Ritorno alla vita a bordo di una Saab rossa. Il road movie interiore di Hamaguchi

In sala dal 23 settembre (per Tucker Film) “Drive my car” del giapponese Ryusuke Hamaguchi, adattamento dell’omonimo testo “cechoviano” di Haruki Murakami nella raccolta “Uomini senza donne” (Einaudi). Il viaggio interiore di due anime segnate dal dolore e la loro rieducazione alla vita. Palma d’oro per la sceneggiatura (Hamaguchi Ryusuke e Oe Takamasa) a Cannes 2021 …

Sta calando la notte, una coppia si trova sul letto, l’uno di fianco all’altra; la donna parla al suo partner, gli narra una storia, un racconto erotico improvvisato di cui scopriremo che si tratta di un “coadiuvante” sessuale di preparazione all’amore fisico.

È l’intrigante incipit di Drive my car realizzato dal giapponese Ryusuke Hamaguchi, prodotto da Tucker Film e libero adattamento dell’omonimo testo “cechoviano” di Haruki Murakami (nato a Kyoto nel 1949) e pubblicato da Einaudi nella raccolta Uomini senza donne (2014).

Haruki Murakami, lo scrittore giapponese più letto al mondo, con un passato di giocatore di base ball e di gestore di jazz bar, distilla le sue parole al contagocce e preferisce tenersi lontano dalla vita letteraria e dai mass media. Già in Kafka sulla spiaggia (Einaudi 2002), il suo romanzo più noto, aveva combinato la narrativa occidentale con la cultura giapponese.

Il protagonista del racconto e del film Drive my car, l’attore e regista Kafuku (Nishijima Hidetoshi), non ha superato l’improvvisa scomparsa della bella moglie drammaturga, a pochi giorni dalla scoperta della sua relazione con un giovane attore.

Ma la coppia si amava, li legava fra gli altri il testo di Lo zio Vanja di Anton Cechov, che lei gli leggeva in audiocassetta. Ossessionato da questioni irrisolte sulla complessa natura di quel rapporto a due, ingigantite dalla irreparabile perdita e dalla difficile elaborazione del lutto, Kafuku accetta a malincuore un compito che potrà rivelarsi consolatorio o rivelatore, quello di gestire un laboratorio teatrale a Hiroshima, mettendo in scena proprio Lo zio Vanja, con fra gli interpreti il giovane amante della consorte.

Dopo essersi aggiudicato in marzo l’Orso d’argento al Festival di Berlino per Il gioco del destino e della fantasia, film antologico composto da tre storie, Ryusuke Hamagushi ha ottenuto il Premio per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes 2021 per Drive My Car.

Fra i più interessanti nomi del cinema asiatico contemporaneo, cineasta del movimento e dell’intimo, ha scelto di concentrasi sul tema della perdita e della scomparsa, vissute nel silenzio: “penso a come posso usare efficacemente i silenzi, perché per me il silenzio non significa necessariamente che due persone non stiano comunicando o non abbiano alcuna relazione”.

Misaki (Miura Toko), incaricata di fargli da autista nelle settimane di prove, appare riservata, quasi selvaggia, a mille miglia distante dalle preoccupazioni “artistiche” dell’uomo che deve accompagnare a bordo della Saab Turbo 9000 rossa ormai d’epoca di cui lui è gelosissimo: “Mi piaceva l’idea di ambientare le scene chiave all’interno dell’abitacolo di un’automobile – spiega il regista – lo ritengo un luogo perfetto per delle conversazioni intime, per rivelare i segreti dei personaggi”. Anche Misaki, come tutti i protagonisti del racconto, nasconde un segreto che verrà via via rivelato.

Nel corso dei numerosi e interminabili tragitti fra l’albergo e il teatro dove si svolgono le prove Kafuku ascolta la voce registrata della sposa defunta, dando vita a un lungo viaggio interiore per comprendere la complessa natura di quella relazione a due.

Entrambi i protagonisti, Kafuku e Misaki impareranno così non soltanto a conoscersi l’un l’altro, ma soprattutto a conoscere se stessi, a far emergere i traumi subiti e i sensi di colpa che li tormentano. Si trasforma un po’ per volta il rapporto fra i due, “costretti” a bordo della Saab Turbo: al distacco iniziale, con loro seduti lontani l’uno dall’altra e ciascuno immerso nei propri pensieri, segue un guardarsi in faccia, fino al momento in cui Kafuku si siede accanto a lei, “completando il processo”.

All’interno della Saab si sentono infine a loro agio, dopo essere stati convinti, a ragione o meno, di non avere fatto quanto in loro potere per evitare la morte della moglie o della madre, e aprono il cuore e la memoria.

Le parole, scritte in un testo, recitate su un palcoscenico da attori e attrici che parlano ciascuno la propria lingua – cinese, coreano, giapponese, filippino, anche linguaggio dei segni da una giovane attrice muta – e pronunciate nell’abitacolo dell’automobile di Kafuku, insieme al silenzio, sono i veri protagonisti del film, che nell’ultima parte si trasforma gradualmente in road-movie, in un viaggio che parte da Hiroshima per concludersi nella provincia nevosa di Hokkaido.

Nella proiezione, tre ore di immersione nel teatro e nella coscienza, nel senso di colpa e nella possibilità di redenzione, nella solitudine e nelle fragilità di un gruppo di uomini e donne la cui vita ruota intorno al teatro, viviamo la storia di una rieducazione alla vita, in particolare quella di un uomo legato ai propri spazi in maniera ossessiva che impara ad aprirsi, ad ascoltare e a donare.