L’ultimo spettacolo di Hollywood. Addio Peter Bogdanovich, il regista che amava i classici


È stato una leggenda di Hollywood e di quello stesso cinema che l’ha fatta grande negli anni d’oro è stato anche il cantore oltre ad aver interpretato più o meno tutti i ruoli possibili di quell’universo: critico, sceneggiatore, attore e regista. Continuando ad ispirare con le sue opere le generazioni a seguire: Quentin Tarantino, David Fincher, David O. Russell, Sofia Coppola, Wes Anderson e Noah Baumbach.

È morto a 82 anni nella sua casa di Los Angeles Peter Bogdanovich. L’annuncio della scomparsa è stato dato dalla figlia Antonia Bogdanovich a The Hollywood Reporter.

Figlio di immigrati scappati al nazismo – suo padre era un pittore e pianista serbo e sua madre la discendente di una ricca famiglia ebrea austriaca -, Peter Bogdanovich era nato a Kingston, nello stato di New York, il 30 luglio 1939. Nella sua lunga carriera vissuta tra molti alti e bassi, ma sempre pieno d’ironia, ha diretto Barbra Streisand in Ma papà ti manda sola?, Ryan e Tatum O’Neal in Paper moon, Ben Gazzara in Singapore, Jeff Bridges in L’ultimo spettacolo, per il quale ha ottenuto una candidatura all’Oscar. Non ha trascurato neppure la televisione: negli anni ’90 ha recitato anche nella serie I Soprano e ha prestato la sua voce a un personaggio della serie I Simpson.

I primi passi Bogdanovich li ha mossi studiando recitazione con Stella Adler dell’Actor Studio. Poi come critico cinematografico (ha conosciuto e scritto dei più grandi autori) e in seguito da regista entrando a far parte della cosidetta «New Hollywood» in compagnia di William Friedkin, Brian De Palma, George Lucas, Martin Scorsese, Michael Cimino e Francis Ford Coppola.

A 32 anni – siamo nel 1971 – raggiunge la fama internazionale con L’ultimo spettacolo , il suo capolavoro, dall’omonimo romanzo di Larry McMurtry scrittore e sceneggiatore statunitense da Pulitzer (sua anche la sceneggiatura de I segreti di Brokeback Mountain). In un potente bianco e nero – suggeritogli dall’amico Orson Welles – Bogdanovich mette in scena il dramma della vita di provincia di un gruppo di ragazzi texani, affiancando una raffinata metafora sulla fine del cinema, alla guerra in Corea che tante giovani esistenze porterà via.

Il film ha ottenuto otto nomination agli Oscar – tra cui quelle per la regia e la sceneggiatura (condivisa con Larry McMurtry) per lui – e le statuette per i migliori attori non protagonisti per Cloris Leachman e Ben Johnson. Nel ’90 sempre attingendo a un altro al romanzo di Larry McMurtry, Bogdanovich diregerà il seguito: Texasville che non tocca però le vette del precedente.

Il suo amore anche un po’ nostalgico per il cinema classico lo spinge in seguito a rifare i generi tradizionali del cinema americano: la commedia alla Minnelli Ma papà ti manda sola? (1972) con Ryan O’Neal e Barbra Streisand; il cinema muto hollywoodiano di Vecchia America (1976) con O’Neal, Burt Reynolds e Tatum O’Neal.

Con la fotografia in bianco e nero di László Kovács e come protagonisti Ryan e Tatum O’Neal, padre e figlia nella vita è poi il letterario e fortunato, in stile Frank, Capra Paper moon – La luna di carta (1973). Affresco della Grande depressione attraverso gli occhi di un truffatore che sbarca il lunario vendendo bibbie e che si ritrova in coppia con una piccola ma sveglissima orfana, nato dalle pagine del romanzo Addie Pray di Joe David Brown. Dal film è nata la serie tv con Jodie Foster nei panni della piccola co-protagonista.

Dal racconto ottocentesco di Henry James trova poi ispirazione per il suo Daisy Miller (1974) mantenendosi in un difficile equilibrio tra colta originalità e cinema popolare. Seguiranno tra fortune alterne Finalmente arrivò l’amore (1975), Saint Jack (1979), E tutti risero (1981), Dietro la maschera (1985), Illegalmente tuo (1988), Rumori fuori scena (1992), Quella cosa chiamata amore (1993) Hollywood Confidential (2001) e Tutto può accadere a Broadway (2014).

Fin da giovane Bogdanovich si interessò al teatro, all’arte figurativa ed alla critica cinematografica. Inizialmente fu fortemente attratto dalla nouvelle vague francese. Nel 1965 strinse un prolifico sodalizio artistico con Roger Corman, maestro dell’horror e punto di riferimento per un’intera generazione di autori. Dopo aver lavorato per la televisione statunitense e al fianco di Jack Nicholson in Il serpente di fuoco (1967), girò il suo primo film Bersagli nel 1968, che fu essenzialmente un omaggio all’attore Boris Karloff.

Grandissimo estimatore del cinema statunitense dei Quaranta e Cinquanta ha reso ancora un omaggio a John Ford, uno dei padri del western, realizzando un documentario sul vecchio regista, intitolato Diretto da John Ford (1971).

Già dai suoi primi lavori traspare la sua filosofia: tutti i grandi film sono già stati realizzati, e ai contemporanei non resta altro che proporre una poetica della nostalgia, rifacendo i grandi e insuperati classici.

A lungo sulla cresta dell’onda, Bogdanovich ha rifiutato film come Il Padrino, L’Esorcista e Chinatown. Recentemente ha avuto anche una parte da attore nei I Soprano (come dottor Kupferberg, l’analista della dott.ssa Melfie) e piccoli ruoli nei Kill Bill di Quentin Tarantino.

Tra le relazioni della sua vita che hanno fatto scandalo quella con Cybill Shepherd che aveva diretto in quattro film e per cui lasciò la moglie e collaboratrice Polly Platt, e con Dorothy Stratten che venne poi uccisa dall’ex marito geloso.