Riprendiamoci il possesso culturale del mondo. Gli studenti del CSC Sicilia lo fanno in un doc

In uscita l’8 gennaio su RaiPlay “Sotto lo stesso tempo”, il doc realizzato da dieci allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo, sotto la guida della direttrice artistica Costanza Quatriglio. Un diario del primo anno di Covid che è anche un percorso verso la maturazione e riconquista di un rapporto con la Storia e di un ruolo attivo all’interno di essa. A cominciare dallo sguardo, dalle possibilità espressive del mezzo cinematografico. E da quello che Pasolini nel suo “Gennariello” chiamava «possesso culturale del mondo»…

«Ti insegneranno a non splendere. E tu splendi». Così Pasolini esortava il suo immaginario allievo, ragazzo dell’Italia Meridionale, nell’incompiuto trattatello pedagogico Gennariello. Una lezione che, tanto più nel buio dell’epoca che attraversano, sembrano fare propria i giovani studenti-filmmaker di Sotto lo stesso tempo, lungometraggio documentario realizzato da dieci allievi del CSC – Scuola Nazionale di Cinema – Sede Sicilia, direttrice artistica e insegnante di regia Costanza Quatriglio. L’epoca di cui parliamo è quella del Covid, nel suo anno (fino a questo momento, almeno) più emblematico per chi l’ha vissuto dal fronte italiano: tra il lockdown della primavera 2020 e il marzo dell’anno successivo.

Un film (presentato al 39mo Torino Film Festival) la cui realizzazione, racconta Quatriglio, «è stata un modo per attraversare, per più di un anno, il diario di noi tutti, reso nudo dallo sguardo di un gruppo di ventenni che, scoprendo il cinema, si interrogano su se stessi e sull’immaginario di una contemporaneità bruciante che non assomiglia a nulla che abbiano mai vissuto». E la parola chiave, tra quelle che ci propongono le voci e i punti di vista degli studenti, registi e protagonisti di un film e del momento storico che descrive, ci pare sia «riappropriarsi».

Riappropriarsi della realtà, del mondo, del proprio rapporto con la Storia, in un’epoca dove tutto sembra suggerire ai più giovani, che dovrebbero essere il motore del proprio tempo, di arrendersi a una fatale, desolante impotenza. La quotidianità dilatata e stagnante del confinamento, ma anche quella precaria, discontinua, a singhiozzi delle tante parziali “ripartenze”, è l’apice di uno spossessamento delle nuove generazioni, mai così gravate dalla percezione di non poter più incidere processi storici di cui sono parte.

Una riduzione alla passività iniziata da ben prima della pandemia, e che si è realizzata proprio nella separazione del tempo individuale da quello collettivo. E si cercano allora, nel dialogo con un’anziana nonna e tra le immagini della rete, dei termini di paragone con tragedie passate. Stazioni di riconnessione con un divenire comune. Ma mai, forse, nel mondo della modernità tecnologica di cui il cinema è (ancora?) protagonista, ad essere messo in crisi è stato lo sguardo. Apparentemente in grado di muoversi ovunque nel tempo e nello spazio, raggiungendo pezzi di famiglie e relazioni oltre le quarantene fisiche. Nei fatti, scavalcato da un fenomeno invisibile a occhio nudo, un virus di cui sono filmabili solo le conseguenze.

Ma da lì si può (ri)partire, oltre il chiacchiericcio osceno, arrogante, stomachevole di chi nega la pandemia e i suoi effetti. Il montaggio sovrappone non a caso quel coro stonato alle immagini indelebili dei carri armati con le bare, non per insistere sull’orrendo già visto, ma perché sono tasselli imprescindibili della posta in gioco. Che è tornare padroni del nostro sguardo per tornare protagonisti della nostra realtà, del nostro tempo.

Osservando le giornate dei dieci ragazzi del film, così simili a quelle di tanti altri nello stesso Paese, e così peculiari per il ruolo che la loro condizione di studenti di cinema, di artisti dello sguardo di (e sul) domani gli conferisce, viene in mente quello che il Pasolini del Gennariello chiamava «il possesso culturale del mondo». Da contrapporre, non solo come alternativa politica ma come fonte di reale felicità, al «possesso del mondo da parte dei padroni». Ed è quel possesso culturale che, vivendo e filmando le loro vite, affermano i futuri (anzi presenti) cineasti di Sotto lo stesso tempo. Ribadendo il ruolo attivo del proprio sguardo di registi, fotografi, montatori.

Ricordando(ci) che lo sguardo del cinema è elaborazione, critica, riscrittura del reale. Attraverso la scelta dei soggetti da raccontare, siano gatti, operai, pescatori, parenti lontani e vicini. Attraverso i cortocircuiti con vecchie riprese di stagioni ormai distanti dell’esistenza propria e altrui. Attraverso il bianco e nero che estrae gli scatti del (e dal) presente sottraendoli al magma dell’auto-narrazione social-mediatica, rendendoli documenti storici e insieme frammenti espressivi di una coscienza che con quella Storia si confronta.

E allora il tempo della crisi diventa quello di un possibile primo passo verso la ricostruzione, non tanto e non solo per una ritrovata, ancorché trasformata, socialità in presenza. Ma perché è la stessa capacità e responsabilità dello sguardo a rinnovarsi come presenza, attrice e non solo spettatrice del mondo. Di cui riprendere possesso, un’immagine alla volta.