La pioniera del cinema della porta accanto. La vita da romanzo di Elvira Notari in un romanzo

In libreria “Elvira” (Einaudi ) di Flavia Amabile, romanzo dedicato ad Elvira Notari, la prima regista donna cancella dalla storia del cinema (anche per volontà del fascismo) e recentemente riscoperta. A 27 anni s’innamora del cinema. Tra i vicoli di Napoli di inizio ‘900 fonda insieme al marito la Film Dora che sbarcherà in seguito anche a New York. Il suo è un Neorealismo antelitteram con scugnizzi e vicini di casa come attori, le location tra Posillipo e Spaccanapoli, in mezzo al popolo, tra dialetto e povertà. L’avvento del sonoro fu un disastro. A cui si aggiunse la censura fascista contro una rappresentazione dell’Italia troppo distante dalla retorica del regime. Una vita da romanzo, insomma e magari da film …

Chi è stata la prima regista italiana? Se l’avessi chiesto a Google quattro o cinque anni fa la risposta sarebbe stata univoca: Lina Wertmüller. Da qualche anno però è spuntato un altro nome, quello di Elvira Notari, o meglio, Maria Elvira Coda in Notari. Salernitana trasferita a Napoli, nata nel 1875, scoprì il cinema, allora agli albori, e ne rimase sedotta. Un amore durato una vita, parallelo a quello per l’uomo che l’accompagnò in questa scoperta e poi la sposò, il fotografo e pittore Nicola Notari (insieme nella foto).

Elvira aveva 27 anni e faceva la modista quando vide per caso la prima proiezione della sua vita, tre minuti, in un baraccone da fiera. Lo racconta, quasi in presa diretta, sempre al presente, il romanzo di Flavia Amabile, Elvira (Einaudi stile libero, ppg. 322, 18 euro) da poco in libreria. Bastarono quei tre minuti: il sodalizio con il cinema e con quello che sarà poi il marito iniziò allora e non finì mai. Tre figli, l’ultima molto trascurata, ma non si può fare la pioniera e insieme la madre di famiglia.

Pioniera è stata davvero. E non solo per la passione per il cinema. Con il marito, che era diventato un colorista (colorava a mano le immagini sulla pellicola per simulare una ripresa a colori) mise su una casa di produzione. Lei era la sceneggiatrice, a volte l’attrice, la regista, l’amministratrice, e si occupava di postproduzione e promozione.

Il marito faceva le riprese, a volte il montaggio; tutta la famiglia colorava le pellicole. La Film Dora nasce così, nei vicoli di Napoli. E a quei vicoli, a quella gente che l’ha accolta con semplicità e affetto Elvira Notari resterà sempre legata. “Simm’e Napoli, e avimma fa ’o cinema de’ napulitane” diceva. Niente attori di grido, anche se scoprì una giovane Tina Pica. Cercava i suoi attori tra gli scugnizzi e i vicini di casa, le sue location tra Posillipo e Spaccanapoli, tra la Vicaria e i quartieri spagnoli. Tra loro anche suo figlio Eduardo, uno dei primi bambini attori.

Neorealista antelitteram, le sue storie erano semplici: al centro spesso le vicende di una donna passionale, in cerca di libertà, di autonomia. Che incontra la violenza e il desiderio di sopraffazione. A volte la tragedia. Amore e dolore, potere e ricerca di riscatto.

Con piglio da “marescialla” governava le riprese: bisognava essere veri, piangere e soffrire. Era importante, tanto che aprì anche una scuola di recitazione. Poi alle pellicole mute affiancò anche un sonoro live, il “cantante appresso” o addirittura l’orchestra, capace di accompagnare, scena dopo scena le vicende della storia. Con arditezza comprava in blocco i diritti delle canzoni presentate al festival di Piedigrotta, prima ancora di sentirle, e poi cuciva su quelle note le sue sceneggiature.

Più di sessanta film, un centinaio di documentari e infine la grande avventura di New York. La sua casa di produzione divenne la Dora Film, aprì negli anni venti una sede a Manhattan e ripropose un’Italia non ufficiale agli emigrati di Little Italy. Di quei sessanta film, purtroppo, ne sono rimasti solo tre alla Cineteca nazionale, troppo complesso preservare le pellicole dell’epoca.

L’avvento del sonoro per la piccola casa di produzione napoletana fu un disastro. Ma a decretare la fine di quell’esperienza pioneristica non fu una questione tecnica ma politica. Fu il fascismo, e l’idea di Mussolini che la povertà e il dialetto dovessero essere censurati. Dunque niente vicoli, niente scugnizzi, niente bassi e panni stesi. Altrimenti, niente visto.

Quelle immagini, decreta il regime nel 1928, “sono una calunnia per una popolazione che pur lavora e cerca di elevarsi nel tono di vita sociale e materiale che il regime imprime al paese; considerato peraltro che siffatti film sono eseguiti con criteri privi di qualsiasi senso artistico, indegni della bellezza che la natura ha prodigato alla terra di Napoli, è stato deciso di negare, in via di massima, l’approvazione dei film che persistono su clichés che offendono la dignità di Napoli”.

Una condanna. A Elvira, donna indomita, non resta che la resa.

Flavia Amabile lo racconta con dolcezza: prima l’abbandono di Napoli per ritirarsi a Cava de’ Tirreni (è qui che morirà il 17 giugno 1946), lasciando nelle mani del marito e del figlio la casa di produzione che, non potendo più produrre, diventerà casa di distribuzione. Poi il declino, lento e inesorabile. È difficile per una donna così creativa lasciare ogni attività senza pagare un prezzo. Il prezzo è l’indifferenza e l’oblio, quello che per quasi cento anni le riserverà la storia del cinema ufficiale. E da cui in questi anni sta finalmente uscendo. Grazie anche a questo libro. E se diventasse una sceneggiatura, e poi un film?