La pittura al magnesio di Titina Maselli. Tra le “Mostre in mostra” a Roma

“Ella ardisce di mettere in un quadro un telefono, una macchina da scrivere, una di quelle cartacce che la notte fanno un grumo bianco sull’asfalto della città”, scriveva Corrado Alvaro a proposito dell’opera della pittrice Titina Maselli. Al Palazzo delle Esposizioni di Roma, fino al 28 luglio, “Mostre in mostra”, propone – tra quelle di altri autori – una selezione  delle tele della pittrice romana che furono protagoniste di una esposizione del ’55 alla galleria, La Tartaruga di Ninni Pirandello e Plinio De Martiis …

Citto Maselli alla mostra della sorella, Titina

Al Palazzo delle Esposizioni di Roma si è aperta una mostra, anzi come recita il titolo, Mostre in mostra,  interessante e inusuale, che ripropone, appunto, sei mostre già tenutesi a Roma tra gli anni ’50 e i 2000, praticamente una per decade, oltre all’omaggio al fotografo d’arte Sergio Pucci.

A queste sarà affiancata, il 19 giugno, una giornata di studio organizzata assieme alla Biblioteca Hertziana – Istituto Max Planck per la storia dell’arte, sulla tendenza attuale della ricostruzione di mostre d’arte, con l’intervento di esperti curatoriali.

Lo scopo dell’esposizione è dare spazio ai galleristi, al loro importante ruolo nell’organizzazione, nella comunicazione e nella diffusione di opere d’arte che, a partire dal Dopoguerra, hanno contribuito a trasformare Roma in un importante centro culturale.

Le Gallerie, infatti, sono i veicoli dell’arte, perché danno modo agli artisti di far conoscere al pubblico le loro opere. Ad esempio Ninni Pirandello e Plinio De Martiis con la Galleria La Tartaruga sono stati degli importanti promotori artistici e culturali e per varie decadi da “Plinio” si sono riuniti la sera all’ora dell’aperitivo, oltre ai pittori, intellettuali di ogni tipo da scrittori ad architetti, da poeti a giornalisti, oltre a registi e attori.

Magari sfugge un po’ il criterio che ha ispirato la selezionate delle sei occasioni di esposizione nell’arco di mezzo secolo, probabilmente c’è anche il parametro della reperibilità del materiale in mostra all’epoca. Non è presente però un percorso di “evoluzione” o di “tendenza” e ogni artista è come fotografato in quell’attimo. Così che, alla fine, la mostra sembri più adatta agli “addetti al lavoro” che al grande pubblico.

Nel clima di una Roma in “bianco e nero” – poi rappresentata magistralmente da Federico Fellini nel 1960 -, Titina Maselli, una delle rare artiste donne ad avere successo, si muoveva a suo agio, specialmente dopo la permanenza a New York tra il 1952 e il 1955. La sua prima personale è del 1948, poi negli anni ’50 partecipò alle varie Biennali di Venezia.

«Ella ardisce di mettere in un quadro un telefono, una macchina da scrivere, una di quelle cartacce che la notte fanno un grumo bianco sull’asfalto della città», scriveva Corrado Alvaro presentando la mostra del suo debutto. Qui è mostrata quella del 1955 tenuta alla Galleria La Tartaruga. Mentre nel 2014 un’altra mostra di Titina Maselli, molto variegata che comprendeva anche pugili, calciatori, e altro è stata allestita alla Casa della scherma di Luigi Moretti.

La permanenza a New York influenzò la pittrice nei confronti dei paesaggi urbani, specialmente notturni, e lei ritrasse le metropolitane e i bar della Grande Mela. «La città della vita è New York – dirà in un’intervista a Lea Vergine – nel ‘52 sapevo già cosa era, già la volevo questa città sotto i fari, fissata dal lampo del magnesio, […] non morbida […] non condita dal lirico dolente».

A questa attività, distinta anche dal riferimento al dinamismo futurista, seguì più tardi una figurazione caratterizzata da soggetti fissati dalla folgorazione di un fotogramma cinematografico (Macchine al tramonto, 1960). Negli anni ’60 in America poi si affermerà la pittura pop che però non coinvolgerà Titina, che, infatti, così affermava: «Questi giovani artisti vogliono dipingere la cosa in sé. Io invece intendevo dipingere dei conflitti».

Al Palazzo delle Esposizioni è ricostruita anche la mostra di un allora esordiente, Giulio Paolini, tenutasi presso la Galleria La Salita nel 1964, punto d’incontro di una nuova generazione di artisti. Come riscontrava un mio amico performer incontrato al vernissage, le opere monocromatiche del suo debutto di matrice concettuale sono state poi ampiamente superate dallo stesso artista, nella crescita. Le tavole in compensato appoggiate nella mostra organizzata da Gian Tommaso Liverani, alludevano alla stessa mostra in allestimento, facevano riflettere sugli strumenti del pittore e sullo spazio della rappresentazione.

Così commenterà lo stesso Paolini: «Una mostra che dà l’impressione di un’esposizione in allestimento: alcuni pannelli in legno grezzo (accostati o sovrapposti l’uno all’altro, appoggiati alla parete) “sostituiscono” la presenza dei quadri e analizzano i puri rapporti convenzionali di un’esposizione». Paolini più tardi, parteciperà alle mostre su l’Arte Povera organizzate da Germano Celant, ma con uno sguardo sempre sulla storia dell’Arte.

Nel 1971 Achille Bonito Oliva ha curato la rassegna sulla “presenza italiana” con particolare attenzione alle opere di Luciano Fabro, alla 7ma Biennale di Parigi (fondata da André Malraux nel 1959), riproposto subito dopo negli Incontri Internazionali d’Arte al Palazzo Taverna di Roma. Lo scultore Fabro ha proposto dei veri e propri spazi, come ad esempio la tenda di campeggio, dove è palese che l’artista intendesse scardinare del tutto la bidimensionalità della rappresentazione.

Dieci anni dopo la Galleria Nazionale di Roma, dopo l’esposizione La costellazione del Leone di Gian Enzo Sperone del 1981, mostrava le opere di Carlo Maria Mariani. La pittura di Mariani è un’espressione della sua profonda cultura storico artistica e citazionista in quanto si è ispirato, senza però fare delle copie, ai quadri dei grandi maestri del passato guardando, inizialmente, alla pittura veneta di Tintoretto e Tiziano.

Il pittore è in linea con le caratteristiche della pittura di fine anni Settanta del secolo scorso, un momento in cui la “Tradizione del nuovo”, portata avanti dal Minimalismo e dall’Arte concettuale, sembrava aver esaurito le proprie energie, spingendo i nuovi artisti a rifarsi alle forme della pittura classica. Inoltre, Carlo Maria Mariani è uno dei Maestri contemporanei riconosciuti a livello internazionale, considerato un esponente di punta dell’Anacronismo e della Pittura Colta post-modernista teorizzata da Italo Mussa, critico d’arte che negli anni ottanta ne scrisse una monografia.

Del 1990 è la mostra, Tombeaux (Stanza) organizzata nella Galleria Pieroni dal visual artist belga, Jan Vercruysse. La sua ricerca è incentrata sulla ridefinizione della natura spirituale dell’arte. Le sue composizioni spaziali minimaliste sono molto vicine all’architettura colta dei Rats (da razionalisti), soprannome dato agli architetti italiani, principalmente milanesi, della “tendenza” di quegli anni, come Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Giorgio Grassi e così via.

Nel 2004 The Gallery Apart e la Fondazione Volume! hanno presentato la mostra, Elisir dell’artista canadese nata in Bangladesh Myriam Laplante, curata da Lorenzo Benedetti e Teresa Macrì. Il suo lavoro è una parodia del mondo, cinica e assurda, malinconica e disorientante, che esce da un immaginario bizzarro e fantastico. Con queste sue opere ci si immerge in immagini paradossali e fiabesche, con le quali si conclude il percorso espositivo.


Ghisi Grütter

Architetto e Professore Associato di "Disegno", fa parte del Dipartimento di
Architettura dell'Università Roma Tre. Autrice di numerosi libri e saggi, tiene la rubrica "Disegno e immagine" nella rivista on line
"Ticonzero" e scrive nella sezione micro-critiche di "DeA Donne e Altri".


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