La piccola Anna che sfuggì ai nazisti. “Quando Hitler rubò il coniglio rosa” arriva in sala

In sala dal 28 aprile (per Altre Storie) “Quando Hitler rubò il coniglio rosa” della regsta tedesca premio Oscar Caroline Link. Dalle pagine dell’omonimo libro di Judith Kerr la storia vera di una famiglia ebrea, a partire dall’ascesa al potere di Hitler nella Berlino del 1933 fino all’epilogo a Londra. Protagonista Anna una bambina di nove anni alla quale, però, i sogni e il futuro non verranno bruscamente interrotti come all’omonima bimba trucidata ad Auschwitz dai nazisti e alla quale il film rende omaggio ….

Tratto dall’omonimo romanzo di Judith Kerr, il film Quando Hitler rubò il coniglio rosa della regista premio Oscar per Nowhere in Africa Caroline Link (coproduzione La Siala Entertainment, Hugofilm Features e NextFilm Filmproduktion in collaborazione con RaiCinema, SRF Schweizer Radio und Fernsehen, SRG, SSR, distribuito da Altre Storie nelle sale italiane dal 29 aprile), narra la storia vera di una famiglia ebrea, a partire dall’ascesa al potere di Hitler nella Berlino del 1933 fino all’epilogo a Londra.

Protagonista è la bambina di nove anni Anna che, insieme al fratello di poco più grande, si trova ad affrontare drammi fino allora inimmaginabili come il diffondersi del clima di persecuzione antiebraica, la separazione forzata dai genitori e dall’amato coniglio di peluche rosa che dà il titolo al film, l’abbandono dei luoghi d’infanzia.

Il padre, noto giornalista e scrittore, è costretto a rifugiarsi a Zurigo dove la famiglia lo raggiungerà poco dopo. Ma neppure lì, nonostante il paesaggio idilliaco e la benevolenza con cui i bambini sono accolti dalla comunità locale, la famiglia di Anna si sente al sicuro. Manca il lavoro ed è impossibile ricostruirsi una vita.

Il padre decide così di trasferirsi a Parigi, dove ancora una volta lo raggiungerà la famiglia. Qui le possibilità di impiego non mancano, ma il clima nei confronti degli ebrei si fa sempre più ostile e la vita quotidiana non va oltre i limiti della sussistenza. È nel periodo trascorso nella capitale francese che il film offre il meglio di sé, non solo nella ricostruzione degli ambienti e nella descrizione dei personaggi – prima fra tutte la diffidente portiera dello stabile in cui alloggia la famiglia di Anna – ma soprattutto nel dispiegarsi del percorso di maturazione della bambina e nella sottolineatura dei legami familiari, che raggiunge il suo climax nella scena girata in cima alla Tour Eiffel.

Molto delicata e partecipe la regia di Caroline Link, per quanto non arrivi a dare al film quel soprassalto di partecipazione emotiva che poteva trarre da un materiale plasmabile e dalla straordinaria capacità comunicativa della novenne Riva Krymalowski. Suo merito principale è aver colto un aspetto meno indagato dal cinema, cioè il punto di vista di una bambina ebrea che affida il proprio futuro alla saldezza e alla tenuta della famiglia: come una Anna Frank i cui sogni non vengono bruscamente interrotti e la cui vita non si conclude nel modo più tragico.

Anzi, sarà interessante apprendere dai titoli di coda la fortunata sorte di Anna nell’ultimo rifugio di Londra, dove lei diventerà un’apprezzata illustratrice di libri per bambini e il fratello un giudice della Corte di Giustizia inglese. Una specie di contrappasso, verrebbe da dire, che rende omaggio alla memoria dell’omonima bimba trucidata ad Auschwitz dai nazisti.