Kenneth Branagh porta Shakespeare (anche) sul Nilo. Il (gustoso) ritorno di Hercule Poirot al cinema

In sala dal 10 febbraio (per The Walt Disney Company Italia) “Assassinio sul Nilo”, ritorno ad Agatha Christie di Kenneth Branagh nuovamente nei panni del baffuto Hercule Poirot e alla regia. Resta intatta la logica implacabile del detective e i personaggi colti e spillati in una bacheca come un collezionista di farfalle. Mentre Branagh regista apre microfinestre sull’altro mondo teatrale, molto shakespeariano che gli è appartenuto così strettamente. Film di gusto con contorno di splendido blues …

A volte ritornano. Soprattutto sul luogo del delitto. E quindi era abbastanza scontato che Kenneth Branagh facesse il bis sui gialli di Agatha Christie dopo il buon riscontro di Assassinio sull’Orient-Express. Lo fa con un film esotico, lussureggiantemente scenografico, riscrivendo con mano piuttosto libera l’avventura di Poirot in Egitto.

La trama di Assassinio sul Nilo poggia infatti sullo stesso triangolo fatale descritto dall’autrice in Death on the Nile: la bella ereditiera Linnet Ridgeway che sposa l’attraente e squattrinato Simon Doyle, soffiandolo all’amica Jaqueline de Bellefort. Ma cambiano i personaggi che li circondano durante la tormentata crociera di nozze verso Assuan, assumendo fattezze più moderne, accenti più contemporanei come la coppia lesbica, la cantante nera di blues, il dottore con ideali umanitari.

Addirittura ex novo è l’immissione dell’amico Bouc (il mercuriale Tom Bateman) – personaggio prelevato dal film precedente – che diventa elemento chiave dell’intreccio generale, quasi una trama parallela che mette in campo la madre pittrice, la cantante di blues e sua nipote con cui Bouc vorrebbe dare una svolta alla sua vita.

Il vero cambio di passo però sembrerebbe proprio Hercule Poirot, i cui panni vengono cuciti addosso a Branagh in modo talmente aderente da farlo suo. L’omino magrittiano, dalla testa a birillo, quasi insignificante ma dalle straordinarie capacità logiche (come del resto, lo è il suo alter ego femminile, la sagace vecchietta Miss Marple) diventa più umano, con l’occhio inumidito da nostalgie e sentimenti che affiorano.

Branagh si prende persino la briga di dare una spiegazione a quei bei baffoni sfoggiati nell’Orient-Express (criticati da chi amava il prototipo di Poirot su schermo interpretato da David Suchet, e certo più fedele all’originale, per il quale la scrittrice inglese diceva di essersi ispirata all’attore Adolphe Menjou).

Il film comincia appunto con un prologo, dove nel 1917 Poirot compare soldatino imberbe sul fronte belga a salvare una missione militare suicida.

Quello di Branagh sembrerebbe diventare una sorta di Hercule in fuga (composta) dalle pagine di Agatha Christie verso un destino diverso dall’omino metodico e tranquillo che conosciamo. Così come nella regia del film si diverte ad aprire microfinestre sull’altro mondo teatrale, molto shakespeariano che gli è appartenuto così strettamente. Come non intravedere nell’avanzata dei militari belgi avvolti nella nube di gas quella dei soldati inglesi mimetizzati dalle fronde degli alberi contro Macbeth? E ancora, la citazione di Antonio e Cleopatra, mimata contro lo sfondo magniloquente del tempio di Abu Simbel o l’allusione finale alla morte di Romeo e Giulietta.

Di Agatha Christie, il regista – con la complicità dello sceneggiatore Michael Green – rispetta l’ingranaggio serrato degli accadimenti, i colpi di scena, i dettagli disseminati qua e là che servono a individuare l’assassino per chi ha occhi per vedere e orecchie per ascoltare (vedi il dettaglio sulla sparizione del rosso carminio).

Resta intatta la logica implacabile di Poirot e i personaggi colti e spillati in una bacheca come un collezionista di farfalle. In più, c’è il gusto sfarzoso di riprese immersive, vertiginose a volte quanto le montagne russe e per questo appetibili a un pubblico (anche) giovane.

Messo da parte il cast stellare per il lancio dell’Orient-Express, Branagh dirige con gusto la nuova squadra di Assassinio sul Nilo, dove si distinguono le donne: le due antagoniste, Gal Gadot (una perentoria Linnet) e Emma Mackey (la vibratile Jaqueline), mentre il Simon di Armie Hammer è più belloccio che sensuale. Magnifica e magnetica Sophie Okonedo nel ruolo della cantante, non per caso istigatrice di nuovi risvegli nell’attempato ma non congelato Branagh/Poirot.
Film di gusto, con contorno di splendido blues e le “dirty dances” che danno il via a triangolazioni proibite.