secondo mandato presidenziale. Ma soprattutto uno spot milionario (85 milioni di dollari da Amazon) per la famiglia presidenziale che sta facendo il pieno di polemiche. Non solo per aver rimesso in sella Brett Ratner, regista travolto dal me#too, ma per gli sfarzi e le fanfare promozionali proprio nei giorni di lutto e proteste per l’omicidio di Alex Pretty da parte dei poliziotti dell’ICE …

Melania Trump by Ivàn Selva

Non è un episodio di American Horror Story curato da Ryan Murphy, né una creatura di Lory Del Santo. Eppure, le sponde sembrano quelle. Nel documentario su commissione della moglie dell’uomo più potente della terra, Melania Trump si mostra al mondo – la distribuzione è globale – raccontando in prima persona i 20 giorni precedenti al secondo giuramento presidenziale del marito Donald Trump.

Il film, dal titolo inequivocabile, Melania, è una prova dell’arte della sottrazione: emozioni centellinate, parole ridotte al minimo, umanità lasciata fuori campo. Un’esperienza che conferma una grande verità: anche il vuoto, se ben illuminato, può durare novanta minuti e fare il pieno ai botteghini. 8 milioni di dollari al box office Usa nel primo week end, di cui 3 milioni il giorno dell’uscita in sala, venerdì 30 gennaio.

Al budget, del resto, abbiamo il CEO di Amazon, Jeff Bezos, con un fondo fiduciario di 40 milioni di dollari per la produzione, più 35 per l’imponente promozione con manifesti luminosi che hanno invaso le piazze planetarie: alle Barbie Melania per il merchandising, però, non ci ha pensato ancora nessuno.

Magari è solo questione di tempo (e ulteriori incassi): una nuova campagna commerciale accompagnerà l’arrivo di Melania su Prime Video, la piattaforma Amazon. Del resto, l’operazione milionaria è palese e nessuno immaginava un biopic d’autore.

Alla regia – e non poche polemiche ha già scatenato – è stato riabilitato d’ufficio Brett Ratner, bandito da Hollywood per scandali sessuali: lo hanno denunciato le attrici Natasha Henstridge e Olivia Munn e non solo. Più che per i suoi film, non memorabili, Brett è celebre per aver condiviso gli stessi gusti di Donald Trump e Jeffrey Epstein per le festone, o “festini”, secondo i punti di vista.

Se nella sua autobiografia cartacea, Melania: A memoir, scritta da ex first Lady nel 2024, ha persino preso posizione contro le campagne antiabortiste sostenute da Trump e dal suo elettorato, in questa nuova autobiografia per il cinema, invece, l’atteggiamento è ben altro. Raccontare il buio oltre le siepi di Washington, è lei stessa a dichiararlo, e dare respiro al proprio pensiero, ossia la totale devozione per il marito.

La vediamo rivolgere ogni sua cura alla preparazione dell’insediamento del tycoon, dai dettagli del colletto delle camicie, alle correzioni degli arredi disegnati da Tham Kannalikham, agli appunti dello stilista francese Hervé Pierre.

Il regista ritrovato, Brett, si avventura persino in labirintiche carrellate alla Lynch che accompagnano il racconto algido, levigato come un set di design scandinavo: bello da vedere, freddo da abitare. La regia indugia, il silenzio parla (forse troppo) e ogni inquadratura sembra chiederti di ammirare una superficie perfetta dietro cui non filtra nulla.

Più che un ritratto dell’ex modella venuta dalla Slovenia, sembra una vetrina; più che un personaggio, un’icona che resiste ostinatamente a qualsiasi tentativo di lettura psicologica. Dove portano i corridoi di palazzo, dunque? Cosa impariamo al termine del cammino di Melania? Conosciamo i suoi gusti musicali, il suo rapporto stretto con la madre; una voce fuori campo elenca, come in una check list,  i suoi “valori di verità, e di rispetto per gli altri”, di “protezione dei diritti individuali” e della “collettività statunitense”.

L’obiettivo torna ai vestiti, al bianco e nero style e a Michael Jackson, perché il buon gusto è una priorità assoluta per la first lady, che conserva nostalgicamente maniere e curiosità da signora d’antan, magari con la pretesa di ergersi a modello di eleganza e non solo per le americane.

Un’ambizione che Donald in persona, ancora una volta, in prima fila, promuove. Come è avvenuto per il lancio del film, attraverso più e più città statunitensi a suon di bande militari e fanfare. Con gala e tappeti neri, e quell’anteprima, soprattutto, al Kennedy Center di Washington, dove accanto alla coppia presidenziale sedevano vicini  Bezos e Musk, ad applaudire entusiasti, neanche fossimo tornati agli anni Trenta del secolo scorso, quando lo stesso entusiasmo era riservato ai titoli di propaganda di Leni Riefenstahl, energica cantrice del nazismo.

Il cattivo gusto della première, del resto, non è passato inosservato. Ma non per una questione di stile: soltatanto pochi giorni prima l’ICE di Trump aveva lasciato sull’asfalto un’altra vittima dopo Renée Good, l’inferiere Alex Pretty freddato a sangue freddo dalla polizia dell’immigrazione, ancora una volta a Minneapolis, nel corso delle manifestazioni di protesta.

Eventi lontani dal mondo di Melania, e da quello dei loro amici tra i più ricchi del mondo. Tutti favori dai benefici fiscali garantiti dal tycoon. Bezos, in primis il produttore del film, Tim Cook al vertice di Apple, tanto per citare i maggiori beneficiari.

Nel frattempo, tornando al film e ai suoi incassi milionari,  è apparso su Craiglist un annuncio goliardico che offre un biglietto gratuito e cinquanta dollari a chiunque sia disposto ad andare in sala per Melania e rimanere fino alla fine. “Non importa da dove veniamo, siamo tutti uniti dalla stessa umanità” garantisce la first lady dallo schermo. Di certo, e su questo siamo tutti d’accordo, l’ICE non verrà a bussare alla sua porta per rimpatriarla in Slovenia.


Ivan Selva

Ivàn (si legge Ivàn) Selva è fotografo e docente di audiovisivo. Si occupa di linguaggi dell’immagine e scrive di cinema, con particolare attenzione al rapporto tra realtà e rappresentazione.

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