La tribù dei Rossellini, un diario (doc) di famiglia. Da Venezia alle piattaforme

Dal 20 novembre disponibile sulle piattaforme (Amazon Prime Video, Apple TV, Chili TV, Google Play, Huawei Video, Infinity, Rakuten Tv, Timvision) “The Rossellinis” di Alessandro Rossellini che racconta cosa ha lasciato alla propria famiglia il regista di “Roma città aperta”. Secondo Alessandro, il regista e nipote del grande Roberto, la “Rossellinite” è una malattia inguaribile e, pare, introvabile. Presentato alla Settimana Internazionale della Critica 2020 di Venezia 77 …

Portare un cognome ingombrante significa anche sentirsi dire, nel giorno della prima del tuo primo lungometraggio, che tuo nonno è stato il più grande regista della storia del cinema. Alessandro Rossellini non fa una grinza, probabilmente forgiato dall’abitudine, ma le parole con cui Franco Montini, presidente del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, introduce il suo The Rossellinis danno un bell’ assaggio della quotidianità dei figli d’arte (o dei nipoti, in questo caso).

Pur sentendosi ostaggio del proprio cognome, Alessandro ha deciso di prendere il toro per le corna e buttarsi in quella che è forse la scelta meno indicata per un Rossellini: girare un film. Un documentario, per la precisione, in cui indagare proprio come quel nonno ingombrante abbia condizionato la sua vita e quella dei suoi parenti. È questo The Rossellinis, prodotto da B&B Film, coprodotto da VFS Films con Rai Cinema in associazione con Istituto Luce Cinecittà che, dopo aver chiuso la Settimana Internazionale delle Critica a Venezia 77, arriva nelle sale come evento (per Nexo Digital) il 26, 27 e 28 ottobre.

L’impresa non è semplice, perché le cicatrici familiari sono sempre dolorose da affrontare, ma anche perché l’ingarbugliata famiglia in questione si è dispersa in tutti gli angoli del mondo. Il tono, però, è sempre ironico e giocoso, a cominciare dal racconto dei drammi personali dello stesso Alessandro, per molti anni tossicodipendente. Non vuole nascondere nulla delle controindicazioni che il suo cognome gli ha portato e vuole indagare se ce ne siano state anche per gli altri. La chiama «Rossellinite», una patologia incurabile che spinge il malato a trovare un modo tutto suo per conviverci.

Inizia dalla fine, da quel giorno di giugno del 1977 in cui tutta la tribù si stringe attorno al padre-padrone, scomparso all’improvviso per un infarto. Da lì comincia il pellegrinaggio rosselliniano con tappe sparse un po’ ovunque: la minuscola isola privata nel mare svedese dove vive lo zio Robin, il cottage sperduto rimesso a nuovo dalla zia Isabella, l’appartamento di zia Ingrid, la Venezia in miniatura negli Emirati con la zia Raffaella, che oggi ha cambiato nome in Nur.

Alessandro non si nasconde in nessun senso, né nel racconto della sua vita né nella sua inesperienza dietro la macchina da presa, al limite del goffo, che crea subito un rapporto di simpatia con il pubblico. Un po’ goffe sono anche le domande, non perché siano banali, ma perché ricercano una trasparenza che non sempre gli intervistati sono pronti a concedere.

Il ramo svedese dei Rossellini, nato dal chiacchieratissimo matrimonio tra il regista e Ingrid Bergman, smentisce la patologia. Robin, il primogenito, si limita a dire che il cinema non lo ha mai sopportato («è una tortura!»); Ingrid e Isabella, le due gemelle diversissime, perdono anche la pazienza di fronte al nipote, anche se per motivi diversi.

La prima, che da sempre ha rifuggito le telecamere ed oggi è una professoressa di letteratura, lo rimprovera per il poco tatto. La seconda, che ha mantenuto invece il nome della famiglia ben sotto i riflettori, prima si difende dall’accusa di aver scelto i propri partner solo per l’aspetto estetico e poi riporta a galla le richieste di soldi che Alessandro le faceva per motivi personali. La calma, comunque, torna ben presto.

Neppure la sponda indiana, quella del terzo matrimonio con Sonali Das Gupta, che il capostipite aveva conosciuto girando L’india vista da Rossellini, sembra dare conferme. Il primogenito, Gil, seguì le orme del padre adottivo, diventando regista e produttore, forse proprio nella necessità di dimostrare che era un Rossellini anche lui, dice Alessandro.

Partecipa a questa strana riunione di famiglia in celluloide con le sequenze del suo documentario, in cui mostrò la malattia neurodegenerativa che lo avrebbe ucciso a soli 52 anni e che intitolò, con una dose incredibile di ironia, Kill Gil, Vol. 1. L’intervista con la zia Nur, al secolo Raffaella, verte soprattutto su di lui, sul suo senso di estraneità nella famiglia e sulle droghe che, come per Alessandro, ne furono la conseguenza.

Di Rossellinite poche tracce, insomma. Ma Alessandro ha un’ultima visita da fare, che però con quel cognome ha a che vedere solo in parte. È sua madre, una danzatrice africana che conobbe Renzo, oggi il più anziano della famiglia, di sfuggita e di cui rimase incinta. Sono proprio le immagini di lei che, dalla sua sedia a rotelle, indica al figlio un gruppo di ballerini a chiudere il documentario. 

Il pregio maggiore del lavoro di Alessandro è forse il coraggio. Non tanto quello del regista, ma quello della persona. Decidere di mostrarsi senza filtri, dolore compreso, non è mai qualcosa di banale. Il risultato è che anche il ritratto del grande assente, il nonno, finisce per essere incredibilmente vero.

Non c’è l’aura del santo che spesso aleggia sui ritratti dei grandi personaggi, ma non c’è neanche quella del demone, che troppo facilmente si appiccica al passato sperando di migliorare il presente. The Rossellinis non spiega chi è stato Roberto Rossellini, ma spiega, indubbiamente, cosa ha lasciato dietro di sé.