Lascia la guerra fuori di casa. Il conflitto siriano è un dramma da camera

In sala dal 22 marzo (per Movies Inspired) “Insyriated”, opera seconda del regista belga Philippe Van Leeuw, premiata dal pubblico alla Berlinale 2017. Il conflitto siriano raccontato nel chiuso di una casa di Damasco che diventa rifugio-prigione di un’intera famiglia. Grandi interpreti a salvare un film che non convince fino in fondo  …

Un tempo non tempo. Un luogo non luogo. Una guerra non guerra vissuta in un’apparente zona d’ombra: una qualunque casa di Damasco. Una casa fortificata per quanto si possa fortificare, nel tentativo/desiderio di isolarsi dal quel tragico mondo che la circonda.

Al suo interno una piccola comunità: una madre capofamiglia, i tre figli, il suocero anziano, un nipote appena maggiorenne, la loro domestica, e una coppia di vicini col bimbo in fasce in attesa di lasciare al più presto quel luogo di protezione, ma anche di prigionia.

La donna, infatti, cerca di elidere la guerra all’interno delle mura domestiche nell’illusione che possano tenere il gruppo al riparo dai bombardamenti incessanti e dai cecchini che sparano ad ogni cosa in movimento. Una mera illusione. La guerra è ovunque, non solo in strada, ma anche nelle case. Forse di più nelle case. Le mura non possono escludere bombe, non possono escludere cecchini, non possono escludere razziatori ma, soprattutto, non possono escludere le scelte discutibili di chi deve prendere decisioni.

Philippe Van Leeuw, alla sua seconda regia dopo il film sul genocidio in Ruanda (Le jour où dieu est parti en voyage) dipana la storia in un arco temporale di 24 ore. Da un’alba all’alba successiva. Parte con la conoscenza dei personaggi. Una descrizione dolente che esclude, però, ogni riferimento alla guerra che si svolge fuori. Finché l’uomo della giovane coppia uscendo dalla casa in cerca di aiuto viene ucciso da un colpo di fucile. Recuperare quel corpo significherebbe mettere a rischio l’intero gruppo.

È allora che inizia il grande gioco dell’inganno. La guerra è un inganno. La verità è un inganno. Il potere è un inganno. Le persone sono inganno. Ma perché? Tutto è fittizio e di passaggio. I demoni del presente sono l’eredità dei nostri avi. Le guerre vengono perpetrate dagli uomini senza neanche saperne il perché. Un passaggio di testimone che rende l’umanità schiava di un retaggio che viene da lontano. Da troppo lontano.

Van Leeuw cerca, in questa messa in scena fuori dal tempo, di narrare la guerra da un punto di vista diverso: non le grandi ed eroiche battaglie, non i campi seminati a sangue, non le dispute tra Caino e Abele, ma le violenze sorde e cieche perpetrate in una sorta di “panic room”. Un luogo non luogo dove l’umanità affiora a tratti ma più spesso sfiorisce tra le pieghe dell’inganno e dello spirito di sopravvivenza.

I personaggi di Insyriated sono degli antieroi, non sono, per intenderci degli Achille ma piuttosto dei pavidi Ulisse che aspettano il favore degli dei. Non si gettano nella mischia per salvarsi ma attendono un evento dall’alto e dagli altri che possa salvarli. Si muovono alla cieca in attesa di “un tempo favorevole”. Di una vita futura che forse non verrà mai…

E proprio questa incertezza del futuro, propria della guerra, è uno dei punti di forza del film. Ma Van Leeuw gioca troppo di maniera e immerge i suoi personaggi in un limbo di “non coscienza” che rischia di banalizzarli. A salvarli, in qualche modo, sono gli stessi attori, grandi interpreti come Hiam Abbass, l’attrice e regista palestine nel ruolo della capofamiglia. Alla fine, infatti, Insyriated regge bene il confronto con altri film sul dramma del Medio Oriente soltanto grazie ai suoi interpreti. Loro sì all’altezza di un impianto narrativo altrimenti fin troppo scontato e a tratti superficiale.


Mauro Conciatori

giornalista e regista


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