Il mondo del cinema piange Kim Ki-duk. Pittore fiammeggiante di un mondo a parte
Se l’è portato via il Covid, anche a lui in quest’anno terribile, lasciando senza respiro il mondo del cinema e non solo. È morto a soli 59 anni Kim Ki-duk, il regista coreano che ha segnato la Storia del cinema nei primi anni Duemila: con “Ferro 3” ha portato il cinema d’autore del suo paese fuori dai festival e dentro le sale, tra la gente comune. Ha creato un universo soltanto suo, inconfondibile, che risponde a regole proprie. Un ricordo del regista e un ricordo personale…

Se n’è andato Kim Ki-duk a 59 anni, portato via dal Covid in uno degli anni più terribili della nostra epoca. La notizia improvvisa si è diffusa stamani, 11 dicembre, in Lettonia dove il cineasta viveva, portando dubbi e sconcerto nella comunità cinefila, ma è stata poi confermata dalle autorità ufficiali.
Ci lascia così troppo presto un autore che ha segnato la Storia del cinema nei primi anni Duemila. Uno dei più sofferti e tormentati, capace di instillare nel pubblico il famoso ”scandalo”: ma anche un maestro vero, raffinato costruttore di simboli, creatore di un mondo a parte, e soprattutto in grado di portare il cinema coreano fuori dal circuito dei festival e negli occhi della ”gente comune”. L’uscita di Ferro 3 nelle sale italiane, il 3 dicembre 2004, offrì una scena che raramente avremmo rivisto: le file fuori dalle sale per vedere un film girato in Corea del Sud.
Kim in realtà era nato in Corea del Nord, nel 1960 a Bonghwa, nella provincia del Kyonshang. A nove anni si è trasferito a Seul con la sua famiglia, ha frequentato un istituto professionale e ha fatto l’operaio a 17 anni, poi si è arruolato brevemente in marina e ha pensato di diventare predicatore religioso.
Per fortuna ha fatto il regista, ma prima il pittore in Francia, senza avere mai un’esposizione ufficiale e mantenendosi con la vendita dei suoi quadri. Dipingeva sulle spiagge e mostrava le tele per strada ai passanti. Il debutto alla regia risale al 1996 con Crocodile,(nelle foto) l’irruzione sulla scena internazionale al 2000 con L’isola (Seom), il primo grande film di Kim, presentato al Festival di Venezia e tuttora circondato dalla mitologia dello scandalo (fughe dalla proiezione, ambulanze fuori dalla sala, ecc).
Più seriamente, è il titolo con cui l’autore inizia a sviluppare pienamente il suo discorso e – dice oggi la Storia – la sequenza degli ”ami da pesca” servì piuttosto bene per portare alla luce un giovane regista col suo furore e splendore estetico. Da lì è stata un’ascesa fatta, in tutto, di 24 film in 23 anni: molto prolifico, superando raramente un mese di riprese, con primo titolo il già citato Crocodile e l’ultimo – inedito – intitolato emblematicamente Dissolve (2019), nome che ora assume una valenza particolare.
Si è evoluto nel tempo, il cinema di Kim Ki-duk. È stato un cinema di simboli: la contemplazione ascetica della Natura, l’uso metaforico degli animali come il pesce e la tartaruga, il ciclo delle stagioni (Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera), la continua ricerca della catarsi per il dolore intrinseco che si trova dentro l’uomo, in ultima istanza insuperabile.
È stato un cinema di violenza, soprattutto all’inizio, nei primi titoli come il capolavoro Bad Guy del 2001, dove l’odio e l’amore vengono scanditi dal brano I tuoi fiori di Etta Scollo. Ma ”la violenza per me è un linguaggio del corpo”, diceva Kim, rispondendo ai critici paludati che contestavano questo volto del suo cinema. Quella stessa violenza si è poi asciugata per portare a una fase più rarefatta, popolata da figure e fantasmi, quella di Ferro 3.
È stato un cinema politico: la condizione delle due Coree viene incisa in titoli diversi e distanti nel tempo, come The Coast Guard del 2002 e Il prigioniero coreano del 2016. Così come il gesto antiborghese di entrare nelle case vuote, per il protagonista di Ferro 3, racconta di un immenso amore per i poveri e gli spiantati.
È stato, anche, un cinema figlio della pittura: il pittore Kim amava Egon Schiele e i suoi quadri popolano alcuni film, come Birdcage Inn o ancora Bad Guy, d’altronde gli abbracci schieliani sono spesso riprodotti dal regista. Così Kim: ”I dipinti di Schiele all’inizio sembrano volgari e imperniati su soggetti osceni. Ma se li guardi bene sono onesti: mostrano immagini di persone avvolte nel desiderio”. È stato, appunto, cinema consegnato all’immagine: Kim come sontuoso creatore di quadri visivi, non tanto per meticolosità della costruzione, quanto per intuizione, quasi per istinto, e così nel suo cinema ognuno ha un momento preferito.
Negli anni Dieci del Duemila Kim ha avuto una crisi personale, e l’ha tematizzata come solo i grandi autori possono fare, come Takeshi Kitano e Abel Ferrara: il risultato è nella video confessione di Arirang (2011), auto-psicanalisi sotto forma di racconto, e nei film di quegli anni. Poi ha vinto il Leone d’oro con Pietà (2012), ma la fase dei capolavori era passata e il premio veneziano suonava come lecito risarcimento a un autore troppo poco incensato. Il suo cinema, come già detto, è cambiato nel tempo, ha riflettuto su se stesso, si è ripetuto, si è anche incartato: però ha sempre offerto un mondo a parte, che in ogni incipit con poche pennellate è già riconoscibile e peculiare, rispetta regole proprie, abita solo qui. L’universo Kim Ki-duk.
Ma è impossibile riassumere Kim in poche righe. Meglio fermarsi, lasciando un ricordo personale: la proiezione di Ferro 3 al Festival di Venezia 2004. Il direttore Marco Müller lo aveva inserito come film a sorpresa, tra le perplessità di chi ancora non lo conosceva (”Il solito orientale“). Sui titoli di coda, dopo il noto finale, la sala esplose in un lungo applauso, alcuni spettatori iniziarono ad urlare: ”Leone! Leone!“. Kim era giovane e molto timido, fece un paio di inchini e prese subito la via dell’uscita. La giuria di John Boorman assegnò il Leone d’oro a Il segreto di Vera Drake di Mike Leigh, un grande film, Ferro 3 vinse ”solo” il Leone d’argento ma portò la gloria al suo regista. Kim salutò il pubblico con la mano destra, poi all’improvviso aprì anche la mano sinistra: sul palmo aveva disegnato un occhio, lo stesso del protagonista del film. Addio Kim, grazie per l’occhio aperto, non smettiamo di guardare.
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