Ken Loach espulso dai Labour. La sinistra (destrizzata) che continua a farsi del male

Il Partito Labourista espelle Ken Loach, caposaldo del cinema britannico e voce da sempre attenta alla working class. È la dimostrazione, l’ennesima, che l’odierna sinistra  tramortita non sappia davvero più che fare di se stessa. Continuando nella sua pericolosa “destrizzazione” inaugurata proprio da Blair …

 

Quando a Margaret Thatcher chiesero quale fosse stato il suo più grande successo politico, lei rispose con decisione: «Tony Blair». Non era una battuta, ma una risposta molto sincera, perché se c’è una cosa che dimostra il successo di una fazione su un’altra è proprio l’imitazione.

Politicamente fu proprio Blair che inaugurò la stagione, mai veramente conclusa, della destrizzazione della sinistra. E ancora adesso sembra una visione forte in terra britannica. È notizia recente, infatti, che il Partito Labourista abbia espulso Ken Loach.

Che questa scelta si iscriva proprio nel solco della sinistra alla Blair non è solo una nostra considerazione. Loach ha fatto parte dei Labour fin dagli anni ’60 ed era uscito dal partito sbattendo la porta proprio con l’elezione di Blair a segretario. Di lui ha detto: «è l’uomo della finta sinistra», che ha venduto l’idea di una «creatura mitologica, il capitalismo solidale; tutti ne parlano e nessuno l’ha mai visto».

L’urgenza del restyling ultimamente sembra essere l’unica strategia messa in campo dalle varie formazioni più o meno di sinistra del vecchio continente. Ci si presenta alle elezioni, si prendono batoste memorabili e, come per contraccolpo, ci si perde in una gattopardesca mania di cambiamento superficiale. Cambiare a volte nome e simbolo, più spesso segretario. E cancellare, soprattutto, qualunque cosa possa essere minimamente associata alla sconfitta elettorale. Cambiare la faccia insomma, come succedeva in una famosa scena di Brazil di Terry Gilliam.

Il Partito Labourista si era perso in questo loop e ci è ricaduto sonoramente dopo l’insuccesso clamoroso delle elezioni del 2019 (insuccesso dovuto anche alla forse troppo ondivaga posizione sulla Brexit). Jeremy Corbyn, segretario che aveva incarnato il tentativo di recupero del legame con i gruppi sociali tradizionalmente vicini ai Labour è stato costretto alle dimissioni (con tanto di accuse di antisemitismo) e nel cestino è finito all’incirca tutto ciò che ha toccato. Ken Loach compreso, rientrato nel partito proprio in sostegno di Corbyn, poiché si è rifiutato di disconoscere coloro che già erano stati espulsi. «È una caccia alle streghe», ha scritto sul suo profilo Twitter, accusando quindi il nuovo segretario Keir Starmer.

Eppure il fatto che dovrebbe far riflettere è proprio che un uomo come Loach possa risultare scomodo a sinistra. Da sessant’anni non esiste nessun altro che abbia saputo delineare le contraddizioni e le violenze quotidiane che il capitalismo ha perpetrato con la stessa risonanza e la stessa caparbietà. Solo un paio di anni fa aveva scosso profondamente gli animi con Sorry we missed you, smascherando la realtà della gig economy e i pericoli che ha già portato con sé.

Quando si parla di Loach si usa spesso la parola “idealista”, quasi a volerlo identificare come un sognatore ad occhi aperti, uno che crede ancora in cose irrealizzabili. È difficile trovare, invece, un cineasta più pragmatico. Non è un caso che riguardo la sua filmografia si parli spesso di “realismo sociale”, i film di Loach partono sempre da una situazione reale e si muovono fino a porre una semplice domanda: “è giusto che la realtà sia così?”. La sua qualità di uomo politico e di regista sta nel fatto che quasi nessuno, finito il film, sarebbe capace di rispondere di sì.

Non ha mai mistificato la realtà, né al cinema né nelle sue dichiarazioni. Davanti all’insuccesso del 2019 disse che quella dei labouristi «è la più grande sconfitta elettorale a cui abbia mai assistito», indicando poi subito la rotta: «non dobbiamo tornare in mano all’ala blairiana». Perché il problema non è perdere («Tanto abbiamo sempre perso», diceva Moretti alla madre in Aprile, davanti alla vittoria elettorale di Berlusconi), il problema è da dove ripartire una volta che si è perso. E la risposta non può essere un colpo di gomma per cancellare la sconfitta o per rifarsi la faccia.

La politica non è una stagione calcistica, dove se sbagli la partita devi ricominciare da zero. La politica è visione del mondo e si nutre anche di sconfitte, perché costruire un’alternativa è un processo lungo e se si butta giù tutto al primo fallimento non si raggiunge mai qualcosa che sappia restare nel tempo. Figurarsi se ogni volta si riparte a costruire un po’ più vicino alla destra, Il risultato è inevitabilmente un annacquamento delle proprie battaglie.

C’è bisogno, poi, di rivendicare anche la dignità di una sconfitta. Perché non è solo quando si raggiungono i traguardi che i percorsi acquistano valore. Il cinema di Ken Loach ha sempre guardato agli sfruttati del mondo non con il patetismo di chi li compiange, ma con l’attenzione di chi vede proprio nei mattoni rossi dei quartieri industriali e nel nero delle miniere più nobiltà di quanta se ne sia vista passare a Buckingham Palace. È negli sconfitti, nei paria della terra, che il suo cinema ha sempre trovato qualcosa che valga la pena di essere raccontato.

Uno dei suoi film più belli e straordinari, Terra e libertà, racconta proprio una sconfitta, quella del fronte repubblicano nella guerra civile spagnola. Fu Franco a vincere il conflitto, lo sappiamo tutti, eppure Loach ha voluto raccontare la storia di quegli uomini e quelle donne che, battuti e uccisi, avevano lottato per una causa che ha perso, ma che certo non era una causa persa. In quel film c’è anche uno dei più emozionanti canti dell’Internazionale della storia del cinema. Ed è, non a caso, nella scena di un funerale. Perché non basta una sconfitta per smettere di cantare.