Lotta di classe tra i fornelli. “Aragoste a Manhattan” è l’incubo americano di Trump

 È in sala dal 5 giugno (per Teodora Film) “Aragoste a Manhattan”(La cocina) del messicano Alonso Ruizpalacios, presentato in concorso alla Berlinale 2024. Una rivisitazione della pièce omonima di Arnold Wesker, trasportata a New York, nella cucina di un ristorante di Times Square. Aborto, immigrazione, sogni che diventano incubi, difficile pensare a temi più vicini agli Stati Uniti di Donald Trump. Da vedere decisamente …

 

C’è un gioco di parole ne La cocina di Alonso Ruizpalacios che potrebbe sintetizzare tutto il film: «El amor de mi visa». Tradotto, l’amore del mio visto, ma la pronuncia della frase la porta pericolosamente vicina a “l’amore della mia vita”. Cosa c’entri col film e cosa voglia dire lo spiegheremo a breve, ma cominciamo col dire che il film è stata una delle sorprese più interessanti della Berlinale 74, quella del 2024, quando

Il regista messicano è un habitué del festival, sono passati di qui tutti i suoi precedenti tre film, ricevendo sempre qualcosa, dal Premio al miglior esordio all’Orso, alla miglior sceneggiatura. Questa volta ha fatto il grande salto, ossia girare negli Stati Uniti, ma la lingua prevalente rimane lo spagnolo. Il film adatta (ed è già la seconda volta per la pièce) The Kitchen di Arnold Wesker, uno dei giovani “arrabbiati” britannici, con cui aveva esordito nel 1957.

Wesker aveva iniziato a pensare all’opera lavorando in un hotel di Norwich, Ruizpalacios sostiene che anche lui stava lavorando come lavapiatti in un hotel quando il film ha iniziato a germogliare nella sua testa. Per casualità si è ritrovato la pièce tra le letture ed è stato subito amore. Ha scelto però di modernizzarla, spostandola da Londra a New York, più precisamente a Times Square, e inserendo nuovi temi ed espedienti narrativi.

Siamo dentro la cucina di un ristorante di successo, visitato da molti turisti, l’intera trama si snoda in un giorno solo. La cucina è abitata prevalentemente da immigrati, domenicani, marocchini, la maggioranza messicani (“sembra un’assemblea dell’Onu” dice ad un certo punto una delle “spadellatrici”), a cui si aggiunge una giovanissima nuova leva. La lingua è uno dei fattori cruciali: in inglese si esprimono gli ordini, lo parla infatti lo chef, ma la lingua di chi li esegue è sempre un’altra. C’è persino l’inetto dirigente che per fingere di essere uno di loro ha imparato a parlarlo, ma lo tradisce la perfetta pronuncia inglese che usa col titolare.

Ruizpalacios aggiunge anche un altro paio di elementi narrativi alla pièce. Intanto sono spariti dei soldi e in tutta la giornata il rigidissimo proprietario (Rachid, anche lui non è americano) ordina che sia trovato il colpevole, così che ciascun dipendente è sottoposto a un interrogatorio. Ma soprattutto la somma sottratta si avvicina con gran sospetto a quella che una delle cameriere, Julia (Rooney Mara), ha ricevuto dal suo amante Pedro  Raul Briones), un cuoco, per abortire.

Parlare oggi di aborto negli Stati Uniti (il film è del 2024 quando Trump ancora non era alla Casa Bianca ma la campagna elettorale già infuriava) è già di per sé un atto politico. Farlo mettendo a confronto due prospettive così vere, da un lato una giovane donna che fatica ad arrivare a fine mese e dall’altro un uomo che da anni spera di ottenere i documenti per non essere rimpatriato, lo è ancora di più. L’amor de mi visa significa questo, per i latinos, mettere su famiglia anche nella speranza di mettere a posto la questione dei visti.

Al di là dei temi e della loro forza, Ruizpalacios si esalta nel girare nello spazio serrato del ristorante. Sceglie un bianco e nero leggero, in cui prevalgono i grigi e in un paio di occasioni sorprende con lampi di colore. La macchina da presa si permette anche ambiziosi movimenti e un piano sequenza di ottimo livello.

Nel corso di una pausa tra pranzo e cena, l’origine teatrale del film forse si fa sentire un po’ troppo, con un discorso sul sogno che può suonare un po’ sconclusionato. Ma lo si può leggere anche come l’emblema del garbuglio in cui si è trasformato il mito dell’american dream. La battuta finale effettivamente è lapidaria: «Mi hai chiesto di parlare di un sogno, è colpa mia se è diventato un incubo?».

 


Tobia Cimini

Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.


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