“L’uomo dal fiore in bocca”. Con Gabriele Lavia un Pirandello immortale e (quasi) gotico

Presentato al TorinoFilmFest “L’uomo dal fiore in bocca”, il celebre atto unico di Luigi Pirandello che Gabriele Lavia adatta per il cinema ispirandosi anche ad altre novelle del grande drammaturgo. Quasi una versione gotica per un testo immortale in cui centrale è il tema della morte a fronte delle illusioni e delle piccolezze del quotidiano. Disponibile su RaiPlay dal 30 dicembre …

Un treno di altri tempi in corsa nella notte. La pioggia che viene giù a dirotto. Una donna vestita di nero che passeggia sotto la pensilina della stazione con l’ombrello aperto, forse in attesa del treno, forse in attesa di qualcuno che quel treno l’ha perso.

È uno scenario da romanzo gotico, quasi horror quello che Gabriele Lavia sceglie per il suo adattamento cinematografico di una delle pièce pirandelliane più classiche e immortali. L’uomo dal fiore in bocca, nata da una sua novella (Caffè notturno) poi trasformata in atto unico per quel “maestro d’ogni composto ardire” che è stato Ruggero Ruggeri, interprete straordinario non solo del teatro di Luigi Pirandello.

Sta di fatto che quel ruolo, quello dell’uomo a cui la morte ha “cacciato questo fiore in bocca” per poi tornarselo a prendere a distanza di mesi è diventato un banco di prova per ogni grande mattatore della scena contemporanea. Andate su youtube e potrete godere di un Vittorio Gassman da brivido.

Gabriele Lavia del resto, da decano di tutti i palcoscenici d’Italia, Pirandello l’ha “frequentato” a lungo. Tanto da aver scelto di condire con altri estratti dall’opera del drammaturgo siciliano questa sua versione dell’atto unico del ’22 che prima di portarla al cinema l’ha rodata attraverso lunghe tornée per lo Stivale.

È da lì che arriva questa sua nuova regia cinematografica (ricordiamo in passato Scandalosa Gilda, La lupa, Sensi) presentata al TorinoFilmFest che sposta l’azione dal bar notturno originario alla stazione deserta e spettrale battuta dalla pioggia insistente. Gli orologi senza lancette, il tempo sospeso, l’attesa del treno. Uno spazio immenso ed irreale dove si muovono piccoli, fragili i due personaggi, l’uomo pacifico (Michele Demaria) e l’uomo dal fiore in bocca (Gabriele Lavia).

L’uno affaccendato in futili faccende, come è spesso il quotidiano degli uomini. Il lavoro, la famiglia, le frustrazioni e le illusioni. Con quei suoi venti pacchetti, due per ogni dita delle sue mani, che lo impacciano in tutto. Ma come dire di no alle commissioni richieste da moglie, figlie e amichette delle figlie si chiede. E ora sono proprio quei pacchetti, meglio quegli “impicci” ad avergli fatto perdere il treno ancora una volta.

Dall’altro lato, quello opposto alle futilità della vita, è invece l’uomo condannato a morte da un male incurabile. Seppure dal “nome dolcissimo, più di una caramella: epitelioma”. Su quelle panche della stazione dove siede, si sdraia, si allunga ossessivamente, di treni ne vede passare fin troppi. “Ho bisogno con l’immaginazione di attaccarmi alla vita altrui”, dice. Ed è lì infatti ad ascoltare quasi con morbosa attenzione l’assoluta assenza di senso della vita piena di “impicci” dell’uomo pacifico. Vittima della sua stessa incapacità di vivere. E di nuovo incapace di prendere il suo treno.

Mentre in ombra quella donna vestita di nero (Rosa Palasciano), sua moglie dice l’uomo dal fiore in bocca, ma spettrale come la morte, continua ad attendere al suo fianco.

Prodotto da One More Pictures e RaiCinema L’uomo dal fiore in bocca di Gabriele Lavia dal 30 dicembre sarà su RaiPlay. Vale la pena vederlo.


Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.

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