La fontana con le dive attorno. Amaro dialogo a distanza tra Anita e Monica

Passato al TorinoFilmFest e in sala il 1° e il 2 dicembre (per Eagle Pictures) “The Girl in the Fountain” di Antongiulio Panizzi: sorta di dialogo a distanza tra Monica Bellucci e Anita Ekberg, due dive di due diverse epoche ma accomunate da storie simili che mettono a nudo fragilità, maschilismo, misoginia. Il film, però, non convince fino in fondo così carico di reenactment che vanno tanto di moda ma tanto puzzano di finto …

Chi avrebbe il coraggio di essere Anita Ekberg oggi? In pochi sarebbero pronti a vestire i panni della maggiorata svedese. Non solo per la fine solitaria, per i matrimoni infelici, per la carriera cristallizzata e bruciata in un’unica scena: il mitico bagno nella fontana di Trevi, l’immagine-simbolo più famosa e citata della Dolce vita di Federico Fellini.

Un’icona di sensualità e bellezza così funzionale all’immaginario maschile della donna-preda da renderla materiale difficilmente maneggiabile ai giorni nostri. A misurarsi con la giunonica bionda è un’altra icona sexy di giorni a noi più prossimi, Monica Bellucci, con una notevole dose d’ironia – qualità che non mancava neppure ad Anita – gioca a mettersi nei panni dell’altra.

A volte ci mostra quanto le sia difficile imitare una sensualità che non è la sua, altre aggiunge sfumature mediterranee e misteriose alla selvaggia esplosività della svedese. Ma anche se il coraggio non manca all’ umbra che ha conquistato il cuore dei francesi, tutto il gioco su cui si regge il film gira attorno alla fontana e a quel bagno che ha consacrato, lei, il regista, un’epoca e una città, insomma la dolce vita.

La storia è sceneggiata bene, il gioco del dialogo a distanza tra Anita e Monica, si snoda tra curve pericolose, che mettono a nudo fragilità, maschilismo, misoginia. Gli esordi da starlet spinta da un fisico eccezionale di Anita, intrecciati coi provini di Monica esordiente, ma che già recitava in un francese perfetto.

I beceri servizi giornalistici sulla bella “che vuole dimostrare di avere un cervello funzionante” ci portano al cuore della storia: l’arrivo a Roma di Anita, l’amore totale per quel clima, quella città e i suoi protagonisti che catturano Anita imprigionandola fino alla fine.

E dietro il cliché della bomba sexy che ha fatto sognare tutti ma è rimasta infelice ecco la storia più prosaica di un mondo che non perdona una donna libera, che non si piega a logiche di potere, che non sposa un produttore importante, che va a letto con chi le pare ma non si fa usare e non usa. Si scopre che la famosa scena della fontana non è un’invenzione di Fellini, lui si è limitato a ricostruire sul set quello che Anita aveva fatto davvero nelle sue notti romane, per puro divertimento.

Meno convincenti anche se tanto in voga i reenactment. A tratti vengono in mente Segreti e delitti o altri programmi che spettacolarizzano i gialli, quando gli attori ricostruiscono la scena del crimine e tutto – anche la realtà più cruda – puzza di finto.

Per un buon quaranta per cento del documentario siamo in set che mostrano i preparativi di Monica per acconciarsi come Anita. Il tutto è tagliato e montato con materiale di repertorio – strepitoso – che mette a confronto le due bellezze. Ogni tanto qualche anonima voce fuori scena ci racconta qualcosa su Anita, ma usate in quel modo, come colonna sonora di belle immagini, lasciano un sacco di domande in sospeso.

Un po’ grottesco, cinico e spietato il mondo di Anita, ci vuole una bella dose di ironia per affrontarlo, come il nostro: quando Monica scopre un drone che le vola intorno a casa, come Anita prende un arco e lo abbatte con una freccia, quando va all’Università di Enna a parlare del film, chiede ai ragazzi se qualcuno di loro ne sa di cosa stanno parlando e loro guardano in basso: neppure uno sa dire qualcosa su Anita Ekberg.

La regia di “The Girl in the Fountain” è di Antongiulio Panizzi, la sceneggiatura di Paola Jacobbi, che compare anche nel film nei suoi panni di giornalista e Camilla Paternò. Proiettato in anteprima al festival di Torino, dove Monica Bellucci è anche premiata con la stella della Mole per l’innovazione artistica. Il documentario resterà in sala solo 2 giorni: il 1 e il 2 dicembre.