Indaco è il colore dei cuori affamati

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Noi siamo ciò che mangiamo. Da questo presupposto sano e spiritualmente “alto” – canone tra l’altro dell’alimentazione indiana, legata a doppio filo con la spiritualità – lo scrittore padovano Marco Franzoso fa del cibo il convitato di pietra e il fulcro malato de Il bambino indaco, il romanzo, edito da Einaudi, dal quale Saverio Costanzo ha tratto Hungry Hearts, il film in concorso a Venezia. Dramma familiare tutto chiuso nella storia intima di una coppia messa alla prova quando Carlo e Isabel si trovano a dover affrontare una circostanza di vita o di morte: una maternità che lentamente e inesorabilmente si trasforma in un percorso di morte.

Isabel ha grossi problemi di alimentazione, non perché anoressica ma perché aderisce a una setta che vede nell’alimentazione ordinaria un ostacolo per il corretto vivere. Carlo prende lentamente coscienza di quello che accade alla compagna. Il tutto si complica quando a risentire della filosofia della madre è il bambino neonato: secondo lei, è un “bambino indaco” e per questo deve essere nutrito con gli elementi più puri che esistono in natura, non da ultimo con la luce. Il titolo Hungry Hearts (Cuori affamati), titolo di una celebre canzone di Bruce Springsteen sembra rimandare all’altro grande tema del libro, la fame. Fame di cibo e fame di amore.

“Il bambino indaco” inizia dalla fine. Isabel è morta e suo marito non sa cosa sia successo ma è consapevole del perché. E Carlo racconta la storia, tutta quella storia assurda e surreale per, condividere, capire, per poterla ritesserla.

La relazione tra Carlo e Isabel è nata veloce e vera: si sono incontrati su suggerimento di un’amica, accettato un po’ per scherzo, e si sono sorpresi a pensare che aveva ragione lei. Che loro due, così diversi, insieme potevano essere qualcosa di bello. Si scoprono, vanno a vivere insieme, si sposano per amore, per amore concepiscono un figlio. Eppure, dal momento in cui Isabel sa di essere incinta, Carlo vede sua moglie cambiare. All’inizio pochissimo, incrinature microscopiche che il buon senso impone di trascurare; poi, quando la crepa è abbastanza larga da poterci guardare dentro, è l’amore che impone a Carlo di non vedere, di tenersi a una distanza di sicurezza dall’orlo dell’abisso. Finché è l’abisso stesso ad inghiottirlo: sprofondata in una tristezza senza fondo e senza ragione, ostaggio dei propri demoni, Isabel è lontana, distante, e insieme totalmente concentrata sul bambino che porta in grembo.

Si dice che una madre certe cose le sente, le sa prima di tutti: e Isabel è sicura che il suo sarà un bambino speciale. Un bambino indaco, delicato e perfetto, una creatura rara dotata di poteri sovrannaturali. Non le resta dunque che mettersi al servizio di quella che le pare una benedizione, e inseguire, per lei e per il bambino, un ideale di purezza assoluta: ciò significa, nella cruda oggettività dei fatti, lasciarsi e lasciarlo morire di fame. Sotto lo sguardo sgomento di Carlo, si compie la dissoluzione fisica della sua famiglia, mentre la malattia dell’animo invade il corpo e lo prosciuga.

Ma chi è il bambino indaco? E perché è così importante per Isabel che il suo figlio “speciale” abbia un trattamento materiale adatto al suo stato e al suo destino, a costo della sua morte per inedia? Lungimiranza o fanatismo? Così definiti dalla New Age, i bambini indaco sono i salvatori dell’umanità, perché sono una generazione di bambini dotati di tratti e capacità speciali o soprannaturali, come la chiaroveggenza e la telepatia, nati per preparare una evoluzione dell’umanità, tanto corrotta ormai da aver distrutto la Terra, la nostra casa, e perso ogni attenzione alla convivenza tra i popoli che la abitano. La nostra specie può sopravvivere solo se verrà attuato un salto evolutivo, profetizzò il maestro indiano Aurobindo agli inizi del ‘900. Ma forse non è ancora venuta l’ora.