“La sposa nel vento”, tutte le arti contro i femminicidi. Tappa romana per il nuovo film di Jo Coda
Doppia data romana (4 e 5 aprile) allo spazio SCENA (ore 19) nell’ambito della rassegna Fuorinorma de “La sposa nel vento”, ultimo capitolo della trilogia di Giovanni Coda sul tema della violenza di genere. Il nuovo film del regista e video-artista sardo è l’ennesima dimostrazione della sua arte sperimentale, un cinema-danza che ibrida i linguaggi. Stavolta guarda in faccia il tema della violenza di genere, un mostro potente che va combattuto con tutte le arti possibili…

Giovanni Coda, con il suo cinema-danza sperimentale, nel corso negli anni sta toccando i nervi scoperti della società italiana, gli angoli ciechi, quegli spazi che nessuno vuole vedere perché troppo scomodi. Quindi conviene rimuoverli dallo sguardo.
Coda li riporta davanti agli occhi, convocandoci al confronto con essi: basti guardare il suo percorso nel tempo per realizzarlo in modo evidente. Ha raccontato l’Olocausto dei gay ne Il rosa nudo, storia vera di un uomo arrestato e deportato perché omosessuale; la violenza del bullismo in Bullied to Death; con Mark’s Diary perfino la sessualità dei disabili, vero e grande tabù; in Storia di una lacrima il diritto all’eutanasia, passando per la vicenda di Piergiorgio Welby per affermare l’umanità di una “buona morte”. Adesso, con il suo nuovo film La sposa nel vento, guarda negli occhi il tema del femminicidio.
Il cinquantottenne sardo Jo Coda è da anni sceneggiatore, regista, fotografo, autore di installazioni fotografiche nei maggiori musei internazionali. Il suo lavoro lo chiamiamo “cinema” per convenzione, ma è molto di più e altro: l’ultimo titolo lo ribadisce.
La sposa nel vento è un film di 80 minuti che si sviluppa all’insegna dell’ibridazione dei linguaggi: troviamo interviste e testimonianze frontali di donne vittime della violenza maschile, anche commosse e struggenti, che vengono alternate a innesti di finzione, sequenze di teatro filmato e balletto.
C’è la sposa nel vento che danza, col suo vestito bianco, formando un movimento sinuoso e misterioso che diviene metafora della violenza di genere, simbolo del femminile che non si arrende, che si dibatte nelle spire del dramma a cui vuole sfuggire.
E poi ci sono gli attori, a leggere testi e recitare poesie, i principali sono Serra Yilmaz e Lorenzo Balducci. L’una come feticcio del cinema fluido di Ozpetek (e non solo, naturalmente), l’altro uno dei maggiori interpreti italiani esplosi negli ultimi anni, entrambi – uomo e donna – a portare il loro contributo in questo canto contro la violenza.
Dalla tela sincretica emerge in trasparenza una realtà dolorosa: le evocazioni femminili sono dure, quasi insopportabili, per esempio una donna sarda racconta che il suo aguzzino la chiamava “aliga”, immondizia, “mentre io i rifiuti li raccolgo, li divido anche, faccio la raccolta differenziata”.
Così il regista spiega l’urgenza del film: “Assistiamo ancora oggi all’annientamento fisico e simbolico dell’Essere Femminile, con una frequenza e brutalità che ha oltrepassato il livello dell’emergenza”. Da qui la necessità di metterlo in scena, ingaggiando una battaglia che si combatte con linguaggi diversi, perché il nemico è potente e non basta una sola arte per combatterlo.
Così si fondono arti diverse: il cinema e il ballo, il documentario e lo sperimentale, e anche il passato e il presente si mettono insieme per contrastare l’orrore. Prodotto da Movie Factory di Francesco Montini, con il contributo della Regione Sardegna e il sostegno della Fondazione Sardegna Film Commission e del Comune di Quartu Sant’Elena, La sposa nel vento, come tutti i film di Jo Coda, si pone a distanza siderale dalla consuetudine del cinema italiano, lancia un messaggio diverso e lo fa con una lingua unica e peculiare. Chi ha orecchie per intendere, e occhi per guardare, può seguire il ritmo della danza.
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