L’anima combattente di Sergio Leone. Nel libro di minuzie a campo largo di Moscati

“Sergio Leone. Quando i fuorilegge diventano eroi (Castelvecchi, 2019)” è il libro di Italo Moscati dedicato al grande autore di “C’era una volta in America“. Racconta l’uomo privato e quello pubblico. Il successo mondiale (e duraturo) e le umane fragilità, le cui origini si ritrovano proprio nella famiglia. Solo 7 film da regista, ed una co-regia, in un lungo arco di tempo che va dal 1959 al 1984; ma 25 anni di lavoro spasmodico …

Sarebbe bello poter pensare che il piccolo Sergio fosse un predestinato: semidio bambino nell’Olimpo del Cinema, intento ad apprendere (e, certo, anche combinare guai) in questo spazio ultraterreno, per poi diventare così con certezza, passate le prove e gli ostacoli che si dovevano passare, un professionista dell’Arte. In realtà, non andò affatto così…

La verità è che il cinema non è mai stato un paradiso, o un porto sicuro, proprio per nessuno. Non c’è mai stato un vero e proprio “sentiero degli dei”. Nemmeno per Sergio che, con padre regista (Roberto Roberti) e madre attrice (Bice Walerian), nei set e nei teatri di posa ci era addirittura nato dentro.

Nonostante il lignaggio, nonostante tutto, Sergio Leone ha così dovuto lottare per raggiungere e difendere ogni singolo centimetro del suo riconosciuto posto a Cinecittà; e questo mentre conosceva, coi rovesci economici della sua famiglia, la precarietà, la marginalità, ed il rischio della dimenticanza che sempre assale chi vive di spettacolo.

Sergio ha lottato come e più dei suoi eroi. Il mondo del cinema è spietato: o sei il migliore, o non sei nessuno. Gli eroi piacciono perché possono fare a meno di tutto, non soggiacciono a ricatti né dipendono dagli stimoli primari. Non così Sergio, e nemmeno i suoi colleghi in Arte.

Sergio Leone è dunque la concretezza del cinema. Laddove il film “pesa” fotogramma per fotogramma. Ogni riproduzione d’immanenza, ogni scena astratta e ieratica è in realtà frutto di lavoro e di sudore. Ogni levità è costruita, attimo per attimo. C’è tanta fatica in quella “semplicità”.

Del gigante buono di Trastevere con l’atteggiamento sornione e la battuta caustica sempre “in canna”, che ci ha lasciati in effetti davvero troppo presto, il 30 aprile 1989, a soli 60 anni, ci aiuta con minuzie ed affetto, in modo tumultuoso e “campo largo”, a comprendere l’anima combattente ed il suo cinema degli immortali Italo Moscati con Sergio Leone. Quando i fuorilegge diventano eroi (Castelvecchi, 2019).

Una gavetta cominciata già dodicenne quando il padre Roberto Roberti lo portò con se a Napoli per gli esterni di un film a dir la verità non molto rilevante, La bocca sulla strada: fu l’esperienza decisiva nella quale il ragazzo stabilì che quella sarebbe stata la sua vita.

E che era già in “gara”: avrebbe dovuto da allora in poi sfruttare ogni istante, rubare con gli occhi, intuire cosa piaceva al pubblico e perché. Capire i cambiamenti d’umore di quel pubblico, indefinito, volubile e minaccioso. E conoscere ogni snodo di quel lavoro artigianale, con una punta di fordismo.

Solo 7 film da regista, ed una co-regia, in un lungo arco di tempo che va dal 1959 al 1984; ma 25 anni di lavoro spasmodico. L’amore e la stima nei suoi confronti tributati da Quentin Tarantino, da Kubrick, da Sam Peckinpah, Bernardo Bertolucci e da tanti altri grandi.

Progetti mastodontici, alcuni realizzati con successo universale altri solo concepiti, come il suo Assedio di Leningrado.
Prima di tornare all’Olimpo finto dei peplum dell’Hollywood sul Tevere, Sergio Leone studiò, dal padre, ma anche da Mario Bonnard e Carmine Gallone: apprese tutto quello che c’era da capire di un’arte dispotica e precaria.

Il cammino della sua gloria personale prese il volo con la “seconda unità” di Ben Hur, film in cui realizzò da par suo la gloriosa scena della corsa delle bighe. Di lì in poi, solo lavoro duro (con gli americani a Roma) ma anche paura di non farcela, fino alla sua celebre invenzione del cow boy Clint Eastwood che avvampando proietta il western ad una dimensione classica, maestosa, filosofica. E che diviene “prototipo”.

Italo Moscati racconta tutto. Ci fa trattenere il fiato, mentre esplora ancora una volta un territorio, quello del cinema, del quale conosce a menadito risorse e trabocchetti, fascino e maledizioni. Racconta il Sergio Leone privato e quello pubblico. Il successo mondiale (e duraturo) e le umane fragilità, le cui origini si ritrovano proprio nella famiglia. Le “trovate”, l’ostinazione, la precisione di una ricerca artistica mai sazia. Alla ricerca senza sosta della costruzione del film “perfetto”, che possa fare a meno di tutte le gravosità della vita, affidato alla custodia sicura dei suoi “eroi”.

 

questo articolo è uscito sui Quaderni del CSCI, n. 15, 2019, pp. 325-326 (ISSN 1885-1975) che pubblichiamo per gentile concessione.