Immerso nella cisterna, il cinema di Cecilia Mangini
A villa Medici, l’Accademia di Francia a Roma, l’installazione di Anne-Violaine Houcke “ritrova” l’opera della grande pioniera del documentario, offrendo nuove letture e stratificazioni di senso, tra politica ed archeologia, memoria e presente. Da non perdere…

Suggestivo è il passaggio termico che ci aspetta, attraversiamo il grande portone e dalla piena luce ci immergiamo nel fresca penombra dell’antica riserva d’acqua pluviale di Villa Medici a Roma. È qui che negli spazi della cisterna romana della Villa viene esposta L’invention du réel: l’œuvre photographique et cinématographique de Cecilia Mangini ad opera dell’artista e storica dell’arte Anne-Violaine Houcke.
Sul perimetro murario tutto intorno a noi immagini fortemente evocative. La tessitura muraria si somma a lettere, inchiostro nero su foglio bianco, battitura a macchina. Sinistra destra, alto basso. Lo sguardo scorre velocemente e ricostruisce le due geometrie, quella del luogo e quella dell’esposto.

Si legge a firma di Pier Paolo Pasolini: “noi non dovremmo mai accettare il linguaggio dei nostri nemici”.
L’architettura insolita di questo luogo presenta ancora le tracce della sua funzione elementare e vitale, l’acqua, lacqua e le sue memorie.
Il visto, il letto, il sovrapposto, il… memoria.
È nell’acqua che ora è il fuoco dell’ obiettivo dell’artista Cecilia Mangini ad osservare adolescenti romani che giocano e che riposano. Corpi su fieno. Colori tenui e controluci violenti. Inquadrature che chiamano occhi e bocche, che chiamano parole e volti, che fuggono all’arrivo delle guardie perché “non si può fare il bagno nella marana”.
Ponte Mammolo, campo marzio, periferia romana, villa Medici, documento.
Il documentario La canta delle marane è diretto da Cecilia Mangini nel ’61, con testi originali di Pier Paolo Pasolini.
E riaffiorano suoni, colori, movimenti, treni.
L’autrice nasce nel 1927 in Puglia e vive ancora oggi a Roma, inizia la sua carriera negli anni Cinquanta come critica e fotografa, collabora con riviste come Cinema nuovo, per poi dedicarsi al documentario – prima donna ad imbracciare la macchina da presa -, lavorando con Pasolini, Fortini, Micciché e Zavattini.
Cecilia è convinta «dell’importanza di un cinema di denuncia. Raccontare la realtà per spingere a cambiarla”. Proiettata sulle pareti è anche l’Italia degli anni 50 e 60, profondamente arretrata, che vive ancora dei miti peggiori del fascismo. A cominciare da quello che vuole la donna “madre di sterminata prole”.
È proprio del ’64, infatti, Essere donne, documentario-manifesto sulla condizione femminile in fabbrica, nelle campagne, tra le raccoglitrici di olive, le tabacchine e le lavoranti a domicilio. L’altra faccia del boom economico, appunto, che ora è proiettato in sovrapposizione alle pareti della cisterna nell’Accademia. Le patinatissime e colorate immagini della donna degli anni 60, enormi dettagli accattivanti come cerase rosse, grandi occhi e borghesi perle rotolano ed esplodono in funghi atomici, ma la perdita del colore che accade poco dopo lascia spazio al ricordo e alla riflessione.
Il bianco e il nero segnano e livellano storia e memoria, scrivono e ricordano chi siamo e chi siamo stati.
L’esposizione si propone, da un lato, di permettere la conoscenza di quest’autrice e della sua opera, nella sua totalità e nella sua specificità estetica e politica all’interno del documentario italiano e del cinema in generale. Dall’altro contribuisce alla scrittura della storia d’Italia e partecipa, grazie all’opera di Cecilia Mangini, ad una riflessione teorica sul documentario stesso.
L’accademia di Villa Medici sarà, fino al 14 Agosto 2016, lo spazio dove si esplorano narrazioni sotterranee e dove emergono forme elementari, abitate da una memoria profonda e primaria. La mostra costruisce, ignorando ogni linguaggio, quello che il passato lascia come tracce e non-tracce, la mostra dice ciò che è presente.
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