La donna della Rivolta femminile. Vita (e opere) di Carla Lonzi nel doc di Francesca Archibugi alle GdA

Francesca Archibugi porta alle Giornate degli Autori il documentario Evento speciale “Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo” (distribuito da Fandango), dove racconta l’attivista e saggista femminista esplorandone, tra interviste e materiali inediti, tanto la biografia quanto la critica radicale della cultura intrisa di patriarcato, con il collettivo-casa editrice Rivolta femminile, i gruppi di autocoscienza e testi come “Sputiamo su Hegel”, “La donna clitoridea e la donna vaginale” e lo stesso diario “Taci, anzi parla”. Ricostruendo un percorso dove esistenza, riflessione sul linguaggio e lotta per una società diversa s’intrecciano inscindibilmente…

 

Strane creature, queste femministe. Cosa vogliono, cosa pretendono? Pensare che «la donna è stata bene fino a adesso!», dice una ragazza (del 1976) nell’incipit del documentario di Francesca Archibugi Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo (Evento speciale alle 23me Giornate degli Autori, distribuito da Fandango), dove i filmati di repertorio ci mostrano i commenti della “gente comune”: «Chi ha detto che le donne, in pratica, non possono fare quello che vogliono?», polemizza un giovane, «Hanno gli stessi diritti che noi, più o meno». Sembra di sentir parlare l’odierno ex generale fautore del “patriarcato mediterraneo” Vannacci. Secondo un’intervistata, le femministe vogliono «calpestare l’uomo», secondo un’altra «in alcuni campi hanno ragione, però quando superano la misura no».

A ben vedere, comunque, il femminismo, nella nostra società impostata a uso e consumo del maschio, ha sempre “superato la misura”, abbastanza da scoperchiare gli aspetti contraddittori e conservativi (anche) in seno alle più grandi rivoluzioni: quella francese, con Olympe de Gouges (citata nel doc) che nel 1791, prima di essere mandata a morte da Robespierre, si domandava: «Le donne saranno sempre divise le une dalle altre? Non formeranno mai un corpo unico?»; e quella dell’Italia tra il ’68 e gli anni ’70, dove Carla Lonzi (1931-1982) non si accontenta di rivendicare uguaglianza (anzi, una certa idea di uguaglianza, dirà, «è una mistificazione giuridica: non dobbiamo chiedere di essere uguali all’uomo, perché l’uomo è il termine della nostra esclusione»), puntando invece al cuore della stessa architettura filosofica occidentale.

Sputiamo su Hegel, non per nulla, è il titolo di uno dei suoi saggi più celebri. Dal filosofo tedesco peraltro Lonzi riprende e rielabora il concetto di autocoscienza, che informa gli incontri per sole donne all’interno del collettivo Rivolta Femminile, da lei fondato con Carla Accardi ed Elvira Banotti (il doc riporta i celebri minuti televisivi in cui quest’ultima attaccò Indro Montanelli che narrava con leggerezza il suo matrimonio coloniale con una dodicenne in Etiopia).

C’era davvero (e c’è ancora) una società da ripensare nelle fondamenta, anche e non secondariamente sotto il profilo della sessualità, rispetto alla quale irrompe incendiario un altro testo di Carla Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale. Abbastanza, come si diceva, per far venire al pettine nodi irrisolti nella stessa sinistra di allora, in cui, ricorda Nanni Moretti nel film, quella del rapporto tra uomini e donne era spesso percepita come «una contraddizione secondaria».

Ma dietro ogni personaggio c’è una persona, e la regista di Mignon è partita quella persona l’ha conosciuta da vicino, essendo stata Lonzi la madre del marito di Archibugi, il musicista Battista Lena detto Tita. L’accesso ai ricordi suoi e di altri congiunti della saggista e attivista, oltre che a materiali d’archivio inediti, offre alla cineasta il bagaglio ideale per un viaggio nel vissuto privato (sempre pubblico, come sappiamo) di Carla Lonzi.

Ci sono l’infanzia tra il rapporto conflittuale col padre (estremamente preciso, mentre lei «non rispettava mai gli orari»), l’esperienza in collegio e da sfollata durante i bombardamenti di Firenze, quindi il complesso triangolo con la sorella Lidia e il Funni, partner prima dell’una poi dell’altra, la tubercolosi a Parigi, l’amicizia con Marisa Volpi (di cui ci parla anche la figlia Paola), i problemi legati al matrimonio con Mario Lena e ai trasferimenti tra Carrarra e Milano (ne nascono le poesie “della disperazione”), l’incontro con lo scultore Pietro Consagra che sarà a lungo il suo compagno, dal viaggio in America fino agli ultimi anni trascorsi nel podere di Turicchi e alla morte di lei.

Tutto questo, però, non pare mai davvero scisso e scindibile dall’opera di Lonzi, che ci viene raccontata anche e soprattutto nel suo valore di riflessione sul linguaggio. Dando molto spazio al fondamentale periodo come storica e critica d’arte (tra i contributi ci sono quelli di Giulio Paolini, Paola Ugolini e Laura Iamurri), un mondo da cui si allontanerà in polemica contro mercificazione («Tutto è strumentalizzato fra il prestigio e il denaro») e mito egotico, in definitiva ancora maschile e maschilista, del genio. Punta non a caso a negare «il ruolo e perciò il potere del critico in quanto controllo repressivo sull’arte e sugli artisti», nonché «l’ideologia dell’arte e degli artisti in corso nella nostra società», il volume del 1969 Autoritratto.

Ma la stessa (auto)biografia dell’attivista è terreno di meditazione e conflitto linguistico e (quindi) culturale: Taci, anzi parla s’intitola il suo Diario di una femminista. Senza contare che la stessa Rivolta femminile è (anche) una casa editrice, le cui fondatrici rifiutarono di pubblicare i saggi di Lonzi con Feltrinelli, che chiedeva di scegliere copertina e prefazione.

Ed è da questa rivolta (e rivoluzione) fatta scoppiare in seno al linguaggio che il doc fa emergere tanto più la modernità della protagonista, portandoci inevitabilmente a chiudere il cerchio delle interviste iniziali con le sequenze tra le giovani scrittrici e militanti femministe di oggi. Consapevoli che la strada da percorrere è ancora lunga (perché «la coscienza da sola non libera», dice Maria Edgarda Marcucci), mentre la discussione intersezionale su uguaglianza, differenza, identità si arricchisce di punti di vista come quello transgender e quello post-coloniale: «Io non faccio politica, io sono politica», afferma l’italo-liberiana Anna Maria Gehnyei. Una frase che si addice bene anche a chi, come Carla Lonzi, ha voluto essere, e spingere a sentirsi, «imprevisto della Storia».


Emanuele Bucci

Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.

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