Ma noi come stiamo? Quel doc sulla vertenza GKN che è lo specchio del nostro presente precario

Presentato alla 63esima edizione del Festival dei Popoli, “E tu come stai?” documentario di Filippo Maria Gori e Lorenzo Enrico Gori, prodotto dall’AAMOD, dedicato alla lunga vertenza GKN di Firenze. Ne racconta le tante tappe ma fa anche di più: racconta come sono cambiati i protagonisti di questa lotta dopo un anno e mezzo di occupazione della fabbrica, quali rapporti sono riusciti a creare con tutti quelli che fuori dallo stabilimento subiscono ingiustizie. Dai migranti assoldati a cottimo nell’edilizia ai ragazzi che non si rassegnano ad un mondo destinato all’estinzione. Fotografando, insomma, l’intero presente di precarietà …

Qualcosa di inedito, difficile da definire. Di appassionante ma di difficile definizione. Lo si può fare, forse, per addizione e sottrazione. Qualcosa di diverso, forse addirittura di più della Tenda in piazza, lo splendido documentario in bianco e nero firmato da Gian Maria Volontè esattamente cinquant’anni fa ma anche qualcosa di meno.

Meno di un testo accademico di sociologia sul lavoro. Si, perché di lavoro si sta parlando. Ed esattamente come quella vecchia pellicola del ‘71 che raccontava le lotte operaie in una città di ministeriali, Roma, anche questo documentario racconta una vertenza di fabbrica. Anzi, la vertenza di fabbrica, quella che ha riempito le cronache dei pochi media che ancora si occupano ancora degli ultimi: la GKN di Firenze.

Anche queste righe, forse, però sono imprecise: perché il lungometraggio – sì, lungo: un’ora e quaranta, diretto da Filippo Maria Gori e Lorenzo Enrico Gori e prodotto da Luca Ricciardi per AAMOD – non racconta semplicemente la vertenza, la battaglia di quelle lavoratrici e di quei lavoratori. Non spiega solo le loro buone, ottime ragioni, come fa da sempre il cinema “militante”.

Fa di più, molto di più. Di più originale: racconta come sono cambiati i protagonisti di questa vertenza dopo un anno e mezzo di occupazione della fabbrica, quali rapporti sono riusciti a creare con tutti quelli che fuori dallo stabilimento subiscono ingiustizie. Dai migranti assoldati a cottimo nell’edilizia ai ragazzi che non si rassegnano ad un mondo destinato all’estinzione.

Questo è E tu come stai?. Si chiama così il documentario. Perché quasi all’inizio, in un’improvvisata assemblea, appena arrivata la notizia che il fondo finanziario Multirose – titolare fino a due anni fa dello stabilimento che produceva semi-assi per le industrie automobilistiche e che voleva trasferirsi in paesi dove la manodopera costa meno – aveva inviato le lettere di licenziamento, uno dei leader del collettivo racconta dell’immediata solidarietà ricevuta da tanti.

Solidarietà che si concludeva sempre con la stessa domanda: ma come va? Domanda che gli operai e le operaie della GKN hanno deciso di rivoltare: già, ma tu come stai? Sei contento del tuo lavoro, se ce l’hai? Sei contento dei ricatti che sei costretto a subire se non ce l’hai? Ti piace quel che accade in questo paese, in questo continente? In questo mondo? E tu come stai?

È la chiave per capire quest’ora e quaranta di film. Perché certo ci sono le tappe della vertenza: dal primo step vinto con la sentenza di condanna della Multirose per atteggiamento antisindacale, per passare alla conferma dei licenziamenti, alle trattative – lunghe, defatiganti, spesso inutili – al ministero, alla Regione; fino alla comparsa di uno strano – qualcuno dice improbabile – imprenditore, Francesco Borgomeo che sostenne di voler rilevare la fabbrica. Per farne cosa, però, non l’ha mai spiegato. Lungaggini, vere e proprie prese in giro che loro hanno pagato, visto che di rinvio in rinvio, non sono potuti partire neanche gli ammortizzatori sociali. Ma queste cose, più o meno, le sanno tutti.

Quel che il documentario rivela è la forza e le difficoltà di “tenere duro” per quasi due anni. C’è la scelta di lanciare quella parola d’ordine – “Insorgiamo” – che fu quella dei partigiani fiorentini. C’è l’entusiasmo dei primi giorni di occupazione, c’è il sorriso col quale si afferma uno stato d’animo che un vecchio lessico definirebbe di classe: “Non sappiamo come andrà a finire ma almeno facciamogliela pagare”.

C’è la fotografia tanto, tanto diversa di quella scattata da Volontè 50 anni fa. Qui, tutti padroni del proprio linguaggio, qui non chiedono aiuto. Spiegano: o si vince “assieme a tutto il territorio” o si perde tutti. Ed il capannone della GKN diventerà un supermercato, lasciando deserto dietro di sé.

E si descrive uno strano mondo del lavoro. Strano nel senso che è lontano dalle letture superficiali. Qualificato, estremamente qualificato, anche per le mansioni più semplici. Un mondo del lavoro “colto”, che sa quel che vuole. Ma – per dirne una – quando va in piazza sceglie di ritmare i suoi slogan sulle stesse cadenze musicali che riempiono le curve degli stadi. Cantano le stesse canzoni insomma, cambiando le parole.

Ed ancora. Qui si racconta anche di come l’entusiasmo inziale, sia destinato a calare in mancanza di risultati. E il film lo fa senza reticenze, con quelle immagini devastanti di un pomeriggio invernale, sferzato dalla pioggia, con pochi lavoratori dentro una stanzetta a presidiare lo stabilimento.

Ci sono poi le tante storie, le tante storie personali che entrano dentro questa battaglia. Quella delle lavoratrici, che assieme al bisogno del lavoro, riscoprono in quei giorni di aver diritto a tanto altro. E cominciano a chiederlo. Agli imprenditori, alla Regione, al governo, ai loro stessi colleghi.

C’è il racconto della solidarietà operaia fatta non con le frasi roboanti dell’Unità degli anni ’50. Ma con una scenetta semplice: un signore addetto al montaggio, sordo, racconta col linguaggio dei gesti come gli piacesse nei cortei fare un rumore incredibile, tanto che la gente gli chiedeva di smetterla tappandosi le orecchie. E vicino a lui c’è un collega – un collega da decenni – che ha imparato il linguaggio dei non udenti solo per dialogare con lui.

Si potrebbe andare avanti a lungo. Raccontando dello scambio, in auto, fra un lavoratore e una lavoratrice. Che con una semplice osservazione svelano tanto di questo paese, del suo arretramento culturale. “Hai visto quel ragazzo precario che è venuto a parlare alla nostra assemblea? Diceva d’essere emozionatissimo. Manco stesse parlando ad un’assemblea di rivoluzionari cubani. Pensa te, pochi anni fa, parlarsi fra operai e giovani sarebbe stato normale. Normale. Ora è vissuto come un evento eccezionale”.

Quell’eccezionalità però una strada l’ha aperta. Non tanto nei risultati concreti. Questo il film non lo può raccontare ma tutto è ancora in alto mare: il governo Draghi e la maggioranza che lo sosteneva non hanno voluto approvare una legge contro la delocalizzazione, scritta da giuristi assieme al collettivo di fabbrica.

Sull’attuale esecutivo, ovviamente, nessuna speranza. Il tutto mentre il signor Borgomeo continua a prender tempo, a non presentare alcun documento e appena pochi giorni fa, aveva preteso di mandare una ditta in fabbrica per svuotarla. “Per ripulirla”, sosteneva, magari in vista di una nuova produzione. Che nessuna sa quale potrebbe essere. “Svuotamento”, naturalmente, impedito dai lavoratori.

Si resta nel limbo, dunque. Ma qualcosa quel collettivo l’ha comunque strappata. Anche qui, non lo raccontano le parole, ma le immagini. Di tanti cortei. Di tanti striscioni. “Insorgiamo, generazione precaria”, “Insorgiamo, difendiamo la natura”, “Insorgiamo, mai più femminicidi”.
Una bandiera l’hanno piantata.